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Bufo, le prime ammissioni

Il giudice non risponde al Gip ma fa mettere a verbale che riconosce alcuni addebiti ed è pronto a collaborare

C’è un prima e un dopo nella vita del giudice Roberto Bufo. Ci sono i completi polverosi, le cravatte dai toni spenti. E la sahariana chiara, le camicie bianche aperte sul petto e perfino una postura diversa, più disinvolta.

C’è il magistrato tutto d’un pezzo, rampollo (figlio unico) di una famiglia bene spezzina che si presenta in tribunale, a Massa e comincia subito una battaglia (naufragata) contro i presunti impiegati assenteisti. E c’è il politico che si presenta come simbolo della legalità, e tenta il salto di carriera. Forse guardando molto in alto, a quel Silvio Berlusconi che portava, in spilletta, appuntato sul petto in tribunale il giorno del compleanno dell’ex premier. Vantandosi con i colleghi che quel giorno non avrebbe fatto udienze perché era un giorno di festa.

E forse proprio a Berlusconi si ispirava Roberto Bufo in quella che oggi, a pochi giorni dall’inchiesta sulle aste pilotate che lo ha fatto finire in carcere con accuse pesantissime, molti chiamano la sua seconda vita. Lui, conosciuto come uomo schivo, e di poche parole, aveva cominciato a raccontare storielle, spesso spinte. Insomma barzellette stile Arcore, in stile Berlusconi.

Roberto Bufo e le sue due vite. Chi lo ha conosciuto bene, in tribunale a Massa, lo dice a mezza voce: «Quando un uomo cambia portamento vuol dire che c’è qualcosa di più grosso, che c’è qualcosa che non va».

Sì perché il giudice che arrivava a Massa, come sostituto procuratore, con le spalle curve e il cappotto blu d’ordinanza aveva davvero dato una svolta alla sua vita. Piano piano la politica era diventata la sua passione, forse quella ribalta che non aveva mai trovato in aula dove, gli avvocati che oggi preferiscono non rilasciare commenti sull’indagine ancora in corso, ne fanno un ritratto a tinte opache. Di una personalità che, con la toga indosso non si era fatta poi così notare.

Poi i primi incarichi come assessore alla caccia, alla pesca e all’agricoltura in Garfagnana e come consigliere, dal 2002 al 2007 a Lerici.

Forse un’esperienza che aveva fatto scattare qualcosa. Che lo aveva “sgessato”. Le immagini sono esplicative: da una parte il Roberto Bufo in giacca e cravatta, dall’altra quello in sahariana beige e camicia bianca aperta. È vestito così nell’intervista che gira su Youtube. È di quattro anni fa e Bufo si presenta come candidato al consiglio comunale di Massa nella lista civica Benedetti sindaco. Il magistrato guarda la telecamera, parla abbastanza sciolto. L’intervistatore lo presenta come uno dei paladini della legalità. E lui, Bufo, parla dei rischi di infiltrazione mafiosa che ci sono nel territorio di Massa Carrara. Proprio lui che, qualche anno dopo, intercettato nell’indagine sulle aste pilotate che lo ha portato dritto in carcere, dice proprio di voler tornare a Massa: «perché si ruba bene, è una miniera d’oro».

Quattro anni fa Roberto Bufo parlava da politico, lui che a Portoferraio diventerà assessore alla legalità, si metteva in prima linea per combattere quel sistema delle cosche che nella provincia apuana, per la sua posizione strategica, trovava terreno fertile.

Due immagini. Un Bufo prima, l’uomo di legge, non troppo brillante e taciturno. E un Bufo dopo: quello più spigliato, delle barzellette sconce e della passione per la politica che rivendica le sue battaglie per la legalità. Lui, che continuava a vivere una vita tranquilla, lontano dai grandi ristoranti, dalle vacanze extralusso e dagli orologi firmati, diventa un uomo di potere nella gestione della aste truccate. Un’altra personalità. Un terzo Bufo: quello che lo scorso anno, nel bel mezzo dell’indagine che lo aveva messo sotto la lente (e sotto osservazione) dice all’amico commercialista che «bisogna essere spietati e inattaccabili». Ma è ancora il magistrato goffo quando, sentendo ormai di avere il fiato sul collo dei carabinieri, suggerisce a uno dei suoi interlocutori di portare i telefonini in bagno e accendere l’acqua: «come nei film».

Oggi c’è un Roberto Bufo in carcere, provato
dagli eventi ma, come sottolinea il suo legale, che cerca di «reggere il colpo». Un Roberto Bufo che ritrova la puntigliosità del magistrato di un tempo quando non risponde alle domande dell’interrogatorio di garanzia. Ma fa mettere a verbale «l’ammissione di parte degli addebiti».

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