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Cerca lavoro ma l'azienda la gela: «Troppo facile lavorare quando vieni pagata»

Cerca lavoro ma l'azienda la gela: «Troppo facile lavorare quando vieni pagata»

Surreale replica da un'impresa a una freelance che si era candidata per un posto: «Sono allibita, hanno usato anche toni minacciosi. La gratuità è diventata normale»

PISA. «Facile lavorare quando ci sono i soldi, vero?». Quando questi poi non ci sono, dato che «lavorare stanca ma pagare le bollette di più», l’unica alternativa a un salario decente sembra essere un discorso molto simile a questo, assai familiare ai liberi professionisti: “Intanto lavora, se sei bravo poi qualcosa ci sarà per te”.

Eppure alla giovane protagonista di questa storia, Alessia Matteoli, residente a Castelfranco Di Sotto in provincia di Pisa, stanti così le cose sarebbe bastato un classico “le faremo sapere”. Sua l’esperienza fatta durante uno scambio di mail seguito all’invio di un curriculum: il primo, dopo tanto, in lingua italiana. Una storia simile a quella di tanti altri giovani italiani quella di Alessia, poco più di trent’anni, che per oltre 14 ha vissuto e lavorato in Inghilterra.

L'azienda le chiede di lavorare gratis: "Sono allibita, una risposta surreale" Alessia Matteoli dopo anni all'estero è tornata in Italia per cercare lavoro. Dopo aver mandato il curriculum ad un'azienda si è vista rispondere, anche con toni minacciosi, che è "troppo facile lavorare quando sei pagata". Ora ci racconta perché ha deciso di denunciare questa situazione surreale (video Nilo di Modica) - L'ARTICOLO

Andata sull’isola ancora giovanissima, «quando ancora era in Europa», si è fatta strada nel campo del project management, occupandosi per anni della pianificazione di progetti nel campo discografico, con artisti inglesi ed americani di fama; un lavoro creativo, di quelli molto ricercati nella “City”, ma ancora all’avanguardia nel Belpaese. Poi la decisione di tornare in Italia: la casa, le vecchie amicizie e la ricerca di un nuovo impiego, con tutte le difficoltà del caso. Comprese quelle di un mondo del lavoro in evoluzione, quello degli apprendisti con esperienza e degli “schiavi qualificati”, come ormai li si chiama nel florilegio di pagine satiriche dedicate al fenomeno sui social.

«Da un po’ di tempo sto cercando nel settore dell’organizzazione di eventi e nella pianificazione di campagne promozionali nello spettacolo – racconta la giovane – ma niente mi poteva preparare a questo genere di pretese e soprattutto a questi toni, come se tutto fosse normale o dovuto». La risposta al curriculum, proveniente da un responsabile delle risorse umane di una web tv a caccia di personale in Toscana, suonava più o meno così: «Dal suo curriculum è emerso che lei è abituata a lavorare dove ci sono grosse cifre stanziate, budget da amministrare. Troppo facile organizzare in strutture dove ci sono finanziamenti».

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E ancora: «Quello che stiamo cercando è altro, qualcuno che dal nulla sappia organizzare una sfilata o un concorso. Una persona consapevole del fatto che lavora senza fisso mensile perché tutto dipende dalle sue capacità nel saper trovare sponsor e tutto il necessario per la buona riuscita dello spettacolo».

«Sono rimasta allibita – racconta Alessia – a parte la scarsa professionalità nell’usare certi toni, in pratica si cercava una figura che intanto lavorasse senza percepire nulla. Rispondendo, ho voluto sottolineare la loro grande faccia tosta. Se c’è una cosa che impari lavorando in questo settore è che ritorni economici nei progetti ci sono quando le basi sono solide, ma per questo si deve investire nelle persone. Qualcuno dei miei amici mi chiede perché tengo tanto a farlo sapere, è semplice: sono troppi a considerare tutto questo normale anche fra chi lavora o cerca lavoro, troppi prestano servizi gratuitamente piegandosi a queste condizioni. Nella mia mail di risposta ho assicurato loro che avrei diffuso questa pessima esperienza. Il risultato è stata una telefonata dai toni minacciosi da parte di uno dei titolari». La loro paura più grande? «Che il loro nome si sapesse in giro e fosse associato a questa storia, pena una lettera dei loro avvocati» risponde, con un’amara ironia. «Chissà poi, se almeno quelli, li pagano subito o a sentenza fatta». E nel dubbio il nome sceglie di non farlo.


 

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