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Nasce la nuova Europa, quel “diversivo” di Gronchi: «Carissimo Eisenhower...»

Nasce la nuova Europa, quel “diversivo” di Gronchi: «Carissimo Eisenhower...»

I retroscena della firma dei trattati di Roma nel 1957. La storia di una lettera bloccata dal ministero degli esteri

Proprio nei giorni del marzo 1957 in cui a Roma nasceva la nuova Europa, un clamoroso scontro istituzionale agitava, dietro le quinte, il panorama politico italiano. Protagonisti il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi da una parte, e il presidente del Consiglio Antonio Segni e il ministro degli Esteri Gaetano Martino dall’altra. Un braccio di ferro ai massimi livelli che non ostacolò la firma dei trattati fra Italia, Francia, Germania e i paesi del Benelux, ma che dà l’idea di come, sulla collocazione internazionale dell’Italia, ci fossero opinioni diverse.

La crisi di Suez. Un passo indietro. Nell’ottobre 1956, a distanza di pochi giorni dalla rivolta d’Ungheria che minacciava di sconvolgere gli equilibri del blocco sovietico, anche l’Occidente ebbe la sua possente crisi. Francia e Inghilterra, per rispondere alla nazionalizzazione del canale di Suez decretata dal presidente egiziano Nasser, occuparono militarmente la zona del canale. L’Urss minacciò di intervenire al fianco dell’Egitto, ma anche gli Stati Uniti non videro di buon occhio l’azione di francesi e inglesi che aveva un insopportabile sapore neocoloniale. Le fortissime pressioni indussero Londra e Parigi a ritirarsi, incassando uno smacco notevole.

La politica estera di Gronchi. Per Gronchi e altri uomini politici italiani l’umiliazione anglo-francese a Suez non era stata una cattiva notizia. Anzi. Gronchi, il democristiano pontederese che era diventato presidente della Repubblica a sorpresa nel 1955 (aggregando intorno al suo nome una maggioranza trasversale che andava dai comunisti ai missini), aveva il pallino della politica estera ed era animato da una visione che potremmo definire neutralista. Nel 1949-50 era rimasto alquanto dubbioso sull’adesione dell’Italia al Patto Atlantico e alla Nato: pur non opponendosi in sede parlamentare, avrebbe preferito che il Paese si fosse collocato in una posizione intermedia fra Stati Uniti e Urss, senza comunque mettere in discussione lo schieramento dell’Italia nel blocco occidentale.

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Una volta eletto capo dello Stato, Gronchi sognava un maggiore spazio internazionale per l’Italia, che poteva contribuire al dialogo e alla distensione, guardando con fiducia ai rapporti con i paesi in via di sviluppo. Questo spazio poteva essere trovato soprattutto nel mondo arabo. La sua posizione, etichettata come neoatlantismo, era condivisa da personaggi della caratura di Giorgio La Pira, Enrico Mattei e Amintore Fanfani (con quest’ultimo però, nonostante le tante affinità e la comune militanza nella Dc, erano cane e gatto).

Gronchi pensava, per usare le parole dello storico e giornalista Sergio Romano, che l’Italia «avesse le carte in regola per diventare un buon partner commerciale e una specie di fratello maggiore dei paesi arabi sulla via dello sviluppo e della modernizzazione».

La lettera galeotta. Con questo spirito e con queste intenzioni Gronchi non si fece sfuggire una succosa occasione. Nel marzo 1957 il vicepresidente Usa Richard Nixon, in visita a Roma, gli aveva recapitato una lettera del presidente Eisenhower. Invece di limitarsi a rispondere con qualche espressione di cortesia, Gronchi preparò per Eisenhower una lettera operativa. Gli diceva che l’Italia era stata colta di sorpresa dalla spedizione di Suez, deplorava il ricorso anglo-francese alla forza, accennava ai grandi interessi dell’Italia nel bacino mediterraneo e proponeva una specie di consultazione privilegiata Italia-Usa sui problemi del mondo arabo e su come affrontarli.

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La missiva fu inviata al ministero degli Esteri che avrebbe dovuto inoltrarla a Washington. Ma il segretario generale del ministero, Alberto Rossi Longhi, si rese conto di avere per le mani una bomba politica e, invece di inviare la lettera in America, la fece leggere al ministro degli Esteri Martino, che a sua volta la mostrò al presidente del Consiglio Segni.

Tutto bloccato. Per Martino e Segni il messaggio era molto pericoloso. Per prima cosa, dava l’impressione che il presidente della Repubblica avesse il diritto di dirigere la politica estera nazionale, sostituendosi surrettiziamente al governo. In secondo luogo, era uno schiaffo alla Francia (con la quale avevamo giust’appunto appena firmato gli accordi per la creazione del Mercato comune europeo) e uno sgarbo all’Inghilterra. Così premier e ministro decisero di impedire l’invio della lettera, sfidando l’ira di Gronchi e provocando un inedito terreno di scontro tra poteri dello Stato.

Insomma, mentre a Roma si scriveva una pagina fondamentale della storia europea, la nostra diplomazia era impelagata in una feroce polemica. Gronchi peraltro non partecipò attivamente alle trattative che portarono alla costituzione del Mercato comune, e non ebbe alcun ruolo nella firma dei Trattati di Roma. Ciò non significa che il presidente osteggiasse l’idea europeista. In alcuni dei suoi numerosi viaggi all’estero, infatti, Gronchi non mancò di rinsaldare i legami con gli altri paesi del vecchio continente, in particolare la Francia (la «sorella latina» pugnalata alle spalle nella seconda guerra mondiale) e la Germania (nel 1956, vedendo il cancelliere della Repubblica federale tedesca Konrad Adenauer, parlò di «un motore italo-tedesco» per accelerare l’integrazione europea).
 

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