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Alluvione a Livorno, tremila abbracci per Filippo e la sua famiglia distrutta

Livorno, dura accusa del vescovo alle istituzioni durante la messa per le quattro vittime del villino di viale Sauro

LIVORNO. L’elefante di pezza ha il corpo grigio e un orecchio blu. È appoggiato sulla bara bianca di Filippo. E fa piangere da quanto mette paura. Perché i funerali non sono un posto per giochi, colori e bambini. Soprattutto quelli che hanno compiuto gli anni da pochi giorni e dovrebbero essere ancora a festeggiare con i genitori, i nonni e gli amichetti. Invece dentro al Duomo vestito a lutto, va in scena la cerimonia del dolore della gente per una tragedia assurda e la partita delle accuse tra il vescovo Simone Giusti e il sindaco Filippo Nogarin.

Il primo chiede atti «concreti per evitare nuove albe di morte» come quella di domenica, il secondo, appena finita l’omelia, lo invita ad occuparsi «delle anime e invece mette bocca in cose che non sono di sua competenza».

Nubifragio a Livorno, i volti e le storie delle vittime Livorno piange le vittime dell'alluvione del 10 settembre. Nelle immagini i volti e le storie di chi ha perso la vita a causa del maltempo (video a cura di Yuri Rosati) - L'ARTICOLO


Ma quello che conta di più è l’abbraccio silenzioso, ordinato e disperato di una città che si è fermata e ha sfilato, per ore, davanti alla tragedia di una famiglia unita e composta, rimasta intrappolata nel fango in una notte che ha capovolto il mondo di tutti, dei vivi e dei morti. Per sempre. Nella terra di mezzo delle lacrime e di tremila abbracci si muovono Paola e Giorgio, mamma e fratello di Simone Ramacciotti. «Tutto questo affetto – fanno sapere – ci aiuta e ci sostiene in un momento di estremo dolore. Non abbiamo voluto una cerimonia pubblica per non spettacolarizzare un momento privato e tragico. E di questo rispetto ringraziamo la città». Vicino a loro i genitori di Glenda Garzelli che lavorava da un commercialista, gli zii, i colleghi di lavoro di Roberto, alle Assicurazioni Generali, i compagni di scuola della coppia al liceo Enriques che hanno guardato questi due eterni fidanzatini, sposarsi e mettere su famiglia. «Erano persone riservate e speciali», dice in lacrime Martina. Ci sono completi grigi e pantaloni strappati, gonne a fiori e tacchi, tailleur e t-shirt.

«Quando è successo – racconta Alessandro Berti, che con Roberto gestiva l’agenzia Generali di Empoli – sono stato tutto il giorno a darmi schiaffi sul viso: probabilmente mi sveglio e finisce tutto, mi ripetevo. Invece dopo un po’ ho capito che non era un incubo ma era un incubo dentro la realtà». Poi aggiunge: «Simone e Roberto erano speciali, scherzavamo, ci prendevamo in giro. Tutte le volte suo padre gli diceva: “Fai sport e stai dritto su quella sedia”. E io per scherzare passavo e gli appendevo la giacca sopra come se fosse un appendiabiti».

Nelle prime file ha l’espressione sconvolta la tata che si occupava di Filippo e di Camilla. La bambina è l’unica ad essersi salvata dall’onda che ha invaso il giardino della villa tra lo stadio e il mare. Mancano pochi minuti all’inizio della messa quando gli addetti fanno avanzare i molti rimasti fuori, dietro al cordone delle forze dell’ordine messo a tamponare le lacrime. È così che l’abbraccio tra una città che soffre e la famiglia simbolo di questa tragedia si fa più stretto, inteso. C’è chi trova posto sugli scalini, chi nel confessionale. C’è anche il mondo istituzionale, senza fasce e lustrini, come chiesto dalla famiglia. Proprio il sindaco Nogarin è l’ultimo a entrare in Duomo; lungo la navata destra si intravede la giunta comunale quasi al completo, dall’altra il presidente della provincia Alessandro Franchi e la sindaca di Empoli Brenda Barnini.

Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo arriva una della molte domande a cui non si è ancora data una risposta. «Cristo morì per noi. Qualcuno è disposto a morire per una persona buona?», è uno dei passaggi. Glenda, Roberto e Simone lo hanno fatto per provare a salvare Filippo.

Il vescovo Giusti porta il cordoglio di Papa Francesco e usa la metafora di «un petalo strappato dal fiore prima del naturale percorso della vita», per spiegare la violenza di quanto successo. Poi rincara la dose e ripete per otto volte due parole: «Mai più». Aggiungendo nell’ultima: «Mai più un giorno come questi. E chi ha da capire comprenda». Poi nel giorno della polemica su allerta meteo e ritardi nell’allarme spiega: «Meglio una notte in più a casa di amici, meglio una polemica sui giornali in più per una falsa allerta che nuovamente giorni come questi. Ma se la burocrazia con le sue terribili leggi inerziali, non cede il passo a pronti interventi di riassetto idrologico del nostro territorio a partire da Montenero e Valle Benedetta, potremo presto rivedere un’alba piangente come quella del 10 settembre». Poi alle telecamere della Vita in diretta incalza: «Chi doveva gridare alla gente di uscire? Si è fatta una riunione di giunta per cambiare le cose? Altrimenti si fanno chiacchiere e la gente continua a morire».

Il suo è un attacco diretto alle istituzioni, non il primo nella sua permanenza a Livorno, ma sicuramente il più duro. «Ma il torrente e la pioggia esagerata – si domanda – sono i colpevoli? Ma ciò non doveva succedere, perché l’invaso era stato costruito proprio lì perché si riteneva impossibile potesse esondare, tanto che era considerato innocuo e dimenticato».

Questo accade poiché «l’uomo crede di poter tutto prevedere ma sovente si trova davanti all’imprevedibile e tutto ciò purtroppo è non privo di conseguenze: quanto dolore oggi e per chissà quanti anni e in quante persone. Con umiltà e forte determinazione questa protervia umana deve cedere il passo all’umiltà e a concreti piani di evacuazione per aree a rischio esondazione».

Il resto sono solo applausi e un palloncino bianco con la scritta: “Le tue maestre”. Insieme all’elefante accompagna Filippo nell’ultimo viaggio. Non aver paura, alle tue spalle arrivano anche mamma, babbo e nonno.
 

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