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Due euro al mese per fare la bidella

Due euro al mese per fare la bidella

Lucca, il caso limite di una donna con trattenute sullo stipendio Le colleghe pagate poco di più dalla coop: salario di 100 euro

LUCCA. La dignità che scompare, inghiottita da un lavoro che mobilita, ma retribuisce poco. Una realtà invisibile, formata da un esercito di 60 bidelli tra i 30 e i 65 anni (tutte donne a eccezione di un uomo), che portano a casa – in fondo al mese – intorno ai 100 euro. Se poi – com’è nel caso di una di loro – hanno in corso dei prestiti che causano trattenute dalle buste paga, si può anche scendere fino alla cifra-beffa di due euro. Si tratta di personale che presta servizio in scuole elementari e medie della Lucchesia, tutto a tempo indeterminato, «finito ai margini della riforma Gelmini del 2013 e non certo aiutato dal progetto Scuole Belle del governo Renzi», precisa Massimiliano Bindocci, sindacalista della Uil che segue il loro caso.

Il vento, per queste bidelle, comincia a cambiare dal 2014, quando il servizio a Lucca e Capannori viene subappaltato, e passa dalla Dussmann alla cooperativa Auriga di Bari. «I nostri contratti, prima da 36 ore settimanali con busta paga da 900 euro vengono formalmente mantenuti – spiegano quattro donne alle dipendenze della cooperativa pugliese –. Quello che ci viene cambiato è l’orario, che non arriva nemmeno alla metà. Auriga usa la Banca Ore, un istituto che ci dà una mano e che serve per accantonare la differenza». Il meccanismo però, a detta delle lavoratrici, si inceppa nel 2015: la banca interrompe i pagamenti e da quel momento che gli eventi precipitano.

«Il secondo anno la cooperativa comincia a scalarci ferie e permessi, spesso mai realmente usufruiti, e riesce quasi a polverizzarceli. Poi, dopo aver dato fondo ai nostri giorni di riposo, comincia a rientrare dei soldi già concessi con l’anticipazione della banca ore, attraverso prelievi e trattenute mensili». Oltre al denaro da rendere indietro per le lavoratrici si aggiungono i continui spostamenti per raggiungere gli edifici scolastici. «Alcune di noi devono “restituire” all’azienda 300 ore, che per una retribuzione di sette euro l’ora fanno 2000 euro – proseguono –. Ci costringono poi a dover affrontare senza preavviso anche 100 chilometri al giorno per raggiungere il posto di lavoro. Spesso dobbiamo recarci in scuole sparse per la Lucchesia e non solo: in Garfagnana, sopra Massarosa, e anche a La Spezia. Con lo stipendio non ci paghiamo neppure la benzina».

Come una spada di Damocle inoltre, sulla loro testa, pende lo spauracchio dell’inadempienza. «Prima ci contattavano via WhatsApp e adesso ci mandano raccomandate che arrivano il giorno stesso in cui dobbiamo presentarci sul posto di lavoro – precisano –. Hanno una referente qua a Lucca che svolge la funzione di raccordo e ci dice dove dobbiamo andare. Si augurano che risultiamo inadempienti, così da poterci licenziare. Perché non molliamo? Andrebbe in fumo quel poco di Tfr maturato e oltre a questo, non abbiamo altra fonte di reddito».

A tenerle in piedi qualche assegno familiare (non per tutte) e il rifugio di qualche lavoretto occasionale. «Alcune di noi riescono a fare qualche extra in pizzeria, altre hanno continuato nel servizio di pulizie dai privati. È dura perché nonostante non siamo reperibili per 24 ore su 24, il telefono è squillato anche il fine settimana. Tutti i mesi, poi, lo stipendio è una sorpresa, visto che sulla base di quanta banca ore dobbiamo recuperare, la cifra varia». Soldi che mancano e che pesano come macigni sull’economia della famiglia. «Siamo quasi tutte sposate e con figli. Alcune hanno dei mutui sulla casa, altre ancora i ragazzi che vanno a scuola e che non possono lavorare. I soldi mancano. Il dramma è che lavoriamo e non prendiamo niente».

Bindocci afferma di aver provato a parlare con i dirigenti provinciali del Miur, ma di non aver avuto risposte soddisfacenti. «Abbiamo sollecitato un incontro, che si è svolto alcuni mesi fa con il provveditore agli studi Donatella Buonriposi, ma non siamo arrivati a niente. Il dramma a Lucca è tangibile perché siamo di fronte ad un subappalto, mentre a Viareggio, dove altre 50 persone si trovano nella medesima situazione, il dialogo con l’azienda è più soddisfacente. Cosa chiediamo? Che l’azienda sblocchi la Banca Ore e per le lavoratrici si ripristini una situazione sostenibile».


Auriga, da parte sua, spiega con una nota di aver «sempre puntualmente rispettato sia gli accordo contrattuali che le normative che attengono al settore di riferimento in cui operano le risorse umane impiegate nella provincia di Lucca».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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