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L’uomo che ci fondò per la terza volta

L’uomo che ci fondò per la terza volta

La requisizione del giornale da parte del Comune nel 1977 e la nascita guidata da Mario Lenzi, giornalista ed ex ragazzo partigiano

Il giornale è una merce ma non è una merce. Chissà se i surrealisti sarebbero d’accordo, fatto sta che doveva pensarla così Alì Nannipieri, sindaco comunista a Livorno (ma con il certificato di nascita da pisano di San Giuliano), nel ’77 quando lui, così schivo, firmò un atto che non avrebbe avuto eguali nella storia del nostro Paese: la requisizione del giornale che la proprietà Monti voleva chiudere. Un gesto che riconsegnava nelle mani di giornalisti e tipografi la penna per scrivere, giorno dopo giorno, una nuova pagina di storia raccontando le storie.

Il nostro giornale aveva avuto un fondatore (Giuseppe Bandi): e questo ce l’hanno tutti. Aveva avuto, dopo la liberazione dai nazifascisti e l’apocalisse della guerra, un rifondatore (Athos Gastone Banti): e questo ce l’hanno avuto in molti. Ma la requisizione dei mezzi di produzione a una proprietà industriale privata era troppo dirompente per non aver bisogno di qualcosa che invece non ha avuto nessuno: una ri-rifondazione, dunque un ri-rifondatore. Il terzo fondatore della nostra storia. Non è un caso, insomma, se il nome della testata torna a essere “Il Tirreno”, proprio come dopo la rifondazione dopo la discontinuità assoluta creata dalla seconda guerra mondiale.

Ecco che, in tandem con l’editore Carlo Caracciolo, entra sulla scena del giornale un giornalista livornese che aveva vissuto altrove la sua fortuna professionale: Mario Lenzi. Anche per lui era un ri-ritorno. La prima volta era stata quando, nel luglio ’44, era tornato nella “sua” Livorno alla testa dei partigiani che la liberarono: fece il giro del mondo la foto di quel ragazzo che entra mitra a tracolla in via Gramsci, zona ospedale. Aveva 17 anni. «Mi ritrovai a far parte — racconterà lui in “O miei compagni”, prezioso volume di memorie senza retorica edito dal Comune di Livorno nel dicembre 2013 — di una insolita formazione partigiana composta da uomini di diversi paesi, italiani, polacchi, russi, americani, anche austriaci e tedeschi ».

Qualcosa del genere accadrà anche un terzo di secolo più tardi, quando ri-ritornerà a Livorno per dar vita a una idea: far rinascere il giornale della città, farlo non più come qualcosa di circoscritto al perimetro municipale ma per dar voce, dalla “periferia”, all’ “altra Toscana” o quantomeno a una Toscana “altra”. Nasce così quello che è stato a lungo l’unico caso di quotidiano che nasce fuori dalla “capitale “regionale e ha l’ambizione di avere una voce non locale bensì regionale. Nasce dalla “periferia”— cioè dalla “confederazione di anime”, come direbbe il dottor Cardoso parlando col giornalista Pereira se dovesse descrivere i differenti campanili toscani — l’idea di creare un polo di quotidiani locali che abbiano la forza editoriale di una grossa realtà industriale e, al tempo stesso, le radici ben dentro le zolle dei propri territori. È l’altra metà del progetto di Mario Lenzi: non solo salvare il giornale della “sua “Livorno ma “confederare”una serie di testate, nuove o rinate, e far uscire i giornali locali da una condizione di minorità rispetto ai grandi quotidiani nazionali.

19 luglio 1944: Mario Lenzi, allora...
19 luglio 1944: Mario Lenzi, allora giovane partigiano, entra a Livorno

«È l’ “invenzione del giornale locale a misura di una idea di Italia più moderna: locale, senza esser strapaesano. Locale, di servizio ma completo: era la scuola di Paese Sera della quale Lenzi era stato vicedirettore». L’identikit del progetto lo riassume così l’avvocato Giuseppe Angella, che ha seguito il Tirreno fin dalla firma che decretò il passaggio della testata dal petroliere Monti all’editore Caracciolo (e in seguito, prima in consiglio d’amministrazione e poi consigliere Finegil con i gradi di editore incaricato per il Tirreno fino all’aprile 2010). Il giornale locale non era più la palestra a misura dei piccoli potentati di questo o quel circondario, magari scimmiottando quel che accadeva nel girone superiore, quello della grande stampa: poteva essere il luogo in cui una comunità cerca la propria narrazione, costruisce in mezzo a mille spinte la propria direttrice di marcia.

È stata la più grande operazione di allargamento del ventaglio delle fonti che sia mai avvenuta, e ben prima che con l’avvento dei social si teorizzasse la “società orizzontale” senza più un centro di gravità permanente. Già, perché la trasformazione dell’informazione locale — che Mario Lenzi mette a punto in libri che culminano nel manuale-vademecum pubblicato per Editori Riuniti (“Il giornale”) — rovescia la tradizionale gerarchia informativa che dal centro irradiava sui territori tendenze e parole d’ordine. Sono le città a raccontarsi: a cominciare dalla minuta informazione di servizio alla quale Lenzi riconosceva un ruolo tutt’altro che marginale.

Vogliamo chiamarla rivoluzione? Forse sì, anche se non nasceva dal nulla: intercettava quel convulso modificarsi molecolare che metteva in moto tante piccole Italie. Su un sentiero a metà strada fra i “mondi vitali “di Achille Ardigò e il Bel Paese piccolo-aziendale (e multipolare) del Censis, pure così apparentemente lontani dal dna politico-culturale di Lenzi. Ma la curiosità e l’apertura intellettuale che mostrava quando la penna la teneva in mano per annotare sul taccuino da cronista, le avrebbe poi trasfuse nel nuovo ruolo da manager: e quella stessa penna gli sarebbe servita per progettare piani editoriali o per disegnare modelli organizzativi fra economie di scala e autonomia delle testate.

Tutto questo è partito da Livorno. Con un paradosso: nel primo numero Il Tirreno mette in prima pagina una grossa foto della Torre di Pisa. No, non è affatto un paradosso: parola di Angella. «Guai — rincara — se al posto dell’accentramento sulla “capitale” del Granducato si sostituisse un neocentralismo impastrocchiato con una sorta di livorno-centrismo. Figuriamoci: Lenzi, che non era affatto tenero con i vizi della sua città ma la difendeva appena la attaccavano, sapeva bene che non andava a dirigere il giornale di Livorno ma qualcosa di ben più largo dei confini municipali». Non era forse quella la sua idea di giornale? Una identità ma anche la capacità di declinarla su ciascun territorio: ogni edizione è Il Tirreno di quella città.

Già, ma quell'immagine della Torre Pendente è così normale eppure è un manifesto programmatico che vale più di un editoriale: dice che lo sguardo non resterà al riparo del recinto municipalistico rinchiuso al calduccio della piccola patria cittadina.

Ci chiamiamo Il Tirreno. Come il mare. E il mare è un orizzonte senza perimetro né dogane.

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