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Il cuore e 13 “prime”:  sì, sono stato molto fortunato - Bruno Manfellotto

Livorno, maggio 2009: un dibattito tra candidati a sindaco organizzato dal Tirreno alla Stazione Marittima

Per quanto ostentino ironico distacco, i toscani tengono come pochi alle loro diverse identità: le chiudono dentro alte mura, o magari le separano solo con una fila di cipresi...

Diciamo la verità, sono stato molto fortunato: quando mi fu affidata la direzione del “Tirreno”, maggio 2003, la Toscana era ancora nel pieno di una stagione d’oro; quando dopo sei anni la lasciai, la crisi mordeva qui meno che a Torino o a Napoli, e sembrava addirittura di vivere una di quelle cicliche cadute alle quali sarebbe seguita l’inevitabile ripresa; trovai, infine, un giornale unico nel suo genere e una redazione forte e appassionata grazie alla quale ho potuto realizzare ciò che a ...

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Diciamo la verità, sono stato molto fortunato: quando mi fu affidata la direzione del “Tirreno”, maggio 2003, la Toscana era ancora nel pieno di una stagione d’oro; quando dopo sei anni la lasciai, la crisi mordeva qui meno che a Torino o a Napoli, e sembrava addirittura di vivere una di quelle cicliche cadute alle quali sarebbe seguita l’inevitabile ripresa; trovai, infine, un giornale unico nel suo genere e una redazione forte e appassionata grazie alla quale ho potuto realizzare ciò che avevo in mente. Allora cominciamo da qui.

Al mio fianco c’era una squadra formidabile. Condirettore era Nino Sofia, siciliano, giornalista eccellente, cronista di razza, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto; la vicedirezione era affidata a Roberto Bernabò, versiliese brillante e infaticabile, di cui non devo dirvi altro perché poi l’avete visto all’opera al mio posto; l’ufficio dei capiredattori macinava lavoro di qualità grazie a una lunga esperienza; le redazioni locali erano tanti piccoli giornali radicatissimi nel loro territorio. Su di noi vegliava, con occhio attento e affettuoso, l’avvocato Beppe Angella, amministratore e angelo custode.

Tutti insieme riuscimmo a imporre una novità, un piccolo miracolo: preparare ogni sera una prima pagina diversa per ciascuna delle nostre tredici edizioni, in modo che ognuno – da Grosseto a Livorno, da Piombino a Massa Carrara, da Pisa a Prato – sentisse il “Tirreno” sempre più vicino, sempre più suo. Insomma, ogni notte la rotativa si fermava tredici volte e ogni volta, oltre che aggiungere le cronache locali, si adeguava la prima pagina. Quando esposi la mia idea ai capiredattori, uno di loro, Gigi Casini, tagliente come solo un livornese doc sa essere, commentò: «A te ‘un ti ci vòle un redattorehapo, ti ci vòle un visgile». Naturalmente ce la facemmo (e oggi lo fa anche il “Tirreno” di Luigi Vicinanza), grazie anche a una ammirevole squadra di tipografia: vedere ogni mattina, esposte nello stanzone della Redazione, le diverse edizioni del giornale era per tutti una carica di energia e una dimostrazione di incredibile potenza.

A prima vista poteva apparire solo una concessione localistica, invece fu determinante per il successo: esaltandola, la scelta rispettava una caratteristica che in Toscana è vissuta all’estremo, ma che appartiene di diritto al carattere nazionale. I toscani, lo sapete meglio di me, per quanto ostentino ironico distacco, tengono come pochi alle loro diverse identità, a volte le chiudono dentro alte mura, o magari le separano solo con una fila di cipressi: è l’Italia dei mille campanili. Le differenze hanno alimentato perfino venti di guerra, o più di recente dato la stura a liti da strapaese. Dietro le quali si nascondono però valori profondi mai rinnegati che finiscono per fare da collante di una più ampia identità: una miscela di solidarietà, tolleranza, senso civico, operosità. Un giornale deve saper rappresentare le une e gli altri.

Ad aiutarci in quei sei anni, fu anche una realtà in movimento: a giudicare dalle iniziative culturali, dalle occasioni di sviluppo, dall’affermarsi di nuove realtà imprenditoriali, sembrava di vivere per paradosso non la vigilia di una lunga crisi, ma l’avvio di una stagione felice. A Pisa brillavano le eccellenze dell’Università, della Normale, del Sant’Anna, mentre Paolo Dario portava in giro per il mondo i successi della biorobotica. A Piombino i russi prendevano il controllo del gruppo Lucchini alimentando nuove speranze di un rilancio del tormentato settore siderurgico e di un futuro che non fosse solo traghetti e ombrelloni. Paolo Vitelli sceglieva Livorno per il cantiere dei suoi super yacht Azimut-Benetti e per un nuovo porto turistico. Aldo Spinelli, Igor Protti e Cristiano Lucarelli riuscivano nell’impresa di riportare il Livorno in serie A mentre da Roma applaudiva il tifoso numero uno, il figlio più illustre della città, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il Monte dei Paschi di Siena, ancora lontano dal default, finanziava generosamente imprese, mostre d’arte, restauri e sagre paesane. La Toscana intera si lanciava alla scoperta di un business in continua ascesa: cibo e vino.

Invece è arrivata la crisi. Ridimensionando magnifiche sorti e rendendo evidenti limiti tenuti sotto traccia: imprenditori che al rischio d’impresa preferivano una facile rendita di posizione; politici che si ostinavano a non voler vedere un mondo che cambiava e barattavano responsabilità e progettualità con cieca gestione del potere; sindacalisti che tolleravano privilegi e corporativismi. Oggi niente è più come prima, e assai più difficili sono ruolo e funzione del “Tirreno”. Più di una volta è toccato proprio a questo giornale provocare un salutare scossone, diventare punto di riferimento di una reazione popolare non demagogica, ma civile e costruttiva. Forse è di nuovo quel momento. E dunque auguri al “Tirreno” per i suoi primi 140 anni. E alle città che ogni giorno racconta perché conoscano presto una felice rinascita.