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Pagata a voucher per un anno in una pizzeria - L'inchiesta

Pagata a voucher per un anno in una pizzeria - L'inchiesta

GLI SFRUTTATI IN TOSCANA. Viareggio, coi buoni saldate due ore al giorno. Gli extra venivano comunque liquidati in nero. Laura: "Al lavoro anche con la febbre. E sono stata licenziata così..."

VIAREGGIO. Dal bancone della pizzeria guardava spesso, fuori, la gente andare e venire lungo la passeggiata liberty di Viareggio. Sorrisi, chiacchiere, sacchetti dello shopping pieni, mentre lei cercava solo di conservare la dignità. «Dovreste vedere in che condizioni lavoravo. In cucina ci pioveva. Tagliavo il prosciutto e sentivo l’acqua gelida sgocciolarmi sul collo. Poi tornavo davanti al forno, sudavo all’inverosimile e, sudata, tornavo nella cucina fredda. Mi ammalavo spesso», racconta Laura, 26 anni, di Forte dei Marmi: da due anni si è trasferita a Viareggio dove vive con il compagno.

Nell’agosto del 2016 trovò, e accettò, un lavoro come banconiera in una pizzeria al taglio sul lungomare di Viareggio. Tagliare e servire pizze e focacce per due ore al giorno: questa doveva essere la sua mansione. Ma alla fine si è trovata a fare di tutto: affetta prosciutti, taglia pomodori, prepara la cucina, poi puliscila, vai in bagno, pulisci anche quello e bene, forza, puzza ancora. Le due ore erano sempre tre, che poi diventavano sei nel fine settimana e anche undici nei giorni del Carnevale. Ma questa è la nota positiva. In un anno non ha mai visto una busta paga. Tutto in nero, o quasi. Effetti di uno Stato che continua a promettere di abolire il lavoro nero e non lo fa. «Mi avevano garantito che per i primi giorni mi avrebbero pagata con i voucher, poi, finito il periodo di prova, mi avrebbero assunta». Il contratto però non è mai arrivato. Veniva pagata settimanalmente: un po’ con i voucher e il resto al nero. Sempre 7,50 euro all’ora.

Ha lavorato un anno intero in quella pizzeria, sei giorni a settimana, senza mai prendersi un giorno di “ferie”. «Stare a casa significava non prendere soldi e poi temevo che provassero qualcuno con cui magari si sarebbero trovati meglio». E ciao lavoro. «Da un giorno all’altro sarei potuta ritrovarmi senza i soldi per pagare le bollette». È il motivo per cui Laura andava a lavorare anche con l’influenza. «Un giorno avevo la febbre a 38. Era inverno. La cucina era ghiacciata, pioveva dentro, come sempre, e sono stata due ore bagnata. La sera non mi reggevo in piedi». Ma nessuno qua fuori se ne è accorto. Non l’ispettorato del lavoro. Non l’Asl. E i sindacati? Perché non ha denunciato? «E dopo chi lo ritrova un lavoro», dice lei. Poi un giorno succede qualcosa. Si incrinano i rapporti tra lei e il pizzaiolo. Lei lo fa presente ai titolari, spiega loro che non riesce più a lavorarci accanto, che non sta bene con lui. «E lo sa cosa hanno risposto?». No, cosa? «Uno dei titolari ha detto all’altro: “Dalle gli ultimi soldi che deve prendere e mandala via, che prendiamo una straniera”». È stato così semplice, licenziare. Tanto non era assunta.

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SEGNALATECI I VOSTRI CASI: ECCO COME FARE

Il Tirreno raccoglie le storie del lavoro sfruttato in Toscana. Abbiamo deciso, infatti, di iniziare un'inchiesta su chi viene pagato assai meno di quello che prevede il contratto, su chi viene assicurato per la metà del tempo che lavora. O su chi viene inquadrato per una mansione e ne svolge un’altra o altre tre o quattro insieme. Addirittura ci sono casi di persone che continuano a lavorare mesi nella speranza di riscuotere mensilità arretrate perché non hanno visto un soldo da quando hanno varcato la soglia del posto di lavoro. E c’è pure chi si è ritrovato licenziato perché si è fatto male lavorando. Se avete casi da segnalarci scriveteci a inchiestadeilettori@iltirreno.it

Si può chiedere di raccontare la propria storia anche in forma anonima, soprattutto se il lavoro è ancora in corso. Tuttavia è necessario inviare un numero di telefono al quale essere ricontattati per verificare le vicende che ci raccontate.

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