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Morti in corsia, scontro sull’orario delle iniezioni letali

Gli esperti nominati dal giudice confermano: la Bonino sempre presente in 4 casi. La difesa: eseguite in sala operatoria

LIVORNO. In oltre sei ore di udienza Fausta Bonino, l’infermiera indagata per la morte di quattordici pazienti all’ospedale di Piombino, è uscita dall’aula una sola volta. Il resto del tempo lo ha trascorso seduta tra avvocati ed esperti di medicina legale ad ascoltare il dibattito sui risultati della perizia, anticipata dal Tirreno il 20 dicembre scorso. E finita ieri con una battaglia sugli orari delle iniezioni letali tra gli esperti nominati dal giudice e i consulenti della difesa.

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Sì, perché la relazione chiesta dal Tribunale certifica come nel reparto di Rianimazione di Villamarina – tra il 2014 e il 2015 – dieci pazienti siano morti per l’iniezione di anticoagulanti (per metà non prescritti), che quattro di essi siano stati uccisi da una dose letale di eparina. E in questi ultimi casi l’infermiera sia l’unica presente in reparto nell’orario compatibile con la somministrazione. Ecco perché i tempi diventano determinati. «Sto seguendo la vicenda e spero che vada tutto bene», spiega l’infermiera al termine dell’incidente probatorio prima di salire in auto con il marito per tornare a casa, a Piombino. Poi aggiunge: «Io sono tranquilla perché non ho fatto nulla, quindi spero venga fuori la verità. Posso dire solo questo, sto aspettando la verità».

I cinque esperti nominati dal Tribunale per chiarire una volta per tutte alcuni elementi di un’inchiesta controversa (l’arresto della Bonino nel marzo di due anni fa, la scarcerazione per «mancanza di prove» e infine il ribaltamento della decisione da parte della Cassazione), hanno risposto alle domande del pubblico ministero prima, delle parti civile poi, e infine dell’avvocata dell’infermiera, Cesarina Barghini. «Questa perizia – sottolinea la legale – ha evidenziato grandi lacune dell’indagine, che si è fossilizzata su Fausta, trascurando tutte le altre alternative che sarebbe stato logico percorrere. La perizia dice che qualcosa c’è stato, su quattro o cinque pazienti c’è stata una somministrazione indebita di eparina. Ma non ci sono elementi per risalire a Fausta».

Proprio la possibilità di spostare temporalmente in avanti la somministrazione delle dosi letali di eparina rispetto alle risultanze degli esperti è stato il tema più spinoso del confronto. L’obiettivo della difesa, infatti, pare essere quello di collocare le iniezioni di anticoagulante nel lasso di tempo in cui si sono svolti gli interventi chirurgici sui quattro pazienti. «E in questo modo – racconta chi ha seguito l’udienza – cadrebbero gli indizi a carico dell’indagata». Eppure nelle 853 le pagine della relazione, i professori nominati dal giudice hanno ripercorso la storia ospedaliera delle 14 persone scomparse, più quella di Mario Dilo Canessa considerato dagli investigatori un sopravvissuto. Gli esperti riguardo all’ex operaio della Magona ricoverato nella stessa stanza di Marco Fantozzi (deceduto il 19 gennaio 2014) spiegano come anormalità acquisite nei test di coagulazione non siano attribuibili alle somministrazioni terapeutiche e riportate in cartella di eparina a basso peso molecolare, ma siano invece compatibili con la presenza in circolo di elevate dosi di eparina somministrata poco prima del prelievo di sangue alle 7 del 14 gennaio 2014.

Per semplificare la comprensione del loro lavoro le vittime sono state divise in quattro gruppi. Del primo fanno parte Bruno Carletti, Angelo Ceccanti, Mario Coppola e Franca Morganti. E si parla per loro di casi in cui ci sono eventi emorragici con elevate concentrazioni di eparina. Nel secondo gruppo dove (Marise Bernardini, Terside Milianti, Lilia Mischi, Aldo Peccianti, Adriana Salti ed Elmo Sonetti) sono stati riscontrati eventi emorragici causalmente rilevanti del determinare il decesso, ma non è stato possibile raggiungere alcuna oggettività laboristica della presenza di elevate concentrazioni di eparina. C’è poi un terzo gruppo (Marco Fantozzi e Alfo Fischi) in cui sono segnalati emorragie che appaiono però causalmente ininfluenti del provocare la morta. Infine l’ultimo (Marcella Ferri e Sergio Ghini) in cui non sono stati riscontrati eventi emorragici nel memoriale clinico. Ora la prossima mossa spetterà al pubblico ministero Massimo Mannucci che nei prossimi mesi dovrà chiudere le indagini e decidere se chiedere o meno il rinvio a giudizio dell’infermiera.

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