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Tre anni memorabili e una catena come strategia - Ennio Simeone

"Ho sempre pensato che il direttore di un giornale locale deve tenersi distante da persone delle quali può accadere che debba occuparsi, nel bene e nel male"

Era stato Mario Lenzi, dominus della catena di giornali locali del Gruppo Espresso, a chiedermi, nell’ottobre del 1987, di lasciare Paese Sera per andare nella sua Livorno a ricoprire il ruolo di redattore capo del Tirreno. E fu lui, appena un anno dopo, a propormi di trasferirmi da Livorno a Bolzano per assumere la condirezione dell’Alto Adige. E ancora lui, pochi mesi dopo, mi comunicò che mi veniva affidato il ruolo di direttore di quel giornale. Nel maggio del ’93 la richiesta di lasciar ...

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Era stato Mario Lenzi, dominus della catena di giornali locali del Gruppo Espresso, a chiedermi, nell’ottobre del 1987, di lasciare Paese Sera per andare nella sua Livorno a ricoprire il ruolo di redattore capo del Tirreno. E fu lui, appena un anno dopo, a propormi di trasferirmi da Livorno a Bolzano per assumere la condirezione dell’Alto Adige. E ancora lui, pochi mesi dopo, mi comunicò che mi veniva affidato il ruolo di direttore di quel giornale. Nel maggio del ’93 la richiesta di lasciare Bolzano per tornare a Livorno a dirigere il Tirreno mi fu fatta da Carlo Caracciolo e da Marco Benedetto, ma l’ispiratore era stato sempre lui, che a questo giornale ha dedicato gli anni più intensi e brillanti della sua carriera.

L’idea-forza sulla quale Mario Lenzi aveva edificato la fortuna di quella straordinaria catena editoriale era racchiusa in una sola parola: “Sinergie”. Significava far collaborare tra loro alcune centinaia di redattori e corrispondenti disseminati in una serie testate di diverse per arricchire le altre testate con una produzione originale smistata e coordinata centralmente da un’agenzia (l’Agl) a carattere nazionale. E di questa strategia Lenzi riteneva che il Tirreno, per la sua storia e per la sua grande dimensione strutturale e diffusionale, dovesse essere capofila, fungendo quasi da traino.

La condivisione di questa strategia era totale da parte di tutti i direttori. E non poteva essere diversamente, non solo per i rapporti professionali e di amicizia personale che ci legavano a lui, ma soprattutto perché i risultati ne attestavano la validità. Io tuttavia — reduce dai 5 anni di direzione dell’Alto Adige e dalle precedenti esperienze vissute e raccontate in altre realtà — dalla Napoli degli anni del colera alla Roma del rapimento Moro e dell’attentato al Papa; dall’Emilia Romagna del “riformismo rosso” alla Calabria della rivolta dei “boia chi molla” di Reggio per il titolo di capoluogo di regione — ritenni doveroso, nelle periodiche riunioni collegiali che tenevamo in via Po a Roma suggerire di modulare, nell’ambito di quel disegno sinergico, la maggiore caratterizzazione in chiave locale anche dell’informazione nazionale.

Non fui molto convincente. Anzi ci fu chi vide in questa tesi il rischio che potesse scalfire la strategia delle “sinergie”. Non insistetti oltre. Comunque “l’unità nella diversità” consentiva ampi margini di autonomia sia nell’impostazione dei contenuti dei singoli giornali, sia nei comportamenti di chi li dirigeva. Per darvene un’idea vi racconto un episodio.

Mancava una settimana al Natale del 1993 — pochi mesi dopo che avevo assunto la direzione del Tirreno — quando un corriere mi avvertì sul telefono di casa che aveva un grosso pacco da consegnarmi. Era un enorme panettone di almeno 5 chili accompagnato da un biglietto di auguri firmato Silvio Berlusconi. Un regalo sorprendente perché era indirizzato al direttore di uno dei giornali locali che il Cavaliere aveva cercato di strappare con un colpo di mano a Carlo Caracciolo e a Carlo De Benedetti con l’operazione Mondadori, per fortuna parzialmente neutralizzata. La sorpresa durò poco: qualche giorno dopo le cronache politiche annunciarono la “discesa in campo” di Berlusconi, che, per l’appunto, si era fatto precedere da una mega spedizione di mega panettoni a tutti i direttori di giornali e televisioni. Sperava di assicurarsi una captatio benevolentiae? Se questo era il suo obiettivo ebbe l’effetto opposto: decisi di istituire un corsivo politico fisso in prima pagina, che per tutta la durata della mia direzione dedicai almeno tre volte a settimana alla contestazione delle “imprese” politiche del Cavaliere e dei suoi sodali nazionali e locali.

