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La bellezza non è merce. Ne abbiamo bisogno per costruire il futuro

L’incanto di Piazza dei Miracoli, ritratta da Fabio Muzzi

Lo spazio del bello è usurpato da nozioni come “interessante”. Ma pensate a qualcuno che dica: “Quel tramonto è interessante..."

Nel 2002 Susan Sontag così rifletteva sul fallimento della bellezza: «La bellezza è sempre una risorsa per chi voglia emettere giudizi senza appello, ma è stata poi screditata da chi creava e proclamava il nuovo: Gertrude Stein sostenne che un’opera d’arte, se la chiamiamo "bella", è già morta. La bellezza era un principio di discriminazione, questa fu la sua forza e la sua attrattiva, ma tale sua virtù divenne un peso: discriminare divenne qualcosa di negativo, un segno di faziosità, di cecità a ciò che è diverso. Anche nelle arti: la bellezza e il prendersene cura sono considerati "elitisti", e c’è chi pensa che, invece di dire che qualcosa è bello, sia meglio parlarne come "interessante"».

In Italia, invece, “bellezza” è diventata una parola d’ordine usata e abusata, entrata a pieno titolo nel discorso politico, e perciò non solo ripetuta come una litania nei contesti più varii, ma inflazionata fino a svuotarla di ogni senso. La proverbiale bellezza delle nostre città, dei paesaggi, delle opere d’arte viene usata come un’arma da brandire. Anzi, un brand Italia da utilizzare per promuovere il turismo, la moda, il design, l’italico ingegno, secondo il dubbio sillogismo “abbiamo avuto Giotto e Michelangelo, ergo le nostre scarpe (o lampade, o automobili) sono opere d’arte”.

Gli istituti italiani di cultura all’estero sono spesso invitati dai nostri governi a far leva sulla bellezza come prodotto nazionale, onde aiutare il business di imprese di costruzione, promuovere la vendita di lampade, attrarre turisti al Colosseo. Si imbandiscono pranzi sullo sfondo di statue di Michelangelo, si spediscono quadri di Raffaello al seguito di presidenti del Consiglio in visita d’affari, si espongono bronzi etruschi in vetrine di gioielleria.

Non meno intrinsecamente politico è un altro uso della nozione di bellezza (e delle emozioni connesse): la bellezza come consolazione, evasione, distrazione dai mali della vita. Ma a queste concezioni della bellezza, che ne fanno un business o un’evasione dalla vita reale, è tempo di contrapporre un’altra e opposta politica della bellezza, che ne faccia, invece, uno strumento di costruzione del futuro, di conoscenza del mondo, di consapevolezza storica, di etica della cittadinanza. Per citare ancora una volta il saggio di Susan Sontag, «Quel che è bello nell’arte ci ricorda la natura, ci richiama alla mente quel che sta oltre l’umano, oltre l’artefatto, e in tal modo stimola e intensifica il nostro senso della pienezza della realtà che ci circonda. Questa intuizione ha una conseguenza positiva: la bellezza riconquista la propria solidità e inevitabilità, diventa un valore necessario per dare un senso a gran parte delle nostre energie e affinità, ai nostri sentimenti di ammirazione; e le nozioni che hanno usurpato lo spazio del “bello” (per esempio “interessante”) si rivelano risibili. Provate a immaginare qualcuno che dica: “Quel tramonto è interessante”».

La bellezza, naturale o artistica, può essere un’arma politica per costruire il futuro, se la intendiamo come valore, ponte fra natura e cultura, chiave della memoria culturale: questa concezione contrasta duramente con la soggezione della cultura all’economia, con la distruzione dei paesaggi e delle città storiche. Per costruire il futuro, ricordiamoci dunque che «la bellezza non fa le rivoluzioni, ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei» (Camus). La risposta estetica ha una dimensione politica, mentre l’incapacità di riconoscere la bellezza «è in larga misura la condizione umana attuale, sostenuta e favorita dalla nostra economia» (Hillmann); è la cecità davanti alla bellezza che genera «cinismo, deriva morale, passività, resa, indisponibilità a scandalizzarsi anche dinnanzi alle più insopportabili nefandezze morali ed estetiche», ed è di qui che nasce e si radica in Italia «la politica di tagli alla cultura, alla scuola e alla ricerca, e un sistema dell’arte divenuto ormai una slot-machine» (Roberto Gramiccia).

Abbiamo bisogno, oggi più che mai, della «terribile bellezza» di cui parlava Yeats (A terrible beauty is born). La bellezza non è merce da vendere, non è fuga dal presente, ma impegno a intenderne conquiste e tragedie: è una bellezza terribile, perché regala libertà. Nel rogo delle vanità di cui oggi avremmo bisogno sarebbero da bruciare le mille menzogne (a volte travestite da leggi, circolari, discorsi di circostanza) che contro la storia d’Italia e contro il bene comune fanno della bellezza la serva del potere.