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Scivola nella cella frigo, chef cacciato

Scivola nella cella frigo, chef cacciato

Montecatini, lavora a nero nella cucina dell'hotel a quattro stelle

Il Tirreno raccoglie le storie del lavoro sfruttato in Toscana. Stiamo conducendo un'inchiesta su chi viene pagato assai meno di quello che prevede il contratto, su chi viene assicurato per la metà del tempo che lavora. O su chi viene inquadrato per una mansione e ne svolge un’altra o altre tre o quattro insieme. Addirittura ci sono casi di persone che continuano a lavorare mesi nella speranza di riscuotere mensilità arretrate perché non hanno visto un soldo da quando hanno varcato la soglia del posto di lavoro. E c’è pure - comne in questo caso - chi si è ritrovato licenziato perché si è fatto male lavorando. Se avete casi da segnalarci scriveteci a inchiestadeilettori@iltirreno.it

MONTECATINI. Un gesto solito, leggero, un passo nella cella frigo. Fatto di fretta, perché si deve, perché si è pochi. E il piede va lungo, cede alla gravità e al pavimento umido e Michele lo chef finisce a terra. Una costola rotta e una severa contusione alla testa. «Un mese almeno senza lavoro», gli dicono al pronto soccorso. Da lì a tre giorni sarà licenziato. Dopo anni di gavetta, segreti rubati nelle cucine di tutta Europa, aveva provato il grande salto. Prendere la cucina di un hotel 4 stelle nella sua Montecatini. Con Federico, il socio amico di sempre. Le prime prove qualche mese prima dell'assunzione. A nero, "ovviamente". E qualcosa già non andava: tantissimo lavoro, oltre duecento ospiti in sala, solo in tre in cucina. E attrezzature non adeguate. Ci si adatta, poi arriverà il contratto. Il contratto arriva quando è primavera. Tutto regolare. No, non tutto. Lo stipendio c'è. Il resto traballa: molte più ore delle otto giornaliere, solo due in cucina.

«Per quei ritmi ne servivano almeno quattro o cinque di persone. Certe sere anche di più», spiega Michele. Aveva ragione, ma a provarlo, ahilui, sarà il suo licenziamento. Michele cade e Federico resta solo. Lui contro duecento persone. Quando Michele chiama per dire che non potrà tornare, la direzione s'infuria. «È inaccettabile», sbraitano. Vietato farsi male. È poco rispettoso. Federico chiede un aiuto. Non se ne parla: «Vada avanti», è l'ordine della proprietà. Se il suo socio ha il costato fragile non è affar loro. Arriverebbe persino un fornitore a minacciarli, secondo i due cuochi inviato dai proprietari. Stando ai licenziati, se il personale di cucina non si fosse messo a lavorare subito - questo l'avvertimento - tutti quanti sarebbero stati a rischio. Federico regge ancora tre giorni, poi la pressione si fa insopportabile. Impiatta e piange, gli ordini arrivano e pungono come un alveare impazzito. Cede e va dal suo medico, che lo manda dallo psichiatra. Gli prescrive un calmante. E la cucina, una sera fatale, resta vuota. Licenziati. Entrambi.

La spiegazione ufficiale è che il contratto di prova, quello che avevano firmato, era scaduto. Peccato fossero inquadrati come quarto livello e fossero di secondo. E che il periodo fosse di 45 giorni contro i 30 previsti da quell'inquadramento. Beffa nella beffa. Michele e Federico vanno a casa, ma prima passano dal sindacato. Parte la vertenza. «Non siamo molto contenti del lavoro del sindacato. Avrebbero potuto dirci che ci spettava l'intero stipendio fino alla fine del tempo determinato, ma non lo hanno fatto», recrimina Michele. «Con questa cosa non lavoreremo più qui, ma almeno ci siamo difesi», dice Michele. Ora gireranno l'Italia con un food truck, un camion con del cibo tipico. L'antidoto contro l'arroganza di certi datori di lavoro, sempre più, è la fuga nell'avventura della piccola impresa. Per chi può.

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