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Scoperto il magma che causa i terremoti, il capo del team è un pisano

Guido Ventura è "emigrato" da anni a Roma ed è a capo dello studio mondiale che ha rivelato la sorgenti di calore sotto l'Appennino. E' l'unico italiano chiamato per una missione in Tibet a giugno per studiare l'Himalaya

ROMA.«Manco da Pisa da fine anni Ottanta, ma l’accento toscano è rimasto. E ancora ho i brividi quando qualcuno, sentendomi parlare, mi domanda se sono livornese». Lo scienziato che ha scoperto una sorgente di magma sotto l’Appennino meridionale che provoca i terremoti parla toscano. Letteralmente.

Si chiama Guido Ventura, vulcanologo dell’Ingv e dello Iamc Cnr (l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche), pisano di nascita e di formazione, romano di adozione: s’è stabilito nella capitale, dove vive con moglie e figlia, dopo aver lavorato tra l’altro in Sicilia, Calabria e Campania. Ma la sua prossima tappa è all’estero: a giugno andrà per un mesetto in missione in Tibet a lavorare con gli esperti Accademia delle scienze cinese proprio sull’onda della sua ultima scoperta e di un accordo internazionale siglato da Ingv per scandagliare i sismi sulla catena dell’Himalaya.

Tutto è iniziato quattro anni fa grazie a uno studio sui terremoti che Ventura ha portato avanti insieme con Francesca Di Luccio e con un team di esperti sismologi, vulcanologi, geologi e geochimici dell’Ingv di Roma e Napoli, e dell’università di Perugia. È lui stesso a raccontarlo al Tirreno: «La scoperta è venuta fuori studiando i terremoti del Matese, massiccio montuoso dell’Appennino sannita. Nel dicembre 2013, per poco meno di un mese, abbiamo seguito una sequenza di scosse, con magnitudo massima di 5. Con sorpresa ci siamo trovati di fronte a terremoti più profondi di quelli delle altre zone dell’Appennino: altrove la sismicità si concentra nei primi 15 chilometri di profondità, nel Matese invece arrivava fino a 25 km. Ci siamo chiesti il perché e abbiamo insistito senza mai arrenderci». Il lavoro di Ventura e del suo team è proseguito con lo studio della composizione degli acquiferi (serbatoi naturali di acqua).

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«Abbiamo quindi scoperto emissioni gassose, arricchite di anidride carbonica, associate a una anomalia termica - dice il vulcanologo - Le temperature degli acquiferi di questa zona sono più elevate rispetto alle aree circostanti di due gradi, che sono tanti, considerando l’imponenza della montagna in questione. Unendo tutti i dati chimici e termici, è venuto fuori che la sorgente di calore che determina l’innalzamento della temperatura è un magma, che sta tra i 15 e i 25 km di profondità, e la cui risalita deforma le rocce circostanti. In pratica, i gas si distaccano dalla roccia fusa e causano i terremoti, aprendo o riattivando fratture». La scoperta non ha implicazioni dirette sulla pericolosità sismica che è sempre esistita e tale rimane: siamo di fronte a fenomeni non prevedibili. E come spiega l’esperto, quando la sequenza parte, non si può fermare. Oltre tutto la scossa più forte di solito, ma non sempre, è quella iniziale. «La novità invece - dice Ventura - sta nel fatto che i terremoti che si generano in quell’area hanno due meccanismi: la "classica" rottura delle faglie, e il crearsi di fratture che si attivano per sforzi crostali; e il nuovo sistema che abbiamo scoperto, cioè la risalita verticale di fluidi e del magma dal basso verso l’alto nella crosta. Nell’appennino, dopo la serie di scosse, c’è stato un silenzio sismico. E ora siamo in attesa della prossima sequenza a quelle profondità per studiare quale sia la frequenza temporale con cui il fenomeno si sviluppa».

Ma qual è l’importanza di questa scoperta? Prima di tutto è di carattere scientifico: è la prima volta al livello mondiale che viene studiato questo fenomeno. «Ora sappiamo qual è la strada che il magma si crea per risalire in superficie lungo la crosta - spiega l’esperto - e questo vale non solo per l’Appennino, ma anche per tutte le altre catene montuose come le Ande, l’Himalaya, i Monti Zagros (in Iran), la Cordigliera Nord Americana e così via».

Grazie a questa scoperta - pubblicata nei giorni scorsi sulla prestigiosa rivista di settore Science Advanced - inoltre, si potrà fare una valutazione della pericolosità sismica legata a questi eventi. «Si potranno individuare le zone da dove esce gas - dice Ventura - e studiare le implicazioni ambientali del fenomeno perché la risalita di gas cambia la composizione chimica degli acquiferi e può portare squilibrio nella microflora e nella microfauna presenti in quell’ambiente. È bene saperlo, anche se questo fenomeno non si può evitare perché il gas in gioco è tanto». Il prossimo passo? «Ora analizzeremo altre sequenze sismiche sia in Italia sia all’estero, soprattutto sull’Himalaya - spiega Ventura - In Tibet, infatti, ci sono forti emissioni gassose ad alta temperatura la cui origine non è ancora chiara. Dietro potrebbe esserci lo stesso meccanismo, anche con dimensioni maggiori rispetto a quanto rilevato sull’Appennino».

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