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Piatti caldi, luci e felicità nella fabbrica della soda - La storia / 11

La notte di Natale del ’44: una mamma con due figlie da sfollata a Solvay

Un abete illuminato, le luci colorate, dei doni. Un babbo natale sorridente, del buon cibo da mangiare. Persino dei piatti e dei bicchieri "intatti". Tutto ciò che dovrebbe essere normale appare incredibile agli occhi di Maria Dispenza, nella notte del Natale 1944 trascorsa a Rosignano Solvay. Non potrebbe essere altrimenti, per una donna che nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale ha appena perso il marito partigiano, Nello, ucciso in un agguato dai nazisti a Careggine, in Garfagnana. Una donna rimasta sola e con due figlie piccole, Giovanna e Luciana, che decide di correre il rischio estremo di attraversare il fronte della Linea Gotica, pur di fuggire dal pericolo delle rappresaglie e cercare di raggiungere ciò che resta della famiglia d’origine, a L’Aquila in Abruzzo. "Salvarci tutt’e tre o tutt’e tre ’finire’" scrive in un passaggio drammatico della memoria che ha depositato nel 1989 all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, che riproponiamo per ampi stralci in queste pagine.

L’impresa le riesce a metà dicembre, quando trascinandosi dietro le due bambine valica l’Altissimo, monte delle Alpi Apuane, con il solo conforto di sporadiche indicazioni offerte dalle guide partigiane che si nascondono tra i boschi. Dopo una tappa a Viareggio, città affamata e affollata di fuggiaschi, ottiene un passaggio da un automezzo inglese fino a Rosignano Solvay, il nucleo urbano sorto a partire dall’inizio del Novecento vicino a Rosignano Marittimo, a pochi chilometri da Livorno, intorno al polo industriale fondato dall’imprenditore belga Ernest Solvay, titolare di uno stabilimento per la fabbricazione della soda. È un’area che ha conosciuto a fondo gli orrori del conflitto a partire il 15 giugno 1944, con il bombardamento eseguito dalle formazioni alleate che avanzano incalzando i tedeschi verso il nord Italia. Dopo quel passaggio la comunità locale, incentivata dai vertici dell’azienda, inizia a organizzarsi per vivere nei grandi rifugi situati nell’interno dello stabilimento, più sicuri delle abitazioni in caso di nuovi allarmi.

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In breve il numero dei civili che cerca riparo tra i fabbricati aumenta esponenzialmente, fino a contare alcune migliaia di persone, anche perché la direzione dell’industria ha dato disposizione di destinare i generi alimentari delle mense anche ai rifugiati. Una minestra e un piatto caldo per tutti, sia per i dipendenti che continuano a mandare avanti ciò che resta della produzione, sia per gli sfollati in fuga dalle zone limitrofe. Proprio come Maria e le piccole Giovanna e Luciana, che vi approdano nelle ore gelide di una notte sempre speciale come quella della vigilia di Natale. Il trattamento che ricevono grazie anche all’efficienza del comando alleato che nel frattempo ha messo le tende tra gli edifici e la boscaglia che li circonda, consente loro di vivere una serata impensabile per quei tempi. «C’era una strana aria di festa», scrive Maria nelle sue memorie, ancora incredula dopo molti anni per quella parentesi di felicità vissuta con le figlie.

Breve parentesi, perché già il 28 dicembre sono in viaggio alla volta di Roma, dove transitano per un altro centro di accoglienza sfollati nel quale, però, ricevono un trattamento tutt’altro che umanitario. A Cinecittà i fuggiaschi vengono stipati negli stessi capannoni in cui ha preso vita il cinema italiano, e trovano ad accoglierle una "crocerossina inacidita stranamente ostile e aggressiva nei riguardi dei profughi.La ’sorella’ - racconta Maria - lesinava ogni cosa, rintuzzava e rinfacciava, con volgari insinuazioni la ’diserzione’ degli uomini dalle ’formazioni repubblichine’, assimilandoli alla calata dei barbari in cerca di prede". Per Maria, da poco rimasta vedova di un partigiano caduto per la resistenza, è davvero troppo. Si rimette subito in marcia decisa a raggiungere l’Abruzzo, una nuova impresa in cui riesce con sforzi enormi e mezzi di fortuna. Il 31 dicembre si trova finalmente al cospetto del cancello della casa paterna.

Stringe le mani delle figlie, ciondolanti al suo fianco. «Lì attaccate al cancello, a pochi passi da mio padre, dal nonno, ancora ignaro della nostra tragedia, mi sentivo e ci vedevo tre miseri fagotti di cenci. A due passi da quella porta, mi sentivo sprofondare in un abisso di sconforto. ’Papà, sono qui, misera tra i miseri, ti sono vicina e non ho il coraggio di chiamarti, di mostrarti il mio squallore, dirti il lutto e la rovina che ho dentro’. Il mio cuore gridava, ma la mia voce restava muta. Una porticina, a destra della villa, si era aperta...».

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