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Gillo Dorfles: Estetica e lingua, la Toscana è un miraggio

Gillo Dorfles: "Estetica e lingua, la Toscana è un miraggio"

Il vulcanico intellettuale che ha insegnato all’Italia cos’è il kitsch, dimostra una attenzione alla quotidianità che il passar degli anni non è riuscita a scalfire

Il decano dell’estetica italiana del Novecento, critico d’arte, pittore, filosofo, anche poeta. Ma sempre in maniera eccentrica, non convenzionale, un unicum nel panorama culturale italiano. Personaggio ironico, stravagante, autodidatta di successo, in tutta la sua lunga attività Gillo Dorfles non hai mai smesso di riflettere sul divenire delle arti. La sua è stata una costante apertura al presente per intercettarne e anticiparne le evoluzioni e gli sfaldamenti, tanto nella pittura quanto nel design, nell’architettura ma anche nella moda e nei comportamenti della società. Un intellettuale che ha sempre voluto essere up to date, come ha scritto qualche anno fa. I suoi libri, da “Le oscillazioni del gusto” a “Il divenire delle arti” fino a “Irritazioni - Un’analisi del costume contemporaneo”, sono dei classici per chi vuole capire i sentieri dello stile. Ora, a 107 anni di età, Gillo Dorfles inizia a mostrare segni di stanchezza fisica. Ha qualche problema d’udito, per cui per intervistarlo si rivela prezioso l’aiuto del nipote Piero Dorfles, il critico letterario noto al grande pubblico per la conduzione in tv di “Per un pugno di libri”. Ma quando inizia a parlare di gusto, di arte e di bellezza, il vulcanico intellettuale che ha insegnato all’Italia cos’è il kitsch, dimostra una attenzione alla quotidianità che il passar degli anni non è riuscita a scalfire.

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Lei si è definito un fenomenologo del gusto; che cosa intende con questa definizione?

«La costante del gusto mi ha interessato fin dall’adolescenza, perché il gusto non è solo qualcosa di frivolo legato alla moda, ma è qualcosa di intimamente legato alla morale dell’uomo».

Quindi la fenomenologia del gusto non riguarda solo l’estetica ma anche l’essenza dell’uomo?

«Certo, non è solo estetica ma è proprio essere immersi in una società in maniera efficace. Tutte le sfumature del gusto sono un fatto sociale che merita di essere studiato».

E quale è il gusto dei nostri giorni?

«Oggi non abbiamo più il gusto di un’epoca precisa, esistono tantissimi gusti. Perché dal Novecento non esiste più un gusto definito dal mondo erudito degli intellettuali».

Quindi esiste un gusto popolare più diffuso di una volta?

«Da sempre esiste un gusto popolare, ma oggi direi che è stato sostituito da un gusto più coltivato e legato allo studio. Una volta il gusto era legato solo alla moda o al divertimento. Oggi chiunque abbia fatto degli studi un po’ elevati si rende conto che il gusto è una costante della civiltà del nostro tempo».

Cosa pensa dell’arte di oggi? C’è qualcosa che la disturba? «L’arte di oggi è molto legata alla moda, al costume e al divertimento, e quindi non ha le caratteristiche essenziali che dovrebbe avere. Quelle di rifarsi sempre alla costante artistica del momento».

Che cosa è per lei il futuro?

«Il mio futuro riguarda solo me stesso».

E il futuro dell’arte?

«L’uomo ha bisogno di esprimersi attraverso dei mezzi artistici, che possono essere più o meno efficaci e che fanno parte della sua personalità».

Quindi rispetto alle istallazioni e ai video di oggi sopravviveranno anche tele, pennelli e colori?

«Credo che più o meno ogni mezzo artistico è destinato a sopravvivere secondo le sue particolarità tecniche, manuali ed espressive. Certo non c’è più spazio per la pittura figurativa».

Già nel 1968 lei ha iniziato a riflettere sul kitsch, elevandolo a categoria estetica. Che valore ha ora il kitsch e che valore avrà nel futuro?

«Il kitsch è entrato ormai a far parte della nostra civiltà e quindi continuerà ad avere vita anche in futuro. Anche all’interno delle espressioni artistiche, senza dubbio. C’è il buono e il male anche dentro all’arte. E quindi anche il kitsch continuerà il suo dubbio cammino».

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Parliamo di Toscana. Lei ha una casa nella nostra regione, vero?

«Sì, ho una casa di campagna a Lajatico. Sin dall’adolescenza, quando andavo in vacanza a casa degli zii sulla costa, per me la Toscana è stata una specie di miraggio da raggiungere. Sono sempre stato attratto dalla sua evoluzione linguistica e paesaggistica. Senza dubbio è la regione italiana più significativa di quelle che sono le qualità del Paese, sia quelle sociali che, soprattutto, quelle artistiche»

A proposito di evoluzione della lingua, cosa ha trovato di affascinante nel parlar toscano?

«Mi ha sempre colpito il fatto che la lingua

parlata in Toscana fosse così più evoluta che nel resto del Paese. In genere la popolazione, anche quella non particolarmente erudita, ha un’impostazione linguistica che la distingue da quelle delle altre regioni italiane. La fa sembrare più colta e più evoluta di quanto magari non sia».

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