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I forzati del lavoro: "Io cuoca tuttofare a 3 euro l'ora e mai un giorno libero"

Inizia il nostro viaggio fra chi è costretto ad accettare qualsiasi impiego. Massa, il racconto di una donna di 45 anni assicurata per un terzo del tempo: "È quello che si trova e non possiamo farne a meno"

Questa che vi proponiamo è la prima storia di lavoro forzato in Toscana, di sfruttamento. Abbiamo deciso, infatti, di iniziare un'inchiesta su chi viene pagato assai meno di quello che prevede il contratto, su chi viene assicurato per la metà del tempo che lavora. O su chi viene inquadrato per una mansione e ne svolge un’altra o altre tre o quattro insieme. Addirittura ci sono casi di persone che continuano a lavorare mesi nella speranza di riscuotere mensilità arretrate perché non hanno visto un soldo da quando hanno varcato la soglia del posto di lavoro. E c’è pure chi si è ritrovato licenziato perché si è fatto male lavorando. Se avete casi da segnalarci scriveteci da inchiestadeilettori@iltirreno.it

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MASSA. Il puzzo di fritto la precede, mescolato al profumo di balsamo nei capelli ancora bagnati. «Ciao, piacere, scusami ma ho veramente poco tempo», si presenta Mawiya, 45 anni, originaria del Marocco, ma residente in Italia da sempre. Ha staccato due ore fa da lavoro e già deve rientrare. Lavora in un ristorante di Marina di Massa. Doveva occuparsi della friggitoria, fritti misti e patatine a gogò, ma alla fine è diventata la factotum della cucina. Taglia le verdure, la frutta, il pane. Pulisce il pesce, prepara le insalate, i panini. Lava i piatti, la cucina e, alla fine, anche i bagni. «Diciamo che faccio tutto quello che mi viene chiesto di fare», racconta. Mai un’obiezione. «Il padrone è severo». Lo chiama proprio così: il padrone.

Sulla mano destra ha un cerotto che le copre quasi tutto il dorso. «Guardi questo? – dice – Non è nulla, mi sono bruciata con l’olio bollente perché mi sono distratta». Già, non è nulla. Capita di peggio nelle cucine, miniere infernali con i 40 gradi d’estate. Tagliarsi un dito con l’affettatrice, ad esempio, farsi dare 5 punti di sutura al pronto soccorso e poi tornare al lavoro con il dito fasciato, come ha fatto la collega di Mawiya l’anno scorso, ma invano dal momento che poi è stata licenziata «perché si faceva sempre male». E licenziata è pure un’iperbole: un contratto, non lo ha mai avuto.

Mawiya, invece, ce l’ha. Peccato che sia assicurata solo per 4 ore al giorno, 5 giorni a settimana, lavori il triplo, nascosta in quel mondo di lavoro grigio dove nemmeno gli ispettori del lavoro riescono a entrare. Lavora la mattina dalle 10 alle 16 e poi dalle 18 alle 23, quando va bene («a volte è capitato di non riuscire nemmeno a fermarmi»). Dieci, undici, dodici ore al giorno. Almeno 70 ore a settimana, il doppio delle ore di un operaio in fabbrica. Tutti i giorni, senza giorno libero, le ferie un miraggio. Totale dello stipendio: 900 euro al mese. Una cifra come 3 euro all’ora. Con un calcolo esatto forse viene fuori

anche meno. «Anche le mie colleghe guadagnano così e non sono straniere: non è razzismo. È che questo è il lavoro che c’è. Non possiamo farne a meno», spiega Mawiya con una flemma come se tutto questo fosse normale. E per molti normale lo è diventato davvero.
 

 

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