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L’orgoglio e la storia: un giornalismo che non conosce paura - Omar Monestier

Alcune prime pagine del Tirreno in uscita dalla rotativa del Centro Stampa in zona Picchianti a Livorno

La spina dorsale del Tirreno è fatta di territori, di differenze e di coerenze culturali: guidare questa comunità federata e solidale è stato un onore

A un candidato consigliere alle elezioni regionali toscane, un omone che voleva risolvere a colpi di offese ogni confronto dialettico col giornale, risposi: lei può denigrarci, se crede. Ma se lei esiste, a Livorno, la sua vita incrocerà prima o poi viale Alfieri dove si trovano su di un lato il Tirreno, sull’altro la cella mortuaria dell’ospedale.
Due punti imprescindibili. Macabro e poco elegante, ne convengo.

L’eleganza di Livorno, tuttavia, sta nella sua schiettezza, non nelle manfrine imb ...

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A un candidato consigliere alle elezioni regionali toscane, un omone che voleva risolvere a colpi di offese ogni confronto dialettico col giornale, risposi: lei può denigrarci, se crede. Ma se lei esiste, a Livorno, la sua vita incrocerà prima o poi viale Alfieri dove si trovano su di un lato il Tirreno, sull’altro la cella mortuaria dell’ospedale.
Due punti imprescindibili. Macabro e poco elegante, ne convengo.

L’eleganza di Livorno, tuttavia, sta nella sua schiettezza, non nelle manfrine imbellettate. A provocazione si risponde a tono. Livorno è sangue e arena. Non posso dire che anche il Tirreno lo sia. Assicuro, anzi, che non lo è, ma certo qualche suggestione condivisa dev’esserci fra città e giornale. Io ne ho respirate molte e m’è piaciuto.
Livorno è la testa e una parte fondamentale del corpo del Tirreno. La trazione è livornese. Poi c’è il resto, che non conta poco: una marea di edizioni diversissime, tante piccole redazioni che pensano e agiscono con un grado di libertà e autonomia che ho riscontrato raramente. Non esiste un solo Tirreno. Esistono tanti Tirreno, uno differente dall’altro, una comunità federata e solidale che condivide una mappa di sentimenti e ideali convintamente antifascisti, di impegno civile e morale. La difesa della libertà e della democrazia è quel che la gente del Tirreno impara dal primo giorno di lavoro, indipendentemente dai compiti che svolge in azienda: dirigente, giornalista, poligrafico, rotativista, impiegato, pubblicitario, centralinista.

Tanti Tirreno, scrivevo. Quello elegante di Lucca, quello folle di Viareggio e della Versilia, quello bicefalo e toscano-ligure di Massa e Carrara (con appendice sulla Lunigiana). Poi si scivola lungo la Maremma livornese che si stende fra Cecina e Rosignano prima di sbucare a Grosseto, dove la parlata declina nei suoni dell’alto Lazio senza perdere l’intonazione. In mezzo, Piombino e l’Elba, cronache di un giornale che mescola decadenza industriale e fiera coscienza operaia con i nuovi turismi riccastri e furboni. E Pisa, più complicata di una metropoli, un delizioso quartierino con dentro un aeroporto, una torre, tre università e la contrapposizione permanente fra gruppi di potere.

Pontedera e il resto della provincia fin su, negli avamposti eroici di Prato, Empoli, Montecatini e Pistoia.
Me ne rendo conto di nuovo, mentre lo scrivo. Essere il direttore di un giornale è una esperienza potentissima, formidabile. Aver attraversato il Tirreno è stata una folgorazione. A noi che non siamo cresciuti dentro il Tirreno, che abbiamo avuto la fortuna di dirigere anche altre testate, il Tirreno è sempre stato rappresentato come un’idra ingovernabile che solo il potere deifico del Capo (il direttore) riesce a far marciare alla perfezione.
Non è così, naturalmente. Il gruppo (uomini e donne mai esausti), quello che pomposamente chiamavo staff, è il vero motore.

Negli incontri periodici durante i quali noi responsabili delle testate locali ci scambiamo pareri ed esperienze, il direttore del Tirreno viene presentato inevitabilmente come il capo supremo dell’organizzazione più complessa del mondo. Al suo ingresso in sala tutti zittiscono. E’ colui che amministra un vortice di pagine che si mescolano in continuazione nelle varie edizioni senza mai confondersi (ed è vero! Io stesso mi chiedo ancora come ci si riesca. Tanto merito è della tipografia e dell’ufficio dei capiredattori). Lui è il solo essere in grado di ammaestrare il cerbero dell’unica rotativa del Gruppo che sputa una dozzina di versioni dello stesso giornale tutte differenti eppure tutte coerenti con uno stesso stile, una identica scuola professionale.

Si dice che il tempo sublimi il ricordo. Non so dire. Sublime è stato di certo il mio brevissimo periodo al Tirreno, chiamato a gestire una fase di travaglio dopo che altri, prima di me, avevano costruito con lungimiranza un nuovo modello organizzativo che io trovai bell’e fatto e che misi in pratica. A me, un polentone del Nord, il Tirreno ha offerto una porzione generosa del proprio cuore. M’ha fatto sentire un cronista livornese a Livorno, lucchese a Lucca eccetera. Non era facile. La mia calata nordica pareva un gracchio fra tante varianti del toscano. Mi è andata bene, non m’hanno cacciato.

Mentirei se sostenessi di non aver avuto momenti difficili. Ricordo quando il leader di un movimento politico ci lanciò una fatwa per aver scritto una notizia. Poche le parole di solidarietà fuori dal giornale.
Tenemmo duro e altri poi, dopo mesi, scrissero quella stessa notizia. La redazione non vacillò.

Buon compleanno Tirreno. Grazie per avermi permesso di sedere sulla sedia che fu di un garibaldino. Sono riconoscente a molti: all’Editore, ai Grandi che mi hanno preceduto e al Maestro che è venuto dopo di me.
Pensavo di aver appreso qualcosa di questo mestiere, mi sono bastati pochi giorni al Tirreno per comprendere che non sapevo nulla. 140 anni contano.