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28 gennaio 1945, una luce nel tunnel: esce “Il Tirreno

28 gennaio 1945, una luce nel tunnel: esce “Il Tirreno"

Nel 140° anno dalla fondazione del Telegrafo, avvenuta nell’aprile 1877, un’altra data storica: l'anniversario del nostro giornale

«Ricordo gli articoli di fondo del Telegrafo, quando era direttore Giovanni Ansaldo. Ricordo bene - nella Livorno distrutta dove tornai dal servizio militare nell’ottobre ’44 - la prima uscita del Tirreno di Athos Gastone Banti, nel gennaio 1945». Con queste parole di pura memoria, pronunciate il 15 febbraio 2002 durante la visita ufficiale al nostro giornale, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sintetizza un periodo. Lo fotografa. Cita gli editoriali di Giovanni Ansaldo, grande giornalista, direttore del Telegrafo dal 1937 al 1943, e rammenta la nascita del Tirreno. Accadde infatti che la testata “Il Telegrafo”, di proprietà della famiglia Ciano, troppo compromessa con il regime fascista, non era più spendibile nel tempo della ritrovata libertà.

Dunque Athos Gastone Banti, giornalista baldanzoso ed energico, quando mise in pratica la complicata idea (visto il momento) di pubblicare un foglio indipendente a Livorno, cambiò il nome. Si ispirò sicuramente all’edizione serale del “Telegrafo”, che si chiamava “Corriere del Tirreno”. Rimase solo “Il Tirreno”. La prima copia uscì il 28 gennaio 1945, esattamente 72 anni fa. Ed è questo pezzo della nostra storia che oggi vogliamo ricordare, come tassello dei 140 anni del “Telegrafo”, il babbo del “Tirreno”, fondato nel 1877.

28 gennaio 1945. Per aprire/riaprire un giornale, ci volevano coraggio e intraprendenza in dosi massicce. Livorno era stata ridotta a un ammasso di macerie dai bombardamenti americani e dalle mine dei tedeschi in ritirata, la Toscana era sconvolta dai lutti e dagli eccidi nazifascisti. La guerra non era ancora finita. Anzi: è vero che le truppe germaniche avevano lasciato quasi tutte le città toscane, ma tenevano le posizioni sulla linea Gotica.
Coraggio e intraprendenza, effettivamente, non mancavano ad Athos Gastone Banti. Prima della grande guerra, come redattore capo del “Telegrafo”, si era fatto conoscere dai livornesi per i suoi articoli sempre taglienti e grondanti polemiche. E loro, i livornesi, che in quanto a umorismo fra il velenoso e l’affettuoso non sono secondi a nessuno, lo avevano subito ribattezzato “Athos, bastone e guanti”, ironizzando sul fatto che il nostro uomo era un “appassionato” di duelli. Essendo parecchio fumino e scrivendo in quel modo aggressivo, si trovava spesso impelagato in situazioni che dovevano essere risolte con la scherma. Lui ci sapeva fare, e di solito vinceva.

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Ma era con la penna che sapeva fare le cose migliori. Non sorprende dunque che durante la prima guerra mondiale il Banti, passato al “Giornale d’Italia”, sia stato uno dei più apprezzati inviati speciali al fronte.
Finito il conflitto, andò a dirigere il “Nuovo Giornale” di Firenze. Tanto per inquadrare ancora meglio il tipo, vi facciamo presente che accanto alla redazione aveva fatto allestire una sala di scherma con tanto di maestro, e obbligava i suoi giornalisti a frequentarla per essere in grado di rispondere alle offese. Ogni giornalista che si batteva in duello riceveva un notevole rimborso spese... Beh, ognuno ha le sue fissazioni.

Nel 1924 i fascisti gli bruciarono il giornale, ma lui non si perse d’animo. Non aspettava altro che il momento giusto per rimontare in sella. Dovette attendere 20 anni. Dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944, Banti chiede all’amministrazione americana di tornare proprio nel capoluogo toscano per riprendere il discorso interrotto giusto un ventennio prima. Athos ha 64 anni, ma è ancora un vulcano. Ha voglia di rivincite, lui, antifascista da sempre. Gli americani non gli danno il permesso, ma gli propongono un’alternativa: può avere l’autorizzazione solo se accetta, a sue spese e rischi, di fare un giornale indipendente a Livorno. Cosa a cui il governo militare Usa teneva particolarmente, soprattutto per l’importanza strategica del porto labronico.
Banti non ci pensa due volte: parte da Roma, dove abita, e si getta con entusiasmo nella nuova avventura. Il suo racconto di quei giorni è illuminante, e dunque gli lasciamo la parola. Anzi, prima precisiamo che la fondazione del giornale gli costò 300 lire, il prezzo della testata di zinco del “Tirreno”.

