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Ustica, caso riaperto «Fu ucciso perchè sapeva la verità»

Dettori era al radar a Grosseto, fu trovato impiccato nell’87. La figlia presenta un esposto in Procura con nuove prove

GROSSETO. C’era un capitano dell’aeronautica che fu radiato dalle forze armate con un decreto firmato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, la cui firma a distanza di decenni è stata dichiarata falsa dal tribunale di Firenze. C’è ora la richiesta di reintegro per questo ex capitano, Mario Ciancarella e c’è anche un altro capitolo della strage di Ustica che potrebbe essere riscritto: quello che riguarda la morte di Mario Alberto Dettori, che la notte in cui nel cielo sopra Grosseto stava succedendo qualcosa di incomprensibile e inimmaginabile, era al radar di Poggio Ballone.

Il maresciallo Dettori, la notte di Ustica, decise di fidarsi di Ciancarella e di confidargli: «Capitano siamo stati noi...», «Capitano dopo questa puttanata del mig libico». Mario Alberto Dettori verrà trovato impiccato nel 1987 poco lontano dalla città e quella morte sarà sbrigativamente archiviata come un suicidio.

Venerdì 16 dicembre in Procura a Grosseto, però, sono arrivate delle carte che puntano a rimettere in discussione tante delle cose che su questa vicenda non sono state scritte, a partire proprio dalla morte del maresciallo, avvenuta sette anni dopo la strage. È l’associazione antimafia Rita Atria, insieme all’avvocato Goffredo D'Antona, del foro di Catania a depositare un esposto alla Procura a nome della figlia del maresciallo, Barbara. Lei aveva soltanto 16 anni quando al telegiornale passarono le immagini di una delle stragi che ha segnato il destino dell’Italia e delle sue relazioni internazionali. Era a casa, quando suo padre arrivò, al mattino, e disse alla moglie Carla e alla cognata Sandra che quella notte a Grosseto «si era sfiorata la terza guerra mondiale».

Dopo qualche giorno, il maresciallo chiama il capitano Ciancarella. «Ma di quello che babbo aveva visto durante il suo turno al radar a Poggio Ballone - dice Barbara - non ha più parlato a casa, negli anni successivi. Era un militare che amava il suo lavoro e che credeva nelle regole». E quello che aveva visto era e sarebbe dovuto rimanere un segreto.

Passano sette anni dalla notte di Ustica. Il maresciallo Dettori continua la sua vita insieme alla sua famiglia: a sua moglie Carla, alla figlia Barbara che nel 1980 aveva 16 anni, ad Andrea che ne aveva 15 e al piccolo Marco che ne aveva soltanto 8. Continua a coltivare la sua passione per lo sport, a lavorare con attenzione. Fino all’ultimo giorno di marzo del 1987, quando il maresciallo Dettori fu trovato impiccato da due amici di famiglia in una piazzola vicina all’argine dell’Ombrone a Istia, sulla strada delle Sante Mariae. «Non lo avrebbe mai fatto - dice oggi la figlia Barbara - e noi lo abbiamo detto in tutti i modi possibili. Amava la vita, amava la sua famiglia. Eravamo la luce dei suoi occhi, non si sarebbe mai ucciso da solo». Sono le parole «da solo» che Barbara ripete e sottolinea più volte.

Il maresciallo Dettori, però, sapeva troppo di quella notte e di quello che era successo prima che il Dc 9 Itavia si squarciasse in volo e finisse poi negli abissi del mare di Ustica. Sapeva e aveva parlato proprio con Ciancarella. Come sapeva tante cose anche l’ex sindaco di Grosseto, Giovanni Battista Finetti, morto anche lui in circostanze poco chiare dopo il trasferimento dall'ospedale di Grosseto a quello di Pisa.

Barbara Dettori però è una guerriera, è una donna che ha combattuto

con le vestaglie azzurre nella lunga vertenza della Mabro. E ha cercato la verità, da quel lontano giorno del 1987 quando suo padre fu trovato morto impiccato. Testimonianze, documenti: tutto quello che oggi verrà depositato in Procura, a Grosseto, per chiedere la riapertura del caso.

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