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Invia 800 curriculum in 2 anni, ma la risposta è sempre la stessa: Pesi troppo

Invia 800 curriculum in 2 anni, ma la risposta è sempre la stessa: "Pesi troppo"

GLI SFRUTTATI IN TOSCANA. Federica, livornese di 25 anni, in due anni ha inviato 800 curriculum ma le vietano anche i colloqui. «Mi hanno pure detto: come cameriera non saresti veloce abbastanza tra i tavoli»

LIVORNO. Federica ha 25 anni, vive a Livorno e vanta un record: l’invio di quasi 800 curriculum in 2 anni. Intanto cambia tre lavori, viene pagata in ritardo, costretta a orari impossibili. E non è il problema più grave. Federica spesso è maltrattata, umiliata prima ancora di cominciare. La vedono e a volte nemmeno la ammettono al colloquio. Perché è in sovrappeso. L’eccesso di peso - secondo alcuni - non le dà nemmeno diritto a una prova per vedere se il lavoro lo sa fare o no.

LA CACCIA AL LAVORO

«Sono passata da un lavoro all’altro senza soste, ma pur di fare qualcosa non mi sono mai fermata». Federica Lucchesi comincia a raccontare di sé così, come tanti. La solita trafila di precarietà. «La catastrofe inizia quando vado via dal servizio civile che facevo negli asili. Sapevo che non poteva durare, cercavo il futuro». Lo va a inseguire tra una telefonata e l’altra nelle ore di pause, prova a stanarlo tra gli annunci ritagliati dai giornali e i cento fogli con i curriculum impilati sulla scrivania. Li spedisce ovunque, centinaia di caselle mail, decine di agenzie di lavoro. Li porta anche a mano quando può. Così arriva il colloquio per un ristorante. Ottimo, è il suo settore.

LA TELEFONATA NON ARRIVA

In sala è la prima, le altre candidate ritardano. Aspetta per 45 minuti e fa la prova da sola. «Sei brava, domani ti chiamiamo e inizi subito». Quella telefonata non arriva e lei richiama. Ma i proprietari si negano, fanno rispondere altri. Fino a che Federica decide di passare dal ristorante e scopre che hanno preso l’altra ragazza, una di quelle che non si erano presentate.

Ricomincia il giro e finalmente il suo curriculum plana sulla scrivania giusta. Uno stabilimento balneare a Tirrenia: una settimana di prova richiesta e brillantemente superata. «Sei brava, ti faccio il contratto la prossima settimana». Federica sa che non ci si deve fidare troppo, che bisogna marcare stretto anche sulle cose scontate. «La prova me la pagate?», chiede. «Certo». Ottimo, persone affidabili.

CONTRATTO SOLO PROMESSO

Lavora anche 12 ore al giorno la prima settimana. Ritmi tosti, tanto che un pomeriggio si sente male e sviene. Ma si riprende e continua a lavorare, non la mandano a casa. Quando rientra, dopo un giorno di pausa, torna alla carica. «I soldi della prova? E il contratto, quando lo firmo?». La proprietaria va nel pallone, la trascina con sé in bagno. E lì comincia a piangere. «Mi metti in una situazione orribile, se vuoi il contratto è un problema». E dopo qualche giorno la mette alla porta, pagandole quanto fatto. Senza lacrime stavolta.

I RIFIUTI

Quasi vacilla, c’è da scoraggiarsi ad andare avanti così. Ma si fa forza e riparte il tour del curriculum, batte Livorno palmo a palmo. “Cercasi cameriera” legge sulla porta di un ristorante. E si presenta. La proprietaria la squadra, soppesa il suo corpo come un oggetto. Occhio clinico e freddo, come se non fosse nella stanza. Apre la bocca, il gelo esce fuori e si pianta nell’orgoglio di Federica: «Non vai bene, non credo che saresti abbastanza veloce fra i tavoli».

Federica in passato ha lavorato in un ristorante con 250 coperti. Senza battere ciglio. E ora gira le spalle e torna a casa. Si sente svuotata, ferita. Non vuole più sentirsi così solo perché vuole lavorare. La madre la vede, capisce che qualcosa non va. Parlano e il giorno dopo va al ristorante.

«Non è andata per farmi assumere. Ha solo detto alla padrona: “Ma lei la mattina allo specchio si guarda?”», racconta Federica. Deve essere stata convincente. Federica ottiene una prova. E la supera. «Comincio a lavorare e piacevo perché in una sera gestivo anche 70 persone da sola. Il mio lavoro lo so fare».

CONTRATTO A CHIAMATA

Contratto a chiamata, giorno per giorno, reperibilità fino alle 20.30. Se non la chiamano per quell’ora è libera. Lei stringe i denti e fa tutto bene. Le promettono un contratto ma poi non se ne fa nulla. Le dicono che «la sua schiena comincia a scricchiolare», che così «non avrebbe retto i carichi estivi». «In realtà – spiega Federica – non hanno mai chiamato un aiuto, qualcuno a supportarmi». Ancora il suo peso utilizzato come un’arma contro di lei. Si licenzia e riparte il giro.

E la questione del peso ritorna. Alla rovescia stavolta. Si iscrive su un sito di annunci e la contattano. Cercano una di bella presenza per fare accoglienza in piscina in un albergo. «Mi sentivo già fuori», racconta lei. E invece la chiamano. Telefonata strana: «È un albergo in centro a Livorno, si accolgono le persone in piscina. Se non sai le lingue non fai niente, tanto dovrai stare, diciamo così, desnuda. Ci vuole bella presenza». Non ha mai sentito di un albergo così in città. E quando si descrive, dall’altro lato ringraziano e attaccano. «Stavolta forse avere un po’ di ciccia mi ha salvata». E ci ride su. Ma è amara.

***

SEGNALATECI I VOSTRI CASI: ECCO COME FARE

Il Tirreno raccoglie le storie del lavoro sfruttato in Toscana. Abbiamo deciso, infatti, di iniziare un'inchiesta su chi viene pagato assai meno di quello che prevede il contratto, su chi viene assicurato per la metà del tempo che lavora. O su chi viene inquadrato per una mansione e ne svolge un’altra o altre tre o quattro insieme. Addirittura ci sono casi di persone che continuano a lavorare mesi nella speranza di riscuotere mensilità arretrate perché non hanno visto un soldo da quando hanno varcato la soglia del posto di lavoro. E c’è pure chi si è ritrovato licenziato perché si è fatto male lavorando. Se avete casi da segnalarci scriveteci a inchiestadeilettori@iltirreno.it

Si può chiedere di raccontare la propria storia anche in forma anonima, soprattutto se il lavoro è ancora in corso. Tuttavia è necessario inviare un numero di telefono al quale essere ricontattati per verificare le vicende che ci raccontate.

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