Ho sempre pensato che il direttore di un giornale locale deve tenersi distante da persone delle quali può accadere che debba occuparsi, nel bene e nel male, o destare il sospetto che ne sia influenzato, nel bene e nel male.

Mi sono concesso solo due eccezioni a questa “regola”: l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Accademia Navale, l’istituzione più prestigiosa della città, e una cena riservatissima nella curia di Livorno. Fu il vescovo, monsignor Alberto Ablondi, ad invitarmi, il terzo commensale era il cardinale Joseph Aloisius Ratzinger, che dieci anni dopo — chi l’avrebbe immaginato? — sarebbe diventato Papa Benedetto XVI. Ablondi, il vescovo che amava farsi chiamare semplicemente “Alberto”, messaggero della Cei nel mondo del dialogo con le altre religioni e, nella sua terra, del dialogo con il mondo del lavoro, sostenitore delle lotte dei portuali, coglieva l’occasione della Pasqua per venire in redazione, impartire rapidamente la benedizione e poi intrattenersi tra i giornalisti raccontando dissacranti barzellette.

Il primo provvedimento che adottai fu quello di dare un segnale evidente, a partire dalla prima pagina, che il giornale avrebbe privilegiato sempre più i commenti, le opinioni, le analisi, le inchieste (oltre che il racconto scrupoloso e dettagliato dei fatti): ridussi gli spazi destinati ai “richiami” (la cosiddetta “vetrina”) e aumentai lo spazio destinato al testo, agli articoli. I timori che il giornale ne risultasse “ingrigito” furono smentiti dai dati di diffusione, rinvigoriti (anche se, in verità, non in misura entusiasmante) anche dall’introduzione di “servizi utili” offerti al lettore, come l’inserto settimanale sulla ricerca di lavoro, e da iniziative promozionali come l’abbinamento al giornale delle foto storiche, in bianco e nero su cartoncino, delle città toscane. Iniziativa fortunata, che, confesso, non fu farina del mio sacco. Come non lo erano altre iniziative promozionali “acchiappacopie”, che però avallai. L’ultima di queste fu il concorso “Vota la commessa” che si concluse con uno scontro sul palcoscenico del teatro trasformato in ring dalle due concorrenti che avevano accumulato più tagliandi. Salvò la situazione il break pacificatore del giovane conduttore, Carlo Conti, reduce dalle prime marginali ma brillanti apparizioni televisive oltre che da varie conduzioni radiofoniche.

Nella mia vita ho scritto volumi in forma di articoli, come quelli che continuo a scrivere per essere inghiottiti nel vortice del web. Ma mi è sempre piaciuto di più “fare” giornali, costruirli, modificarli, riadattarli, trovare il modo di renderli utili. Per dirvi quel poco che sono riuscito a fare nei tre anni di direzione del Tirreno ho impiegato fin troppo spazio. Non ho rimpianti, se non per la benevolenza con cui i colleghi, delle redazioni e degli uffici amministrativi, di segreteria e tecnici, mi accolsero e hanno collaborato in amicizia tollerando il mio carattere non facile.

Il segno del tempo trascorso da allora mi è stato inopinatamente, e piacevolmente, cancellato in queste settimane dall’apparizione in tv dello sceneggiato “Sorelle”: protagonista è quella Anna Valle che, appena reduce dall’incoronazione di Miss Italia 1995, venne portata in visita al Tirreno come un trofeo dall’agenzia di promozione del concorso. Aveva vent’anni. È bella come allora. E misteriosa, come i Sassi di Matera, penultima tappa del mio peregrinare per l’Italia a fare giornali, come quello che è apparso nello sceneggiato tv con una testata inventata: l’ho fondato nel 2002 come proliferazione lucana del Quotidiano della Calabria, che Caracciolo mi mandò a dirigere nel 1996 a titolo esplorativo, «per 6 mesi», mi disse, con il proposito di agganciarlo poi alla catena di cui il Tirreno è capofila. Era sull’orlo della chiusura. Quando lo lasciai — non 6 mesi, ma 10 anni dopo — per un’altra impresa impossibile a Roma, era diventato giornale leader in entrambe le regioni. L’editore alzò troppo il prezzo e quell’anello non si agganciò alla “catena” ideata da Lenzi e da Caracciolo. Peccato!