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28 gennaio 1945, esce Il Tirreno. Il primo editoriale: La guerra ci ha portato via tutto, lottiamo per un domani migliore

28 gennaio 1945, esce Il Tirreno. Il primo editoriale: "La guerra ci ha portato via tutto, lottiamo per un domani migliore"

Le parole toccanti del direttore Banti nel primo numero del Tirreno: «Dobbiamo, con il lavoro e il combattimento, affermare la nostra dignità di popolo»

Il 28 gennaio 1945 venne rifondato il Tirreno (che prima si chiamava Telegrafo), dopo la cessazione delle pubblicazioni durante la Repubblica Sociale. Sul primo numero, il direttore Athos Gastone Banti scriveva questo bellissimo editoriale che riportiamo tale e quale, compresa la firma in fondo all’articolo con le iniziali dei due nomi di battesimo.

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Questo che si pubblica oggi per la prima volta a Livorno non è un giornale di un partito, e neanche l’espressione di qualche interesse privato, o di categorie: è soltanto un atto di fede, e di amore.

La guerra nefanda, che il Paese non voleva, e che ci è stata imposta dal regime, ha sconvolto case e famiglie, industrie e coltivazioni, traffici ed impianti. Più fortemente che altrove, la bufera inimmaginabile si è abbattuta sulla nostra regione, seminando lutti e rovine. Ma dagli scheletri dei paesi desolati, che il silenzio opprime, dalle macerie di quelle che furono un tempo cospicue fiorentissime città, dal pianto di tanta povera gente, costretta ai sacrifici più dolorosi e ai più amari rimpianti, dalle tombe di coloro che caddero, vittime della sadica crudeltà tedesca e fascista, una voce sorge, che addita il dovere agli italiani non indegni: lavorare per la vittoria e la rinascita.

Noi dobbiamo sopravvivere: dobbiamo avere, come popolo e come Nazione, un domani accettabile. Dobbiamo, risanate le nostre ferite fisiche e quelle morali, trovare ancora, nel mondo, il posto che ci spetta per la nostra intelligenza, il nostro grado di civiltà e la nostra capacità di lavorare.

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Perché questo avvenga occorre, però, innanzi tutto, che la guerra sia vinta, e l’umanità sia salva, definitivamente, dal pericolo di nuove dittature e di nuovi massacri. Mai più, mai più, nell’avvenire, dovrà essere possibile il fatto mostruoso di tutto un mondo che sanguini, mutilato e rovinato, perché negli abissi oscuri della coscienza di un criminale pazzo hanno fermentato idee perverse, di persecuzioni e di rapina.

Né noi possiamo, d’altronde, vivere nella guerra come se la guerra non ci fosse. Non possiamo ignorare il clima terribile, lo sforzo magnifico, l’imperativo assoluto. Dobbiamo, colla più leale delle collaborazioni, col lavoro e col combattimento, affermare la nostra dignità di popolo, contribuire, nella misura maggiore possibile, alla più rapida vittoria degli alleati contro il nemico comune.

Ma anche occorre, perché l’avvenire sia salvo, che tutte le superstiti forze spirituali si volgano al problema immane della ricostruzione in una identità di intenti e di opere che trascenda ogni possibile divergenza di principi e di programmi.

Tempo verrà, e sarà presto, in cui ognuno che abbia idee da esprimere, e rivendicazioni politico-sociali da avanzare, potrà assumere la parte che gli spetta e combattere per quella verità in cui crede. E non saremo noi, che abbiamo sempre considerato l’esistenza come una lotta, che ci dorremo della vivacità delle battaglie politiche di domani, certi come siamo che, qualunque possa esserne l’esito, la sorte futura dell’Italia dovrà fatalmente realizzarsi su un piano di coraggiose riforme sociali, in uno spirito di democrazia e di giustizia. E di solidarietà umana.

Ma ora occorre riagganciare alla esistenza questo popolo italiano che in molte regioni sta per varcare il limite estremo della sofferenza, quel limite oltre il quale tutto diventa sciaguratamente possibile.

Bisogna lavorare e far lavorare; dare il senso della continuità della Nazione a chi, avendo tutto perduto, può sentirsi trascinato a disperare di ogni cosa: infondere, in ognuno, la certezza di un domani migliore.

Noi siamo oggi, tutti, doloranti per l’atrocità della sorte a cui ci ha condannati il fascismo. Ma non ci sono condanne eterne, nella storia. Meno che mai ci possono essere per noi, che abbiamo espiato prima di avere peccato: che abbiamo pagato anticipatamente, con venti anni di mortificazioni, di schiavitù, di vergogna, e di paura, il riscatto del grande crimine contro l’umanità che il fascismo doveva perpetrare, a conclusione di tutte le sue ingiustizie e di tutte le sue nefandezze.

Noi vogliamo sopravvivere. La Patria - in cui ci siamo ostinati a credere, anche quando l’abietta retorica ci aveva dato il disgusto fisico di tutte le parole monopolizzate - la nostra Patria dovrà tornare ad essere integra ed onorata nel consesso delle potenze civili. È affermando questo primordiale diritto di popolo: è aspirando, in un anelito di libertà, a un avvenire di pace e di benessere sociale, che “Il Tirreno”, giornale modesto ma indipendente, inizia oggi le sue pubblicazioni.

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