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Il racconto dei fatti, l’eredità del passato, la libertà delle idee - Roberto Bernabò

Il racconto dei fatti, l’eredità del passato, la libertà delle idee - Roberto Bernabò

C’è uno spirito che anima la redazione: uno spirito garibaldino come quello della fondazione, una passione civile che la lotta per la sopravvivenza nel 1977 — quando Monti aveva deciso di chiudere il giornale — aveva ulteriormente rafforzato e che si trasmette a chi arriva dopo; il senso di una grande responsabilità che compete a chi fa questo lavoro

«Non c’è un giornalismo di serie A e uno di serie B. Ma se anche ci fosse, la massima serie è quella di chi fa cronaca locale». La chioma bianca, i modi garbati, il sorriso e la battuta tagliante, Mario Lenzi era un gigante per chi a inizio anni Ottanta entrava timidamente nel mondo del giornalismo locale, nel mondo del Tirreno.
Con un azzardo avevo lasciato appena ventenne la collaborazione con La Nazione — allora giornale di gran lunga quotidiano leader in Versilia e in Toscana — spinto da un amico, Giuliano, che non ringrazierò mai abbastanza, che in una sera di pioggia in centro a Pietrasanta mi aveva convinto: «È un giornale combattivo, in crescita, sarà una grande avventura».

Un anno dopo — con all’archivio le indimenticabili strigliate del primo direttore Magagnini e di alcuni dei grandi dell’ufficio centrale (e chi dimentica gli sguardi, i consigli, le urlate di Carlo Pucciarelli, Alfredo del Lucchese, Alfredo Pierucci, Augusto Vivaldi e gli altri non me ne vogliano se non li cito ma li ricordo) con cui avevo lavorato per qualche mese — l’incontro con Mario Lenzi, l’uomo che aveva accompagnato il passaggio del Tirreno all’interno del Gruppo Espresso e la nascente catena di giornali locali ed era tornato a fare il direttore per un breve periodo. Ecco il colloquio nella sua stanza con il respiro trattenuto, la sua idea di giornalismo che sarà un faro per me del senso di questo mestiere in provincia — “Pensa a quanto un buon giornalista può incidere sulla vita di una comunità e quanto poco può farlo a livello nazionale”, insistette — , il primo contratto ed eccomi piccolo ingranaggio di un progetto che avrebbe segnato il giornalismo locale italiano. È l’idea di un giornale iper-locale, con una redazione in ogni area omogenea, con una copertura comunale senza precedenti. Nella Toscana dei campanili, delle micro identità profonde, Il Tirreno arriva prima di tutti — della politica, che poi inaugurerà la stagione dei sindaci eletti direttamente e della concorrenza editoriale — a capire il valore di dare voce ai territori, di offrire anche alla comunità più piccole uno spazio di rappresentanza, di costruire una relazione diretta strettissima. Si aprono redazioni, aumentano le edizioni, cresce il numero dei giornalisti e dei fondamentali collaboratori di paese.

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C’è un’energia incredibile che da Livorno sale per i rami di una Toscana dove Il Tirreno diventa sempre più diffuso, sempre più il giornale leader ribaltando in pochi anni tradizioni e rapporti di forza consolidati. E c’è uno spirito che anima la redazione: uno spirito garibaldino come quello della fondazione, una passione civile che la lotta per la sopravvivenza nel 1977 — quando Monti aveva deciso di chiudere il giornale — aveva ulteriormente rafforzato e che si trasmette a chi arriva dopo; il senso di una grande responsabilità che compete a chi fa questo lavoro. Un attaccamento straordinario alla testata. Le ore di lavoro non ci spaventano, la crescita continua delle copie vendute è benzina sulla voglia di esserci sempre e ovunque. Una macchina che corre veloce con entusiasmo, sicurezza (certo anche commettendo errori, ovviamente, ma imparando ad ammetterli e riparare), ostinazione nelle battaglie locali, nelle sfide alle istituzioni, nel racconto dei fatti. E prende il meglio dagli straordinari direttori che si succedono (Luigi Bianchi, Ennio Simeone, Sandra Bonsanti), con una non ordinaria capacità di trasferire una certa idea di giornalismo — per riprendere una bella frase di Ezio Mauro per la sua Repubblica — nei passaggi generazionali.