La prima (e unica) pagina del Tirreno...
La prima (e unica) pagina del Tirreno del 28 gennaio 1945

«Arrivai a Livorno sull’imbrunire della vigilia (il 27 gennaio, ndr) - ci racconta il buon Athos - con un’auto americana che mi scaricò davanti al palazzo fortunatamente illeso dell’ex Telegrafo. Avevo portato la testatina del “Tirreno” e un paio di articoli prefabbricati. Trovai che nello stabilimento tipografico, che era di proprietà Ciano e che gli alleati avevano requisito affidandone la gestione a un uomo di molta esperienza e cortesia, l’editore livornese Gino Belforte, si stampavano già le “Stars and Stripes” e un giornaletto d’armata. Gli operai c’erano, ed erano livornesi. E c’era anche, ad aspettarmi, il giovine giornalista concittadino che conoscevo, Milziade Torelli, e che nominai redattore capo sul campo, anzi sull’uscio».

Sembra di essere lì, accanto a lui. Frenetico e scattante. Dai Athos che ce la fai. «Ci mettiamo subito a lavorare, lui ed io; il comm. Belforte mi fornì, a credito, la carta e la tipografia. Gli operai mi dettero quella sera un po’ del loro mangiare: chi un uovo, chi un pezzo di pane, e chi una mela. Il pasto che ricordo con più commozione! Alle due del mattino il giornale, formato protocollo, o quasi, andava in macchina».

Banti c’informa, non senza una punta di giustificato orgoglio, che «quella mattina del 28 gennaio 1945 i miei generosi e ardenti concittadini finirono in un amen le 7000 copie che avevamo stampato e io offersi al signor Belforte di pagargli subito il giornale, ma volle aprirmi un credito inaugurale».

Neanche il tempo di godersi la soddisfazione che c’è da pensare al secondo numero. I ritmi dei giornali sono impietosi. Non era facile lavorare. «Il male - ricorda Athos - era che non si potevano ricevere notizie né per posta né per filo. Bisognava captare qualcosa con una scassatissima radio che un amico portava ogni giorno da casa e riportava via quando aveva finito». Ma il Banti dalle mille risorse si mise d’accordo con un motociclista che la sera da Firenze gli portava i dispacci dell’Ansa. Già il terzo giorno ci fu il primo tentativo di allargare l’area di diffusione: un uomo di buona volontà con bicicletta e paniere trasportò cinquecento copie a Pisa.

Quel “Tirreno” era formato da una sola pagina. Costava una lira. Ma per i livornesi, che tornavano dallo sfollamento e ricominciavano da zero, la sua uscita fece epoca. Tra le rovine della città non c’era né acqua né luce, i lutti erano in ogni casa. Non mancava però la voglia di riappropriarsi pian piano della vita dopo l’orgia di morte, che peraltro continuava.

Un altro testimone di quei giorni risponde al nome di Aldo Santini, eccellente giornalista e scrittore livornese . Gli rubiamo qualche flash: «Gli americani occupavano tutte le stanze e per settimane noi del “Tirreno” lavorammo nei corridoi. Partiti gli americani, “Il Tirreno” si normalizzò. Uscì a due e a quattro pagine. Toccò le 30mila copie. Si diffuse dalla Spezia a Orbetello. La formula del giornale indipendente piaceva. Salì a 80mila copie». Gli fa eco Athos, con una battuta al peperoncino: «Quando gli americani se ne andarono, ebbi una stanza tutta per me, senza il pericolo di vederci entrare di notte un negro avventuroso...».

Insomma, “Il Tirreno” va. Sembra quasi un miracolo. In quel caos, la gente ha fame di notizie libere, e poi un giornale pensato e stampato sotto casa, ispira fiducia, pare quasi un amico. Athos ci mette del suo, stabilendo un dialogo coi lettori tramite una rubrica settimanale in prima pagina. S’intitola “5 minuti di fermata 5”, e lui si firma “Il capostazione”. Diventa una rubrica popolarissima. Athos è il direttore, l’uomo giusto nel momento giusto. I suoi commenti sono un esempio di chiarezza e di onestà anche per chi non concorda con le sue posizioni sia da destra che da sinistra. E “Il Tirreno”, in quelle acque ancora tempestose, comincia bene la sua navigazione.
 

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