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Moretto, la leggenda del bel pugile ebreo che sfidò i fascisti

Il direttore della Stampa, Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrazzi raccontano la storia di un piccolo eroe.
A pugni nudi contro la persecuzione scattata dopo l’Armistizio. Il libro sarà presentato al Tirreno

Un giovane affascinante, intrepido, sfida e beffa i fascisti e i nazisti nella Roma occupata, durante i mesi del terrore e della fame a cavallo tra il 1943 e 1944. Gli ebrei del Ghetto, di cui è figlio orgoglioso, lo chiamano Moretto. Il suo vero nome è Pacifico di Consiglio, 24 anni, le cui gesta ardimentose lo trasformano agli occhi del suo popolo da preda in cacciatore. E' un pugile dilettante. Prende a schiaffi e cazzotti miliziani e capetti fascisti sempre pronti a umiliare e taglieggiare la comunità ebraica; assalta a colpi di pistola un loro abituale luogo di ritrovo; arrestato e massacrato di botte evade ben due volte. Resiste vivo e fiero fino alla liberazione di Roma, giugno 1944.

Ritmo serrato da sceneggiatura di film, è tuttavia un intrigante esempio di letteratura della verità la storia di Moretto raccontata da Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrazzi in «Duello nel Ghetto» (Rizzoli, 264 pagg., 20 euro). Gli autori hanno lavorato su documenti storici e materiale inedito di prima mano conservato negli archivi personali di alcuni dei protagonisti del libro. La narrazione si svolge quasi unicamente in uno degli angoli più belli e suggestivi della Roma d'oggi, il teatro di Marcello, l'isola Tiberina, il portico d'Ottavia: il Ghetto, meta di turisti da tutto il mondo.

Al Tirreno Maurizio Molinari racconta Moretto, l'ebreo ribelle di Roma Si racconta di “Moretto”, il pugile dilettante, l’ebreo ribelle del ghetto di Roma. L’eroe quotidiano delle battaglie minime contro le bande neofasciste, di quelle che, però, fanno la differenza. La sala conferenze de Il Tirreno è affollata. Si ascolta parlare Maurizio Molinari, direttore de La Stampa che, con Amedeo Osti Guerrazzi ha fatto di Moretto il protagonista di “Duello nel ghetto”, storia di ordinaria resistenza nella Roma del dopo armistizio. Interloquiscono, Luigi Vicinanza, direttore del Tirreno, Gadi Polacco, presidente dell’associazione Benè Berith di Livorno, il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin. Ma soprattutto parla la comunità ebraica di Livorno. Confessa il senso di colpa dei sopravvissuti ai campi di concentramento, i gesti eroici rimasti sepolti sotto questi sensi di colpa, i segni delle torture. Parla, dunque, la gente con le sue ferite ancora aperte

Ma torniamo indietro di 80 anni. Fino alle leggi razziali del 1938 quelle strade suggestive e dense di storia sono abitate e affollate da ebrei in una convivenza pacifica e operosa con i vicini cattolici. Mestieri antichi si tramandano da generazioni, "stracciaroli", rigattieri, venditori ambulanti di tutto e di più. Poi nulla sarà più come prima. Lo scoppio della guerra è il secondo trauma per la comunità con un ulteriore inasprimento delle discriminazioni e degli abusi. Ma la caccia casa per casa, bottega per bottega inizia dopo la fuga del re e di Badoglio dalla Capitale, con l'occupazione militare nazista e il proliferare di bande di fascisti repubblichini disposti a tutto per vendetta politica e per avidità di denaro.

E' quella che Molinari e Osti Guerrazzi definiscono «la schiuma della società italiana al soldo dei nazisti». Da Berlino arriva un ordine perentorio, dettato da Himmler: almeno ottomila ebrei romani devono essere deportati in Germania. Nella comunità del Ghetto, tuttavia, nessuno crede che i nazisti stiano realmente praticando, a partire dall'Est europeo occupato, un piano di eliminazione fisica di tutti gli ebrei: adulti, donne, bambini, anziani. Non vogliono, non possono credere all'esistenza dei campi di sterminio.

Quando la comunità subisce l'ultima vessazione, l'obbligo di consegnare 50 chili d'oro agli occupanti, un'estorsione beffarda che avrebbe dovuto garantire la salvezza, Moretto intuisce la trappola, prova a organizzare una qualche forma di resistenza. Rivelatrice questa frase rivolta al protagonista da un suo amico: «A combattere si muore. Se si finisce in Germania, invece, al massimo ci faranno lavorare, ci daranno da mangiare… Questa maledetta guerra dovrà pur finire». Illusione mortale.

All'alba del 16 ottobre 1943 scatta la retata nel Ghetto di Roma: 1022 persone inermi saranno deportate verso l'orrore. Alcuni ebrei riusciranno a salvarsi per episodi spontanei di solidarietà e coraggio da parte di non ebrei, ma la Capitale resta indifferente all'operazione di pulizia etnica che si sta compiendo sotto i suoi occhi. «Sul ruolo dei non ebrei, o su ciò che hanno visto, cala rapidamente un oblio condiviso che rappresenta meglio di qualunque altra prova il senso di colpa di un'intera città annotano Molinari e Osti Guerrazzi.

In questa Roma livida, popolata di spie, doppiogiochisti, fascisti sanguinari, le imprese di Moretto rappresentano agli occhi degli ebrei, quelli ancora in grado di sopravvivere tra mille stenti, un messaggio di speranza: testimoniano la possibilità di eludere la cattura, di resistere ai persecutori. Nell'avventura di quel giovane coraggioso, divenuto bandiera di libertà, si identifica lo spirito di una comunità a tal punto - è il senso del libro - da «consentire al popolo ebraico di sopravvivere».

 

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