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L'italiano sta bene, gli italiani un po' meno quando parlano e scrivono

Claudio Marazzini

Presente e futuro della nostra lingua, intervista a Claudio Marazzini direttore dell'Accademia della Crusca

Insegna Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale e da tre anni è il primo piemontese — dalla fondazione nel 1582 — a presiedere l’Accademia della Crusca, la massima istituzione, insieme alla Società Dante Alighieri, che si occupa del nostro italiano. Claudio Marazzini, 68 anni, torinese, la Toscana l’aveva probabilmente un po’ nel suo destino. Ci veniva già quando era un liceale, in motocicletta, per andare al mare l’Isola d’Elba e per sentir suonare quella lingua c ...

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Insegna Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale e da tre anni è il primo piemontese — dalla fondazione nel 1582 — a presiedere l’Accademia della Crusca, la massima istituzione, insieme alla Società Dante Alighieri, che si occupa del nostro italiano. Claudio Marazzini, 68 anni, torinese, la Toscana l’aveva probabilmente un po’ nel suo destino. Ci veniva già quando era un liceale, in motocicletta, per andare al mare l’Isola d’Elba e per sentir suonare quella lingua che già amava intensamente, lì nella culla dove era nata.
Adesso – almeno fino a tutto maggio quando scadrà il suo primo mandato – divide il suo tempo fra le Langhe e la villa medicea di Castello, a Firenze, dove ha sede l’Accademia della Crusca.

E quando gli impegni di lavoro gli lasciano un po’ di tempo libero, non si lascia sfuggire una puntata verso il mare toscano: l’Elba ancora, o l’Isola del Giglio. Ma il tempo libero, confessa, è davvero poco. «Quando ho assunto la presidenza della Crusca – dice sorridendo – non immaginavo che avrei imparato un nuovo mestiere: quello del manager, perché di questo in fondo si tratta. E di fare firme su firme occupandomi di una quantità di cose che non sapevo, come, per esempio, fare un piano di adeguamento della sicurezza. E tutto questo per puro volontariato, ci tengo a precisarlo, perché gli accademici della Crusca non hanno alcun compenso, né gettoni di presenza».

Allora professor Marazzini, come sta la lingua italiana oggi?
«La lingua italiana sta bene, gli italiani un po’ meno. La lingua ha i suoi secoli di storia gloriosissima e guastare una tradizione di secoli è difficile. Poi oggi ci sono tanti problemi legati alla lingua. Basta prendere l’attività dell’Accademia e si vede subito. Per esempio, è dal 2012 che abbiamo un contenzioso aperto sul fatto che il Politecnico di Milano aveva deciso di abolire l’italiano nei corsi avanzati e nei dottorati. Un tema delicato e importante che non sarebbe mai venuto fuori nei secoli passati. Se gli italiani decidono improvvisamente di ridurre la portata e il peso della loro lingua, che devo dirle, non è certo colpa della lingua. Un altro caso che stiamo seguendo come Accademia è quello dell’allarme lanciato da alcuni studiosi sul fatto che gli studenti italiani non sanno scrivere. Ne è nato un dibattito molto polemico, con gruppi che esprimono opinioni opposte. Io credo che serva una conciliazione, in fondo la preoccupazione di tutti è che i giovani sappiano scrivere. È inutile mettersi a litigare su situazioni che certamente esistono, perché quello che è stato denunciato è vero, ma sono situazioni che forse sono state anche un po’ esagerate. Spesso si è portati a dare importanza ai casi peggiori, ma è anche vero che ci sono tanti studenti che scrivono bene. Insomma, il tema lingua e scuola come si può capire è uno di quegli aspetti che è spesso al centro dell’attenzione dell’Accademia».

La biblioteca dell'Accademia della Crusca

L’Accademia della Crusca è dunque attenta all’attualità.
«Molto attenta. E interviene mettendo in discussione i propri temi del mese, che sono un po’ il nostro articolo di fondo. In questo modo per esempio abbiamo avuto modo di intervenire di recente a proposito della legge regionale della Lombardia che dichiarava che il lombardo è una lingua. Noi abbiamo detto che è una stupidaggine: il lombardo una lingua non lo è di sicuro, al massimo può esserlo il milanese, o il bergamasco. Il lombardo non esiste, nel senso che i dialetti lombardi sono molto diversi fra loro: il lombardo è dunque un insieme di idiomi di versi, ma non certo una lingua».

