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Più licenziamenti, ma cala il contenzioso

Più licenziamenti, ma cala il contenzioso

L’allarme dell’ex cassazionista Bevere: «Esistono storture nel sistema, legate alla volontà politica»

ROMA. L’ex giudice di Cassazione Antonio Bevere osserva le storture del mondo del lavoro da anni. «Un problema esiste», segnala. Non di norme per punire i reati, che pure ci sarebbero. Ma di «assenza di volontà politica».

Dottor Bevere, lei sostiene che durante una crisi economica bisogna dare più attenzione all’intervento punitivo dello Stato a difesa di cittadini e immigrati nei casi di sfruttamento penalmente rilevante del lavoro. Che cosa significa?

«Premettiamo che norme e sentenze individuano lo sfruttamento del lavoratore nell’imposizione di una retribuzione sproporzionatamente inferiore al valore della sue prestazioni, prestazioni che talvolta deve svolgere in condizioni disagiate e addirittura pericolose per la sua incolumità fisica. A causa della crisi e del flusso migratorio, è in aumento il fenomeno di contratti che prevedono l’illegittimo profitto della parte più forte e l’illegittimo sfruttamento della parte più debole. Il soggetto attivo delle condotte di sfruttamento coincide di solito la figura dell’imprenditore, la cui strategia nella produzione di beni e servizi, prevede il taglio dei pesanti costi del lavoro e della sicurezza».

Qual è il quadro normativo italiano?

«Già il codice Rocco all’articolo 600 vieta la schiavitù. Con legge del 2003 è stata specificata la condizione analoga alla schiavitù come “riduzione o mantenimento in servitù”: approfittare di una situazione di necessità di una persona a cui sono imposte condizioni di lavoro che ne comportano lo sfruttamento. Le sanzioni per i due delitti sono: reclusione da 8 a 20 anni e pesanti limitazioni alle attività professionali e imprenditoriali del colpevole. Si tratta quindi di reati imprescrittibili».

Cosa pensa dell’aggiornamento del codice Rocco introdotta dal governo Renzi?

«Nel corso dei lavori parlamentari è stata stranamente giustificata questa legge con l’esigenza di colmare un inesistente vuoto normativo nel campo dello sfruttamento lavorativo. La nuova norma punisce chi approfitta della vulnerabilità del lavoratore con la più mite reclusione da 1 a 6 anni, introducendo quindi un delitto sussidiario, nel senso che è inapplicabile in caso di accertamento della fattispecie più grave. Il legislatore non ha chiarito i rapporti tra le due ipotesi, affidando alla magistratura il compito di fissare i confini per fatti simili, puniti in maniera così diversa».

Ci sono molte cause di lavoro?

«Nel Massimario della Corte di Cassazione è raccolta un’istruttiva casistica penale di dipendenti sottoposti a condizioni di lavoro forzato, o letteralmente, servile, tanto da essere vittime dello sfruttamento. Il 13 luglio è stata inflitta dalla corte di assise di Lecce un severa condanna per questo reato a sfruttatori italiani e stranieri. Sul piano civile sono diminuiti del 69% i processi promossi dai lavoratori del settore privato a fronte di dati che contraddicono tanta pace sociale: nel 2016 i licenziamenti sono aumentati del 28%.

Ci può essere difficoltà dei lavoratori, in tempi di crisi, a portare avanti cause del genere?

«Al di là delle ritorsioni del datore, è da considerare che l’accesso alla giustizia civile: 1) è reso più difficile da un ordinamento processuale che ha costi sempre più elevati; 2) non assicura il risarcimento del danno neppure in caso di licenziamento illegittimo (avendo trasferito il rischio del processo sulla parte economicamente più debole); 3) sottopone a stretti termini di decadenza l’esercizio di quasi tutti i più importanti diritti» .

Pensa che ci sia una carenza di controlli da parte di Asl, Ispettorato del Lavoro sulla sicurezza e le condizioni di dignità sui posti di lavoro?

«Con una maggioranza e un governo proiettati a legiferare per limitare le garanzie dei lavoratori, privilegiando i contratti a termine,

garantendo il licenziamento per semplice fatto materiale o per fine profitto dell’impresa, esasperando l’intensità dei controlli, è prevedibile che gli organi centrali diramino direttive contrastanti con questa strategia di politica economica».



 

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