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Camionista lavora 70 ore a settimana, ma gliene pagano 40 - L'inchiesta

Camionista lavora 70 ore a settimana, ma gliene pagano 40 - L'inchiesta

GLI SFRUTTATI IN TOSCANA. Il camionista ogni giorno guida un tempo superiore a quello consentito per legge. «Ma i controlli sono inesistenti. Quando arrivano il capo ci avvisa il giorno prima»

FIRENZE. Le sue mani hanno stretto più il volante del suo camion che suoi figli e sua moglie. Dieci, 12, persino 14 ore al giorno a stringere quel rivestimento in pelle, a sognare solo un poco di riposo. Che non arriva mai: Francesco (nome di fantasia per non renderlo riconoscibile, ndr) trasporta calcestruzzi con il suo camion in Toscana. Si sveglia prima dell’alba e stacca da lavoro alle 21. Torna a casa, mangia, va a dormire. E riprende l’indomani, ogni giorno uguale.

È il Sisifo della contemporaneità. Racconta l’antico mito greco che l’uomo che aveva osato sfidare gli dei fosse stato punito da Zeus. La condanna? Spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava di nuovo a valle. E Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata. In eterno. Così Francesco. «Mi pare di vivere in una realtà parallela, non so più se lavoro per vivere o il contrario. La vita a casa praticamente non esiste. Mi sveglio, comincio a lavorare e non so mai quand’è finita». E però il nostro Sisifo un contratto ce l’avrebbe. E su quello non c’è scritto “Impegno lavorativo: eternità”. Anzi, si dice, in ossequio alle antiche conquiste sindacali: “Quaranta ore a settimana”. «Se dovesse capitare di farne così poche, beh, quel giorno festeggerò».

Sono passati 36 anni dalla prima volta che Francesco ha messo piede su un camion. E da giovane non era proprio la stessa cosa. «Qualcosa con il tempo è cambiato, chi dà lavoro si nasconde dietro la crisi ma non è solo questo. I soldi sono diminuiti, c’è stata una notevole moria di aziende minori. Il punto è che il grosso dei contratti è in mano a pochissime ditte. Due o tre. E tutto è gestito con i subappalti». In pratica, racconta Francesco, c’è tutta una rete di piccoli proprietari, con un parco limitato di automezzi, che dà lavoro ai trasportatori pur essendo a servizio esclusivo delle aziende principali. «Un meccanismo che tritura la gente. La ditta principale in questo modo non è responsabile delle condizioni di lavoro imposte e in realtà non fa niente per alleggerirle, anzi. Ritardano sui pagamenti, tagliano commesse e soldi ne circolano sempre meno. E i proprietari si rifanno poi su chi trasporta».

Così, nonostante le ore lavorate siano molte di più, Francesco percepisce un mensile che si aggira attorno ai 1200 euro. E l’orario, tra impegno e guida, dovrebbe essere di otto ore quotidiane. Ma difficilmente, cominciando alle 7, Francesco scenderà dalla cabina di guida prima che siano le 20. Le 10 ore si superano di sicuro.

Niente straordinari, ovvio. E talvolta si lavora anche di domenica. «Per quelle mi danno 50 euro, non di certo il festivo lavorato. Le contano come chilometri o altre voci. In più siamo usurati, stiamo su strada senza soste. Arrivati a sera, se mi facessero un test dei riflessi, sarebbe un disastro. Altro che giovani ubriachi il sabato sera».

Eppure Francesco ha un contratto a tempo indeterminato. Ci sono delle tutele, le prevede la legge: «I controlli sono inesistenti – ride amaro -quando deve arrivare l’Asl il proprietario ci avvisa prima, ci dice “domani mettete i caschi”. E loro si presentano. I sindacati sono assenti, io ho paura persino a iniziare una vertenza. Un mio collega ha denunciato all’Ispettorato del lavoro. La ditta lo ha individuato, hanno cominciato a rendergli la vita impossibile». Si chiama mobbing. Peccato però che alla fine sia andato via il collega. Senza conseguenze per i datori di lavoro.

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SEGNALATECI I VOSTRI CASI: ECCO COME FARE

la prima storia è stata quella della cuoca marocchina pagata 3 euro l’ora per lavorare non solo in cucina. Poi ne sono seguite decine: tutte con lo stesso denominatore comune, lo sfruttamento. Il mancato rispetto dei diritti. I riposi non concessi, le ferie non godute, gli straordinari non pagati (o pagati 50 centesimi l’ora). Poi sono arrivate le persone che lavorano con la promessa del contratto (mai firmato), quelle che hanno firmato il contratto per 3 o 4 ore al giorno e ne lavorano il doppio (non assicurate). La casistica è varia, anche nella Toscana civile e avanzata. Per chi vuole continuare a raccontare la propria storia (documentata) di sfruttamento al lavoro, Il Tirreno mette a disposizione una mail alla quale scrivere: inchiestadeilettori@iltirreno.it .

Si può chiedere di raccontare la propria storia anche in forma anonima, soprattutto se il lavoro è ancora in corso. Tuttavia è necessario inviare un numero di telefono al quale essere ricontattati per verificare le vicende che ci raccontate.

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