Spesso voi accademici della Crusca venite definiti “guardiani della lingua”, è una definizione in cui vi riconoscete?
«Non credo che questa definizione piacerebbe a tutti gli accademici della Crusca. Gli accademici sono reclutati fra gli studiosi della lingua, quindi se la categoria scelta è quella di studioso allora tutti sono contenti e tutti trovano l’accordo. Perché la lingua sembra una cosa semplice, ma invece è un campo molto vasto. All’interno dell’Accademia per esempio convivono due anime principali: quella filologica, che si vede meno all’esterno perché fare l’edizione dei testi antichi o occuparsi dell’italiano medievale raramente fa andare sui giornali, poi ci sono accademici attenti alla lingua contemporanea o alla politica linguistica che hanno maggiori opportunità di contatto e di rapporto col vasto pubblico. Io stesso mi sono molto impegnato per far conoscere l’Accademia il più possibile, però non va dimenticato che c’è anche quell’altra parte dell’Accademia che è molto accademica ed è ugualmente molto importante per quello che facciamo».

Ora una delle vostre battaglie più popolari è quella contro l’abuso di parole straniere.
«Certo, il lavoro del gruppo Incipit che si occupa di suggerire i termini italiani, che esistono, invece di usare parole straniere. E questo soprattutto nelle leggi come negli atti istituzionali. Un lavoro che potrebbe diventare anche più popolare se riusciremo, spero l’anno prossimo, a realizzare un sito dedicato».



Andiamo al 1877, quando nacque Il Tirreno. Non era molto che Manzoni era andato a risciacquare i panni in Arno: ecco, che lingua era quella di allora rispetto a quella di oggi?
«Da voi in Toscana era certamente una lingua meno diversa da quella attuale, perché era l’italiano parlato. Per capire la situazione ci sono i dati di Tullio De Mauro, poi corretti da Arrigo Castellani: al momento dell’unità d’Italia gli italofoni, quelli in grado di tenere una conversazione in italiano, in tutto il Paese erano il 2,5% secondo De Mauro, per Castellani il 10%. Castellani calcola in modo diverso proprio i toscani. De Mauro non conteggiava come italofoni i toscani che non avevano almeno studi oltre le elementari, invece Castellani dice che in Toscana anche un analfabeta era in grado di parlare italiano, e mi sembra che un po’ di ragione ce l’ha. Tutti gli altri parlavano i vari dialetti. Già una decina d’anni dopo l’unità, le cose stavano cambiando in modo anche brutale, grazie alla burocrazia sabauda, alla leva obbligatoria e alle scuole reggimentali dell’esercito dove se uno era analfabeta gli insegnavano un po’ di italiano. Era insomma cominciato quel percorso che ci ha portato oggi ad avere il 95 per cento di italofoni».

Torniamo a oggi: come è adesso, secondo lei, la lingua dei giornali? Conforme alla nostra società, troppo alta, troppo bassa...
«Va premesso che non c’è una sola lingua dei giornali, perché c’è la lingua della cronaca, quella dello sport, quella degli articoli di grande impegno. Ecco, se prendiamo la lingua degli articoli di grande impegno, quello è ora il miglior modello di lingua. Perché oggi non è più la letteratura, come è stata per secoli, il modello più alto e dominante di lingua. Oggi i romanzi e le opere di letteratura esprimono una lingua vicina a una colloquialità abbastanza modesta, non proponibile come modello per uno scambio elevato di comunicazione linguistica. Certe parti dei giornali rappresentano decisamente un modello migliore, più vicino alla saggistica».

E invece, professore, della lingua della Rete che che cosa pensa?
«È un po’ lo stesso discorso dei giornali, solo che offre più spazi. Compresi i maggiori spazi che attraverso i social si sono aperti a una colloquialità molto, molto bassa. Per dirla con Umberto Eco, la colloquialità degli imbecilli. Ma non è colpa della Rete, gli imbecilli c’erano anche prima, adesso con Internet si vedono di più. La Rete comunque è una cosa meravigliosa, bisogna orientarsi negli spazi giusti dove attingere informazioni; se vado nei siti giusti, la Rete è una risorsa straordinaria. E lì la comunicazione è a un livello alto. Se uno va nel sito della Crusca, per esempio, qualcosa trova...».

Un'ultima cosa, il neologismo più bello di questi ultimi anni secondo lei quale è?
«Per noi della Crusca è certamente petaloso. Non so quanto durerà perché è l’invenzione di un ragazzino, però nell’ottica di fare conoscere la Crusca, è stato il cavallo di Troia, il biglietto da visita per dialogare anche con i più giovani e far conoscere le nostre attività».