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Tumore non diagnosticato, risarcita dopo una battaglia legale durata 18 anni

L'impiegata livornese è stata risarcita con 50mila euro, ma lotta ancora per sopravvivere: «Il medico mi chiamava malata immaginaria» 

LIVORNO. Roberta accarezza con amore i capelli della sua figlioletta. In quelle onde dorate si cullano tante emozioni. La consapevolezza di essere ancora viva, prima di tutto. E di aver messo al mondo un miracolo, nel momento più duro della sua esistenza. La paura di non farcela. E poi la rabbia, e il sollievo, di vivere alla giornata. Roberta (nome di fantasia per tutelare la privacy della donna) lo fa da oltre 20 anni. Da quando ha scoperto di avere un tumore alla tiroide. Un carcinoma midollare che poteva essere diagnosticato quattro anni prima, e forse sconfitto. Nel momento in cui è emerso, era cresciuto, diventando di 3 centimetri. Era il gennaio 1997. Ma quando Roberta, impiegata livornese, oggi cinquantenne, già nel 1993 lo aveva individuato attraverso l’autopalpazione, era molto più piccolo. Il suo medico di base non le ha dato retta per anni. «Mi diceva che era una ghiandolina “normale”, di quelle che abbiamo tutti, e che non c’era motivo di preoccuparsi – racconta la donna – Io tornavo da lui in ambulatorio ogni mese, a volte con delle scuse, ad esempio accompagnando mia sorella, perché ero in ansia. Però mi fidavo di lui, era anche un amico di famiglia. E all’epoca, il medico era una istituzione. La sua parola non era in discussione».

Ma un brutto giorno le cose cambiano. La scoperta della malattia, la sofferenza. E il coraggio di combattere, sempre in trincea, nei corridoi di tanti ospedali, ma anche nelle aule del tribunale. Roberta ha fatto causa civile contro il medico e oggi ha vinto: la Corte di appello, a Firenze, le ha dato ragione. Una dura battaglia legale, durata 18 anni – fatta di accesi confronti e ripetute perizie specialistiche – che lei ha combattuto assistita dagli avvocati del foro di Livorno, Riccardo Finockkì e Monica Pacetta. «Loro hanno sempre creduto in me e li ringrazio immensamente», dice la donna. E ora, dopo una transazione, da quel medico avrà un risarcimento di 50mila euro. Ma le cicatrici restano: non solo quelle dei tre interventi subìti tra il 1998 e il 2004 e delle cure a cui tuttora è costretta a sottoporsi. Ma anche quelle che le hanno scalfito l’anima.

«LEI È IPOCONDRIACA»

«Era un momento particolare della mia vita. Mi ero da poco lasciata con il fidanzato dopo una lunga storia importante – racconta – E succede spesso che in certi periodi, in cui una persona è visibilmente giù, tutto quello che le capita venga attribuito alla sfera psicologica». Esattamente quello che accade a Roberta. «La prima volta, nel 1993, andai dal medico perché, toccandomi, per caso avevo sentito una pallina sul collo, lato sinistro. Lui disse che non era niente. E aggiunse che essendo io molto magra, era normale che le ghiandole si notassero di più. Avevo 25-26 anni». Passa il tempo, la “pallina” si ingrossa, Roberta torna dal medico. E lo fa per i quattro anni successivi. «Il dottore è arrivato a dirmi che ero ipocondriaca – ricorda la donna – ma io sapevo che non era così. Non sentirmi creduta mi faceva stare male, anche perché persino i miei erano scettici». Poi nel 1995 quella ghiandola, sempre più evidente, comincia a fare male. «Il dottore non mi ha fatto eseguire esami, nemmeno un’ecografia. Solo dopo, spinto da me, si convinse a prescrivere qualche accertamento. Io stessa facevo delle ipotesi: potevo aver preso la toxoplasmosi dal gattino. O la mononucleosi. Nel gennaio 1996 mi consigliò una visita dal pneumologo e nella prescrizione annotò “adenopatia laterocervicale sinistra dolente da circa un anno” ammettendo così che io almeno, dal 1995, lo avevo informato del problema. Anche se in realtà io lo avevo messo al corrente già da due anni prima». Quel documento, chiamato “43”, come spiegano i legali, al livello processuale è stato al centro del dibattito perché considerato fondamentale dai giudici: il dottore sapeva, e come è scritto nella sentenza della Corte d’appello civile fiorentina, a lui «è imputabile, quale medico curante della signora all’epoca dei fatti, la carenza di esami strumentali di laboratorio e la sottovalutazione diagnostica dell’anomalia patologica».

