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Il lavoro a pochi euro, decine di segnalazioni

Il lavoro a pochi euro, decine di segnalazioni

L’inchiesta del Tirreno sulla realtà del precariato in Toscana

GROSSETO. Affetta, metti a posto, sorridi; incarta, taglia, sorridi; strappa lo scontrino, pulisci i macchinari, sorridi. Ricomincia. E con un’ora di lavoro non puoi pagarti nemmeno un caffè e una pasta al bar.

A Francesca avevano proposto un part-time al bancone di un alimentari in provincia di Grosseto: poche ore di impegno per 600 euro mensili. Ma la busta paga a fine mese era una bugia. Impegno orario più che raddoppiato e retribuzione per un’ora d’impegno di due euro e trenta. Il lavoro che crea miseria.

«Non si sputa sul lavoro, me lo hanno sempre insegnato e io ho sempre vissuto così – racconta la donna – ma in questo caso si era andati oltre. E non hanno apprezzato affatto quando dopo due settimane ho fatto loro notare che così non si poteva andare avanti».

C’è la calca estiva e i turisti aumentano il giro di affari del negozio. Francesca, 40 anni ormai passati, da una vita salta da un lavoro precario all’altro. L’offerta dell’alimentari la trova su uno di quei gruppi “Cerco e offro lavoro” su Facebook. Le intermediazioni saltano, il mercato è liquido. Colloquio, prova di due giorni a fine luglio e ad agosto 2016 è assunta. Un mese, 600 euro. Tre ore al giorno. «Non abbiamo bisogno di più tempo», le spiegano.

Lei accetta. Dei soldi ha bisogno e ha un figlio a carico. Fa le pulizie per un campeggio ma anche da quello prende pochi soldi. Con il nuovo part-time spera di poter tenere entrambi i posti, ma poi si fa male a un braccio e l’altro lavoro può farlo solo il sabato mattina. Poco male, quel che prende dall’alimentari può bastare per quel mese, pensa. «Non si sputa sul lavoro». Parte con serietà e dedizione. Sa bene, da nomade del lavoro, che il primo impatto è importante. «Si lavora e non ci si lamenta». Ma già dai giorni di prova qualcosa non torna. Le tre ore diventano mezze giornate. Le mezze giornate si allungano e cannibalizzano le pause pranzo. E dalle pause pranzo in un lampo si fa sera. E Francesca dal bancone non si è mai mossa. Le serrande si sono alzate e abbassate senza che lei abbia smesso di lavorare.

Arrivati a Ferragosto fa due conti. Che non tornano. In due settimane ha già esaurito le ore di lavoro da fare rispetto alla paga pattuita. Da lì in poi sarebbero straordinari. E lo fa notare al responsabile. Che non apprezza. «La proprietaria è rimasta prima interdetta – racconta Francesca – il giorno dopo, piccata, mi dice che ho sbagliato i conti. E mi dice che non avrei preso affatto i due e trenta che avevo calcolato». Lei incassa e tra sé e sé si dice: «Avrò sbagliato».

Poi scopre che non ha sbagliato. È il responsabile che glielo fa capire. Da quel giorno è un calvario, Francesca non ne combina una giusta. «Che ci fai lì? Perché fai sempre domande? Mi hai rotto!». L’ha presa di mira e lei sa perché. Ma non demorde e lavora, fino alla fine del mese.

Arriva la busta paga.
Seicento euro per 130 ore lavorate. Lei le ha segnate e lo segnala al commercialista dell’azienda che trasecola. Poi controlla e scopre che Francesca ha ragione. Si fa valere e ottiene i soldi anche per le 70 ore in più. Ma in quel posto, si è giurata, non ci metterà più piede.



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