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Soldati, maglie rosa e artigiani digitali nel primo web del ’97 - Claudio Giua

Soldati, maglie rosa e artigiani digitali nel primo web del ’97 - Claudio Giua

Io e tre colleghi nell'avventura di vent'anni fa: far nascere il sito iltirreno.it. Storia di una previsione sbagliata e di un sogno realizzato pian piano

Più artigiani con velleità digitali che tecnologi con rudimenti di comunicazione di massa, ci servirono otto mesi per renderci conto delle potenzialità di quanto avevamo messo in piedi. L’autunno precedente eravamo già all’opera in quattro, di cui uno solo, Giuseppe “Beppe” Burschtein, impegnato a tempo pieno: faceva il grafico, il webmaster, lo sviluppatore, il sistemista e, soprattutto, teneva alto il morale del gruppo. Degli altri tre, Gabriele Marchegiani ritagliava e talvolta aggiungeva qualche ora all’impegno di mago-gestore del sistema editoriale 3P del Tirreno e degli altri quotidiani della Finegil, via via affinando l’esportazione dei contenuti dalla carta al web; Marco Gasperetti — cronista di razza folgorato sulla strada di Silicon Valley — abbozzava strategie di marketing editoriale e dispensava consigli che ci guardavamo bene dal seguire; io, condirettore del Tirreno, tentavo di conciliare le riunioni e le “chiusure” al fianco di Sandra Bonsanti e Nino Sofia con l’incarico il Gruppo Espresso m’aveva affidato: sviluppare per i giornali locali un embrione di informazione su Internet.

In questa formazione lanciammo nel novembre del 1997 iltirreno. it. Un sito diverso, come prospettive, da come l’avevo immaginato. Il progetto iniziale, presentato all’editore in primavera, prevedeva di cominciare dall’edizione di Lucca, da mettere subito online nel tentativo di agganciare le comunità dei lucchesi all’estero, tra le meglio organizzate al mondo. Poi, una per volta, avremmo varato le altre undici edizioni.

In un documento datato giugno 1997 scrivevo: «Il sito del Tirreno avrà il proprio pubblico d’elezione nei toscani che vivono e lavorano lontani dai luoghi d’origine, sia in Italia sia all’estero, e che non possono acquistare ogni giorno il giornale. Si rivolgerà poi alle decine di migliaia di italiani e stranieri che soggiornano per lunghi periodi nelle nostre città e campagne e mantengono un legame con le nostre comunità». Previsione sbagliata. Una volta azzardato l’approccio senza limiti geografici, con la disponibilità in rete dell’intero prodotto editoriale ci accorgemmo che gli utenti del tirreno.it erano i nostri vicini di casa, i concittadini, gli amici che vivevano a poche decine di chilometri. Persone che credevano nell’informazione di qualità ma preferivano leggerla sul pc anziché sul giornale di carta. Bastava pazientare: a mezzogiorno trovavano sul web, gratis, tutto quanto era pubblicato sul Tirreno.

Quel successo ci sorprese. Meglio: sorprese Beppe, Gabriele, Marco e me. Il resto della redazione ci guardava ma non ci capiva, dunque era disattento o sospettoso. Eravamo “quelli dell’ufficio vicino ad Angella”, che era l’amministratore delegato dell’azienda. Sandra e Nino, più curiosi, talvolta s’affacciavano nella nostra stanzona, ci chiedevano qualcosa e se ne andavano soddisfatti che il giornale fosse sulla prima linea delle sfide digitali.
La direttrice aveva peraltro intuito quali porte schiudeva Internet quando, all’inizio del 1997, il Tirreno aveva scovato sui giornali americani online la storia di Vernon Baker, il tenente che il 5 aprile 1945 aveva guidato 26 soldati della divisione Buffalo, neri come lui, all’attacco della strategica postazione nazista di castello Aghinolfi, a Montignoso. Quell’azione aveva aperto la strada all’avanzata degli alleati verso la pianura padana. Il 13 gennaio 1997 il presidente Clinton aveva conferito a Baker la Medal of Honor, la più alta onorificenza militare americana: mai, prima, un nero l’aveva ottenuta. Rintracciato e invitato in Toscana via Internet, l’ex tenente fu ospite del Tirreno per una settimana di festeggiamenti e incontri. Tutto merito della Rete.

Dopo qualche mese contavamo qualche migliaio di utenti unici quotidiani che aprivano, complessivamente, tra le ventimila e le trentamila pagine. La crescita si assestò intorno al 5-6% mese su mese. A me sembrava il minimo accettabile rispetto a un fenomeno altrove in espansione esplosiva. Leggevo dei successi di Aol e del New York Times, del Chicago Tribune e dei primi abbozzi di motore di ricerca.

Volevo di più. Così, in giugno, chiesi a Burschtein di inventare un modo per dar conto in diretta su iltirreno. it di un evento di enorme popolarità: il Giro di Italia. Detto e fatto. Il 16 maggio, per la prima delle 22 tappe ci organizzammo così: io seguivo la corsa in tv, scrivevo brevi notizie e commenti da 200 battute che inviavo via mail a Beppe, che li copiava e pubblicava con un rudimentale sistema editoriale. Primi in Italia, creammo un live blogging. Repubblica. it, guidata da Vittorio Zambardino, cominciò presto a linkarci. Il giorno del duello tra Marco Pantani e Pavel Tonkov a Plan di Montecampione i nostri server furono presi d’assalto e

riuscirono a malapena a tenere. Fu così, il 4 giugno 1998, che al termine della vittoriosa serie di scatti del campione romagnolo ci guardammo sfiniti eppure consapevoli che quel che avevamo fatto era una novità assoluta per il giornalismo di casa nostra. Un altro piccolo record del Tirreno.

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