L’AMICO VETERINARIO

E come sottolineano ancora i giudici, nessun accertamento viene compiuto fino a dicembre 1997, quando la svolta arriva da un veterinario, amico di famiglia di Roberta. «Guardandomi mi disse che la ghiandola che avevo sul collo a suo avviso meritava un controllo e mi consigliò di fare un’ecografia. Io non ci avevo mai pensato: essendomi rivolta spesso al medico e avendomi lui rassicurato, per me andava bene così», dice Roberta. E invece quel semplice esame, che mai nessuno prima le aveva consigliato, è rivelatore di una dura verità: c’è un nodulo solido, che poi la tac e la biopsia identificheranno in un carcinoma midollare della tiroide.

IL CALVARIO

Roberta passa i venti anni successivi tra un ospedale e l’altro. A Pisa, poi a Milano. Nel primo intervento le viene recisa la tiroide, ma purtroppo le recidive non le danno pace. E più volte è costretta a ricorrere alla chirurgia. I controlli, tutt’oggi, sono costanti. «Vado in continuazione in ospedale, in oncologia a Livorno – racconta la cinquantenne – Ormai mi conoscono tutti: la guardia giurata mi saluta come fossi un’amica. E con alcuni medici ho instaurato un bel contatto, come con la logopedista». Quella del contatto umano è la parte più bella, quella che ancora dà speranza a Roberta. Ma i momenti bui sono tanti e durissimi.

CORAGGIO E RASSEGNAZIONE

«All’inizio volevo guarire, avevo molte energie e tanta rabbia. Non accettavo quello che mi era successo. Una volta un medico di Milano, vedendomi la prima volta, mi disse: “Ma come, in 4 anni non ha mai fatto una ecografia? ”, io mi sentii di morire». Ma tutta quella collera si traduceva anche in forza. «Ero convinta che prima o poi ce l’avrei fatta. Ora è diverso: vivo alla giornata. Non ho aspettative. Ma ancora mi arrabbio quando uno specialista vorrebbe darmi la cura solo sulla base dei protocolli. Senza tener conto della persona. Non funziona così, bisogna ascoltare. Cosa che non fece all’epoca il mio dottore».

FACCIA A FACCIA COL DOTTORE

Roberta e il suo medico di base non si sono più parlati. Lui alla prima udienza, in tribunale, ha provato ad avvicinarsi. «Ma io non ero pronta a un confronto – racconta lei – Poi un giorno l’ho incrociato per strada. Appena lo vidi, mi montò dentro un’emozione bruttissima, un fuoco che mi pervase fino in gola. Cambiai strada. In quel momento ho rivisto la mia vita, mi è passata davanti agli occhi in un attimo».

FACCIA A FACCIA CON LA VITA

«E allora – prosegue Roberta – ho pensato che quella non era la mia vita, come l’avevo immaginata. E che le cose sarebbero potute andare diversamente. Se una persona, paradossalmente, dovesse augurarsi un tumore, il più blando è quello alla tiroide. La gente si opera e guarisce. Io invece lotto per la sopravvivenza. Le metastasi mi sono arrivate al fegato. Ogni sei mesi devo fare esami di routine alternati a scintigrafie. Quelle non posso farle sempre perché troppo invasive. Non so quanto vivrò. Ma so che due cose mi hanno salvato: l’incoscienza con cui, mentre ero nel pieno delle cure, con mio marito ho deciso di mettere al mondo mia figlia. Avevo 39 anni e ho pensato che non avrei avuto altre occasioni: avevo ragione. L’ho allattata per un anno, poi sono entrata in menopausa. La seconda è l’amore che ogni giorno do e ricevo da lei. Il rancore è svanito». Ha vinto la vita. E continua a farlo ogni giorno.

GLI AVVOCATI: «MAI SMESSO DI LOTTARE IN AULA»

«Non abbiamo mai smesso di crederci, di lottare, di andare fino in fondo. Anche quando il giudice in primo grado ci ha dato torto. Io sentivo che quello che la mia cliente aveva subìto non poteva passare inosservato». L’avvocato Riccardo Finockkì parla con tono fermo e pacato. Lo stesso con cui per 18 anni ha portato avanti insieme con Monica Pacetta la causa civile fatta dalla sua cliente nei confronti del medico di base a cui lei si era rivolta per la presenza di una ghiandola sul collo che poi s’è rivelata essere un tumore. «Ci sono volute tre consulenze tecniche di altrettanti specialisti per fare chiarezza sul caso – dice Finockkì – Non sono mancati difficoltà processuali e momenti bui, ma io non ho mai smesso di avere fiducia nella giustizia». La stessa cliente ammette: «Ci sono state fasi in cui io ho gettato la spugna e l’avvocato ha dovuto affrontare tutto da solo».
Ma le conclusioni dei giudici Maurizio Barbarisi, Isabella Mariani e Simonetta Afeltra sono chiare: «Si ritiene attendibile la relazione causale tra inappropriata condotta del medico e il ritardo diagnostico della patologia tumorale tiroidea (...) L’anticipazione

diagnostica avrebbe consentito di identificare la neoplasia in una fase di minore estensione producendo maggiori possibilità di remissione di malattia e minore probabilità di recidiva». Che precisano anche che il processo neoplastico non può considerarsi spento.

 

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