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Una bacchetta magica per trovare l’America

Nicola Luisotti

Nicola Luisotti: volevo diventare organista, poi per caso è arrivata la direzione. Il mio sogno? Lo lancio con voi: poter girare in bici intorno al lago di Massaciuccoli

Il dito scorre veloce nei registri di Ellis Island. L’anno indefinito dell’emigrazione italiana. Molto toscana. L’indice si ferma su un nome. Un sussulto impercettibile. Nicola Brocchini: Massarosa. Diciassette anni. Non c’è storpiatura. È lui. Una foto lo conferma. Il cappellaccio in testa, per ripararlo dal sole, mentre lavora alla costruzione delle ferrovie americane. Prima di tornare in Versilia. E morire nella costruzione dell’Eden, a Viareggio. Il teatro di Ermete Zacconi. Una domenica assolata del 1931, prima di Petrolini, della Duse. «Il teatro che toglie, il teatro che dà», commenta Nicola Luisotti, a New York, nell’appartamento affacciato sul fiume Hudson. Lo stesso nome del nonno, anche se è il quarto nipote maschio, da parte della figlia Rita.

Quando si dice il destino. Lo sguardo rivolto verso Ellis Island, il cancello d’ingresso della Merica. In pianoforte in piena vista. Da qualche parte le bacchette in legno d’ulivo delle piane della sua terra, Corsanico sopra Massarosa. Gliele ha create, anni fa, suo padre, quando Nicola Luisotti è diventato un direttore d’orchestra internazionale. La Scala, il Covent Garden, ora “Director associado” al teatro Real di Madrid. Per dieci anni Direttore musicale a San Francisco. Poi tanto Metropolitan, New York. Tantissimo. «La circolarità del destino: mio nonno è venuto a cercare fortuna in America, io in America l’ho trovata». Due vite, una svolta.

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Lei nasce nella terra di Puccini e di altri grandi compositori, da Catalani a Mascagni. Quando decide di diventare direttore d’orchestra?
«Sono diventato direttore d’orchestra più per gioco, quasi per casualità che per scelta: da ragazzino volevo diventare organista. Ho studiato organo, mentre nelle mie intenzioni non c’era una vera spinta verso la direzione. A un certo punto mi è venuto in mente perfino di fare il compositore, come Puccini, Mozart, Verdi. Poi per caso, studiando composizione in conservatorio, al Boccherini di Lucca, alcuni miei amici colleghi della classe di composizione mi chiesero di dirigere dei loro brani. Da lì mi iniziò a venire l’idea che forse potevo dirigere, che potevo avere la natura per dirigere. Poi vedendo altri direttori, vedendo quello che facevano ho pensato che potevo farlo. E ho avuto le opportunità di farlo».

Le opportunità arrivano anche se una persona se le merita, no?
«In parte è vero, ma ci sono anche persone che fanno di tutto per averle. Mi spiego: ci sono persone che hanno l’ambizione fin da bambini di diventare direttori di orchestra e iniziano a dirigere prestissimo. Un grande come Lorin Maazel ha iniziato a dirigere a 9 anni: ecco io non avevo quell’obiettivo. Ma a un certo punto della mia vita lo è diventato».

Però la sua aspirazione era diventare un organista. Perché?
«Perché la prima volta che vidi la tastiera di un armonium in chiesa mi sembrò di avere una visione mistica. Era la cosa più bella che avessi mai visto nella mia vita. L’odore di quei tasti d’avorio, l’odore di quella tastiera ancora lo ricordo. Dopo di allora, la prima cosa che facevo, entrando in una chiesa, era andare a chiedere al prete se potevo suonare l’organo. Lì avevo proprio la passione: mi ricordo che volevo le scarpe di un certo tipo perché per suonare la pedaliera servivano scarpe di un certo tipo. Mio padre mi diceva: queste non vanno bene perché il tacco scivola e non deve scivolare. Arrivavo a mala pena ai pedali dell’organo, ma non desistevo. Avevo proprio una passione anche per il luogo dell’organo, forse mi ispirava il luogo, la sacralità, l’odore. Poi mi affascinava il fatto che avesse tante tastiere, tanti registri. In un certo senso, se ci si pensa alla fine suonare l’organo è molto simile a dirigere un’orchestra».

