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Franco, l'avvocato massese che gettò la toga per cantare nell’opera lirica - La storia / 13

Franco, l'avvocato massese che gettò la toga per cantare nell’opera lirica - La storia / 13

Il padre l’aveva voluto avvocato, ma il giovane massese viveva per la musica

Succede, nella vita, di scoprirsi un talento particolare. «Fino dalla mia più tenera età era viva in me la passione per la musica. Mio padre volle secondarla e mi fece studiare il pianoforte. Avevo sette anni. Feci tanti e così rapidi progressi, che a nove anni avendo preso parte ad un concerto, destai lo stupore e l’ammirazione di tutto il pubblico». Succede anche che la vita ponga ostacoli sulla strada per esprimere quel talento. «Mio padre desiderava che io coltivassi la musica, ma solo come ornamento, e che mi dedicassi invece agli studi classici: egli mi volle avvocato ed avvocato fui».

Può ancora succedere, però, che quel talento sia così esuberante da trovare altre strade per manifestarsi. «È facile immaginare la mia gioia quando scopersi (ero allora studente all’Università di Bologna) di possedere una voce di tenore! Era il sogno mio che vedevo finalmente realizzabile, il sogno di vivere fra la musica e per la musica». Ma può persino succedere di imbattersi in nuovi ostacoli. «Disgraziatamente capitai fra le mani di un’insegnante inabile. Notai nella mia voce un difetto che mi fece seriamente dubitare della riuscita: non avevo resistenza!». E può succedere, infine, di perdere fiducia in se stessi e nel proprio talento. «Abbandonata l’idea del teatro, mi laureai, mi sposai e tornato nella mia città natale a Massa Carrara, incominciai ad esercitare la professione di avvocato».

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La parabola di vita di Francesco Maria Luigi Mannucci, detto Franco, potrebbe essere del tutto simile a quella dei molti che arrivano ad accarezzare il sogno, e lo blandiscono fino a quando la realtà non li riporta con i piedi per terra. Ma la storia di questo toscano nato a Massa nel 1867, pochi anni dopo la nascita del Regno d’Italia e pochi mesi prima della sconfitta dei garibaldini nella battaglia di Mentana - che sembrò compromettere il processo di unificazione nazionale - ha un epilogo diverso. Franco lo racconta in una memoria, che proponiamo per ampi stralci in queste pagine, scritta nel 1912 e custodita oggi all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Un epilogo reso possibile da una circostanza del tutto casuale: come succede raramente nell’arco di una vita, Mannucci si è trovato al posto giusto nel momento giusto, puntuale all’appuntamento che il destino gli aveva riservato.

Quel posto è lo storico teatro Verdi - ai tempi chiamato Pagliano - di Firenze, dove nel 1896 Franco risiede ed esercita la sua professione di avvocato. Il momento è l’imminente messa in scena della Gioconda: durante la prova generale, il tenore che è stato scritturato non si dimostra all’altezza del ruolo. Qualcuno indica Mannucci come possibile sostituto e lui non si tira indietro: sostiene una prova che soddisfa in pieno il direttore d’orchestra, la sera sale sul palcoscenico e raccoglie un trionfo. Qualche giornale titola: "L’avvocato tenore istantaneo al teatro Pagliano". È l’inizio di una carriera sfolgorante, che lo porta a interpretare opere come "Werther" e "Manon" di Massenet, "Rigoletto" e "Traviata" di Verdi, "Cavalleria Rusticana", "Amico Fritz" ed "Iris" di Mascagni, "Bohème", "Manon Lescaut" e "Tosca" di Puccini, "Elisir d’amore" e "Don Pasquale" di Donizetti, "Pescatori di perle" e "Carmen" di Bizet, "Don Giovanni" di Mozart, solo per citare le più note del suo vasto repertorio. Calca le scene dei più prestigiosi teatri italiani, dal Piccinni di Bari al Politeama di Genova, al Comunale di Modena e di Ferrara, dalla Fenice e dal Malibran di Venezia al Quirino di Roma, fino al Dal Verme di Milano, al Biondo e al Massimo di Palermo. La sua fama si spinge oltre i confini nazionali, nell’arco della sua carriera si esibisce di fronte al pubblico delle più importanti città europee, da Lisbona a Madrid, a Varsavia, fino a Odessa in Russia.

Tra tanto girovagare, tra i molti successi e gli insuccessi che pure non esita a riconoscere, con onestà, nella sua memoria, Mannucci mantiene un legame forte con la sua terra, dove torna ogni estate per trascorrere periodi di riposo nella villetta di famiglia a Marina di Massa. Da anziano si trasferisce a Bologna, città nella quale risiede una figlia, fin quando la Seconda guerra mondiale non lo costringe a sfollare nel piccolo comune rurale di Monte San Pietro. È lì che muore, nel novembre del 1943, poche settimane dopo la proclamazione dell’armistizio.

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