Questa lunga stagione ho avuto il privilegio di viverla passo dopo passo: collaboratore a Viareggio, poi capo della redazione della Versilia con colleghi che saranno/sono negli anni colonne di questo giornale e non solo, e nel 2000 il salto alla vice direzione a fianco di una giornalista fulminante come Sandra Bonsanti, appassionata e testarda, capace di miscelare i linguaggi e i livelli mettendo le persone sempre al centro. E aiutato in questa avventura dalla saggezza e dal sostegno umano di Nino Sofia, il condirettore, un amico che ci ha lasciato troppo presto. Poi spalla a spalla, ancora vicedirettore, di Bruno Manfellotto, una delle grandi firme del giornalismo italiano, brillante e raffinato, capace di iniettare dentro di noi un po’ della sua lunghissima esperienza nei settimanali.

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Ecco il giugno 2009 e la decisione dell’Editore di affidarmi la direzione del giornale. Una sorpresa enorme, un’emozione straordinaria, un peso che toglie il sonno. La sfida di guidare il giornale dove sei cresciuto, un pezzetto alla volta, con colleghi diventati amici, e con le difficoltà che comporta esserne ora il direttore. Sono gli anni della grande crisi economica internazionale. Ma anche, per l’informazione, gli anni dell’avvio di un cambiamento strutturale nei consumi delle notizie. Dilaga il web, non c’è più rendita di posizione neanche per l’informazione locale; c’è solo il dovere di provare a innovare dentro paradigmi culturali cambiati, riferimenti economici appesantiti, piattaforme digitali che diventano oligopoli decisivi. E dentro una società, comprese le mille Toscane, che la globalizzazione costringe a ripensarsi giorno dopo giorno, a ritrovare nuove radici di identità di fronte a dinamiche decisionali che sono sempre più “disembedded”, per dirla con il sociologo Anthony Giddens, dai poteri locali.

So che ci abbiamo provato, con un grande spirito di squadra, con la libertà straordinaria, unica, che l’Editore ci ha sempre dato come la cosa più naturale, anche nei momenti più difficili. La riforma della grafica del giornale, il passaggio alla stampa interamente a colori — che emozione quel primo numero atteso con una grande festa in redazione — , l’innovazione digitale spinta riallacciandosi a quella capacità di visione che a metà anni Novanta aveva diffuso l’allora condirettore Claudio Giua (e a ottobre il Tirreno. it festeggia 20 anni! ). È una sfida che ci costringe a rivedere la relazione con i lettori/utenti, a ripensare temi e tecniche di scrittura, a lavorare sempre di più, su più piattaforme. E a fare i conti con la necessità di gestire le difficoltà di modello economico che attanagliano tutta l’informazione mondiale.

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Quello spirito del Tirreno — fatto di amore viscerale per la testata, di lealtà interna, di attenzione per i propri lettori ovunque siano, di consapevolezza del ruolo sociale e dunque della necessità di sbagliare il meno possibile — è stato il collante anche di questa ultima fase. È l’eredità lasciata prima alla passione giornalistica ostinata di Omar Monestier, e oggi a Luigi Vicinanza, un grande professionista con un bagaglio di esperienze ricche e ampie e un amore profondo per la cronaca delle città, chiamato con tutta la redazione a fare i conti con un modo nuovo di consumare l’informazione in un mondo mai così glocal. E lo fa ripartendo proprio da un’apertura nuova, propositiva, stimolante, verso i cittadini. Perché in una società

destrutturata possono trovare, e stanno trovando, in un brand informativo autorevole forse l’unico punto di riferimento per vivere consapevolmente nella propria comunità. Guardando così avanti con un po’di fiducia.
Ecco perché al Tirreno gli anni non pesano. Auguri!
 

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