Un paragone insolito: l’orchestra e l’organo.
«No, con le dovute proporzioni e differenze. Nell’organo ci sono tanti tasti, nell’orchestra dirigi le persone. E questa è una sfida maggiore perché devi convincere i musicisti, uomini e donne, a suonare. Li devi sedurre, ma alla fine l’orchestra è un grande organo di persone che danno per te un risultato che è il loro talento».

C’è stata una volta in cui è salito sul podio con timore?
«Si dirige sempre con l’emozione. Ma la prima volta che ho avuto la sensazione di essere in un posto straordinario è stato proprio qui al Met a New York quando diressi Tosca, nel 2006. Ero già un direttore affermato, ma per la prima volta mi resi conto che si era avverato il sogno che avevo fatto quando ero fidanzato con mia moglie Rita Simonini, anche lei versiliese come me. Le avevo detto “Ma tu pensi che un giorno io farò il direttore d’orchestra?”. E lei, senza indugi mi rispose: “Sì”. Allora io rilanciai: “Ma pensi proprio che io un giorno farò il direttore d’orchestra al Met dirigendo la Tosca?”. E lei senza esitazione: “Sì”. E quel giorno ero proprio al Met a dirigere la Tosca. Debuttai con l’allestimento di Franco Zeffirelli, uno straordinario toscano che appartiene al mondo. Quel giorno quando entrai in buca d’orchestra a prendere gli applausi e mi girai verso la platea di 4mila persone, mi sentii importante, ebbi la sensazione che era successo qualche cosa nella mia vita. Che ero entrato nel mondo dell’opera, nel teatro che mi piaceva fare. Eppure avevo già diretto alla Scala, a Parigi».

Si è mai chiesto perché New York le fece questo effetto?
«Forse perché questo teatro era legato al mio sogno di ragazzo, alla mia ambizione. Forse perché mio nonno materno, Nicola Brocchini, era entrato da Ellis Island venendo a cercare fortuna qui in America. Al rientro in Italia è morto mentre costruiva teatro Eden di Ermete Zacconi: si dette una martellata su un dito, cadde da un’impalcatura, battè la testa sul selciato della Passeggiata di Viareggio e morì. Zacconì risarcì mia nonna, rimasta vedova giovane con quattro figli, con 50mila lire: una cifra importante con cui comprò un podere. E mai si dimenticò della mia famiglia. Quando era ragazzina mia madre, debuttò in uno spettacolino su Giovanna d’arco, a Bargecchia di Massarosa. Prima della recita le arriva un costume: Dentro il costume c’è scritto: “Questo costume è appartenuto a Ermete Zacconi”. Il teatro è sempre stato presente nella mia vita».

Il teatro nel suo destino.
«Mio nonno muore costruendo un teatro, io vivo grazie al teatro».

Lei è ambasciatore di musica e dell’Italia in tutto il mondo. C’è un progetto, anche piccolo, che vorrebbe veder realizzato in Toscana per valorizzare il patrimonio culturale che abbiamo?
«Visto che Il Tirreno è il quotidiano delle nostre zone, lo utilizzo per lanciare una proposta di cui parlo da tempo con mia moglie: realizzare una pista ciclabile intorno al lago di Massaciuccoli, il lago che ha ispirato tante opere di Puccini. Ecco questo sarebbe un grande sogno che ho: poter prendere la bici e poter girare tutto il lago intorno alla scoperta del lago di Puccini, senza auto, senza pedoni, una pista divisa dalla pista pedonale. Sarebbe una grane opportunità per la nostra zona, oltre che un grande segno di civiltà. Darebbe l’opportunità di creare lavoro perché intorno alle piste ciclabili si creano chioschi di sosta, dove le persone si possono incontrare, possono parlare, ristorare: crei ambienti sani per le famiglie, per chi vuole fare sport, per chi vuole semplicemente ammirare la bellezza immacolata di un lago nel silenzio».

Bene, lei lancia questo progetto attraverso Il Tirreno che festeggia i suoi 140 anni. Ma cosa vorrebbe che restasse di lei fra 140 anni?
«Spero che la gente vada ancora all’opera. Che l’opera sia ancora attuale: che siano trovate nuove forme di composizione comprensibili al pubblico. In sostanza, vorrei che i ragazzi e le persone in generale continuino ad amare il bello».