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Eugenia, la bimba di Pitigliano di fronte all’odio incomprensibile - La storia / 14

Eugenia, la bimba di Pitigliano di fronte all’odio incomprensibile - La storia / 14

Ebrea, viveva a Pitigliano. E come Anne Frank fu testimone della shoah

Non poter andare a scuola. Non poter entrare al cinema, o poterci entrare solo di sotterfugio, senza la compagnia dei propri genitori. Essere privata da un giorno all’altro della dignità del saluto, da parte di persone, di compaesani, con i quali sei cresciuta, che ti hanno visto nascere. Le leggi razziali fasciste rubano la normalità della vita alla giovane Eugenia Servi.

Ricordi di una bambina ebrea, racchiusi in una memoria custodita presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e proposti per ampi stralci in queste pagine. Ricordi che, nella settimana in cui si commemora il Giorno della Memoria - sabato 27 gennaio - ci aiutano a comprendere la violenza e la gravità di quel complesso normativo emanato quasi 80 anni fa: i primi dispositivi sono del settembre 1938.

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Quando entrano in vigore le leggi razziali, anticamera della deportazione e dello sterminio per migliaia di innocenti, prevedono un’ampia serie di norme limitative della vita pubblica e privata degli ebrei italiani, tra le quali l’esclusione da tutti i posti pubblici e da tutte le scuole, sia che si trattasse di professori sia che si trattasse di allievi, il divieto dei matrimoni dei cittadini italiani di razza ariana con persone appartenenti ad altra razza, gravi limitazioni nella proprietà di terreni e fabbricati, nell’attività pubblicistica e dai mezzi di informazione. Oltre a una serie di vessazioni che riguardano la vita quotidiana, tra le quali il divieto di avere persone di servizio ariane, di recarsi nei luoghi di villeggiatura, di farsi curare da medici ariani.

A partire dal 1938 gran parte di queste restrizioni si abbattono anche sulla famiglia Servi e su Eugenia, in una località della Toscana dove certe discriminazioni appaiono se possibile ancor più stridenti. Eugenia nasce infatti nel 1928 a Pitigliano, fra la Maremma e l’Amiata, in una famiglia che fa parte della nutrita comunità ebraica locale, armoniosamente inserita in quella piccola cittadina che sin dall’inizio dell’Ottocento è nota come "la piccola Gerusalemme". Ma con l’emanazione delle leggi razziali il clima cambia anche per gli ebrei di Pitigliano ed Eugenia, a 10 anni, è costretta a smettere di andare a scuola. Comincia così a riempirsi una delle pagine più oscure e meno note della storia contemporanea del nostro Paese, scritta con il dolore e le sofferenze di una comunità pacifica, radicata in un angolo incantevole della Maremma Toscana.

Le persecuzioni contro gli ebrei pitiglianesi seguono infatti il flusso della grande storia e culminano nel 1943: i non ariani vengono invitati, di fatto costretti, ad entrare nel campo di concentramento di Roccatederighi - altro piccolo e incantevole borgo medievale maremmano - che è stato ricavato nell’edificio sede del seminario estivo vescovile della Curia di Grosseto. In quell’edificio Eugenia e la sua famiglia trascorreranno un periodo di due mesi, in condizioni di vita accettabili e dignitose. Ma con il passare del tempo, per tutti i detenuti, si fa sempre più minacciosa l’ipotesi di un trasferimento al campo di concentramento e smistamento di Fossoli, a Carpi, noto crocevia della deportazione in Germania. Solo grazie alla posizione lavorativa del padre di Eugenia, corriere del consorzio agrario che rifornisce di sali e tabacchi le città di Firenze e Volterra, la famiglia Servi ottiene il permesso di lasciare Roccatederighi e mettersi in salvo.

Un destino diverso si abbatterà su numerose famiglie amiche. Non basteranno gli stratagemmi architettati dai "giusti" del luogo per salvare quante più vite possibile. A decine non faranno più ritorno nel piccolo borgo toscano scavato nel tufo.

Una lapide apposta dieci anni fa nei pressi dell’edificio che aveva ospitato il campo di concentramento di Roccatederighi, testimonia ancora oggi il tragico bilancio. "In questo luogo tra il 28 novembre 1943 e il 9 giugno 1944 furono rinchiusi numerosi ebrei, vittime della persecuzione razziale voluta dal fascismo. 38 di loro - uomini, donne e bambini, 29 stranieri e 9 italiani - furono deportati nei campi di sterminio del Terzo Reich, da dove quasi nessuno tornò".

 

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