Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

I missili, le riunioni e 10 anni di passione senza vincoli politici - Luigi Bianchi

Un incontro nel salone del Tirreno nel corso degli anni '80

Un aereo abbattuto in Estremo Oriente, un confronto teso con il comitato di redazione e il dialogo che inizia. Poi la sfida di sbarrare la strada a un rivale con un nome speciale

Ho diretto il Tirreno per dieci anni in un periodo scabroso della sua lunga e travagliata esistenza: quando una quota della sua proprietà, per motivi che sarebbe noioso ricostruire, era stata ceduta ai Cerutti, imprenditori di Casal Monferrato, dove producono rotative. Dei Cerutti ho un ottimo ricordo: erano veri signori di una correttezza impeccabile. Ma essendo di orientamento repubblicano non tolleravano che la politica del Tirreno venisse ricalcata su quella dei comunisti livornesi, come ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Ho diretto il Tirreno per dieci anni in un periodo scabroso della sua lunga e travagliata esistenza: quando una quota della sua proprietà, per motivi che sarebbe noioso ricostruire, era stata ceduta ai Cerutti, imprenditori di Casal Monferrato, dove producono rotative. Dei Cerutti ho un ottimo ricordo: erano veri signori di una correttezza impeccabile. Ma essendo di orientamento repubblicano non tolleravano che la politica del Tirreno venisse ricalcata su quella dei comunisti livornesi, come era accaduto negli ultimi anni sotto la precedente direzione. Io ero stato inviato a Livorno proprio per rilanciare il giornale e ampliarne lo spazio di diffusione liberandolo dai vincoli politici. “Garante” della nuova linea sarebbe stato Antonio Maccanico, politico di lungo corso, dotato di una vasta cultura e di una ricchissima esperienza. Ho ricordato questi dettagli, altrimenti superflui, perché all’interno della loro cornice vissi il mio primo e sconcertante impatto con il Tirreno: un’esperienza della quale conservo nitido il ricordo, nonostante il tempo trascorso da allora. Era il 1983, primo settembre.
Io ero approdato a Livorno quel giorno, in anticipo rispetto agli accordi con l’editore, non avendo ancora ultimato le pratiche per assumere la guida del giornale. Responsabile provvisorio era perciò Mario Lenzi che risiedeva a Roma dove svolgeva le funzioni di direttore editoriale dei giornali locali del Gruppo. Volle il caso che proprio quella mattina accadesse nel lontano Oriente un episodio che avrebbe fatto scalpore in tutto il mondo. Un aereo di linea sudcoreano, in volo da New York a Seoul con 269 persone a bordo, era stato abbattuto con due missili da un caccia sovietico, ad ovest dell’isola di Sachalin. Un fatto drammatico che sarebbe stato un errore non riferire con il debito risalto. Io pregai il redattore capo di preparare un titolo di prima pagina a sei colonne. Passarono pochi minuti e vidi entrare nella mia stanza il comitato di redazione al completo. «Direttore, noi abbiamo votato per lei il gradimento e siamo lieti che diriga il giornale, ma dobbiamo metterci d’accordo. Noi riteniamo impossibile che i compagni sovietici abbiano abbattuto un aereo civile. La notizia deve essere falsa. Perciò se lei non modifica la prima pagina noi impediamo l’uscita del giornale». Non essendo ancora il responsabile telefonai a Lenzi per chiedergli che cosa fare. Lenzi era livornese e conosceva l’indole dei suoi conterranei. Mi consigliò di trovare un’intesa: decidemmo così di collocare in prima pagina un incorniciato con la cartina geografica del luogo in cui l’aereo si era inabissato e un titolo sobrio. Sette giorni dopo, quando io, ultimate le pratiche, assunsi la direzione, i sovietici ammisero ufficialmente di aver abbattuto l’aereo. Il comitato di redazione riconobbe di essere stato un po’troppo impulsivo. Cominciò così tra me e i redattori del Tirreno un lungo laborioso dialogo improntato alla massima schiettezza. Mi resi conto subito che i miei interlocutori erano ottimi giornalisti, intelligenti e ragionevoli, ma troppo ideologizzati, con i quali valeva le pena di discutere. Non mi ingannai. In fondo, è stato per merito loro, per il loro impegno e le loro doti professionali, se il Tirreno negli anni successivi ha perduto la sua faziosità, pur conservando l’impronta originaria di giornale “garibaldino” , democratico e progressista, ha migliorato le condizioni di lavoro adottando metodi e strumenti più moderni, ha esteso la sua presenza in Toscana con l’apertura di nuove redazioni ed è arrivato a un livello di vendite che non aveva mai raggiunto in precedenza.
Naturalmente, in dieci anni non sempre tutto è filato liscio, ci sono stati alti e bassi, momenti di tensione e anche scontri, ma l’attaccamento al giornale non è mai venuto meno. Se qualcuno avesse tentato di danneggiare il Tirreno avrebbe suscitato una reazione unanime e immediata. Come avvenne nel 1987, quando l’editore Monti cercò di toglierci spazio rimettendo sul mercato la vecchia testata del Telegrafo. Monti dieci anni prima aveva venduto a Caracciolo il giornale con la testata Il Tirreno, tenendosi la testata originaria con l’impegno di non farne uso per un decennio. Appena trascorsi i dieci anni partì alla carica convinto di mettere il Tirreno alle corde. Ma si arrestò di fronte a uno sbarramento inflessibile.
Per bloccarlo inventammo nuove pagine, aumentammo i servizi di cronaca e inchiodammo gli avversari su una “linea del Piave” , finché i finanziatori dell’iniziativa, stufi di spendere invano i loro soldi, mollarono l’impresa. E Il Telegrafo scomparve dalla scena. Sicuramente scavando nella memoria troverei altri episodi da ricordare, ma lo spazio di cui disponevo l’ho consumato.
Le poche righe che ancora mi restano desidero spenderle per dire grazie, dopo decenni di silenzio, ai colleghi con i quali ho collaborato durante la mia direzione. Sia a quelli con i quali ho tuttora rapporti di amicizia sia a quelli dei quali non ho più avuto notizie. A tutti dico grazie per avermi consentito di trascorrere a Livorno dieci anni non sempre agevoli, spesso faticosi, ma mai vuoti.