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Gregorio De Falco: «Deluso e usato dopo la Concordia, ma resto a bordo»

Il comandante parla del trasferimento da Livorno a Napoli «Sono dispiaciuto, ma non potevo restare senza far niente»

LIVORNO. Comandante Gregorio De Falco, che succede? Ha abbandonato la nave Livorno?

«No, non ho abbandonato nessuna nave, è solo un saluto. E poi resto a bordo della stessa nave, quella dell’amministrazione. Spero solo che la direzione e la rotta siano le stesse».

Troppe delusioni per restare Livorno?

«A Livorno ho lasciato un ambiente molto fraterno, andare via mi è dispiaciuto tanto. Ma è anche vero che rimanere lì senza alcuno scopo concreto e senza essere utile non serviva a nulla. Mi sono detto: che faccio? La mia non è una scelta estetica ma di sostanza. Sono venuto a Napoli per stare vicino alla famiglia, non mi hanno mandato in Capitaneria e vabbè… vedrò se potrò essere utile alla Marina militare».

Ha capito che ruolo avrà?

«È un ruolo che va costruito. Come sempre sono una specie di pioniere, come per il trasferimento da un ruolo operativo al centro studi alla Capitaneria di porto dove non avevo nemmeno la firma».

Dunque che farà?

«Sarò il capo dell’ufficio Demanio della Marina militare».

Dalla notte della Concordia il suo destino e quello di Francesco Schettino si sono intrecciati: lei venne trasferito e Schettino teneva una lezione all'università, ora è andato a Napoli ed escono le motivazioni dell’appello…

«Sì, ho letto. Ma sull’abbandono nave non c'era alcun dubbio. Il comandante quella notte ha fatto venir meno l'autorità di bordo quando erano in atto i soccorsi che andavano coordinati dalla stessa autorità».

Quindi il suo “salga a bordo c…” era appropriato?

«Sì, ma non era un gesto da super eroe, era l'invito a un recesso attivo, a una desistenza volontaria dal reato, affinché l'autorità potesse riprendere in mano il coordinamento dei soccorsi».

A distanza di quattro anni pronuncerebbe quella frase nonostante le conseguenze?

«Non è quella frase che mi ha cambiato la vita ma l'atteggiamento della Capitaneria. Io ho fatto solo il mio lavoro».

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Anche il suo carattere ha influito...

«I miei superiori mi conoscevano e sapevano bene chi ero anche prima della Concordia».

Ha avuto la sensazione di essere stato usato: l’esempio buono della marineria italiana nel momento più basso della sua Storia?

«Certamente. E mi va bene. Perché se quello deve essere un esempio, ok. Quando è uscita la registrazione volevano dare in pasto all’opinione pubblica un responsabile che già avevano. Ma chi le ha date non ha fatto il mio interesse. Se quelle telefonate fossero uscite nel processo non le avrebbe sentite nessuno. Detto alla napoletana: hanno calato la pasta quando l’acqua bolliva».

A sentire lei però quella frase le ha compromesso la carriera?

«Non è per quella frase. Ma per le indagini. Qualcuno mi chiese conto senza averne titolo...».

Ma scusi, penalmente il colpevole c'era. Perché allora la Capitaneria avrebbe dovuto alzare questo polverone per metterla in un angolo?

«In quella vicenda si sono evidenziate mancanze che hanno rilievo di carattere amministrativo e non sono banali, ma gravi».

Ad esempio?

«Non funzionò il generatore di emergenza della Concordia e il sistema di gestione della Costa non partì. Ma lo sa perché non ha funzionato? Perché non esisteva, c’era solo un telefono del responsabile dell’unità di crisi. Questa mancanza rileva la responsabilità della società e ne consegue la necessità di rivedere i presupposti perché Costa gestisca le altre navi. E questo è stato fatto con un’ispezione suppletiva».

Qualche mancanza però è emersa anche sulla Capitaneria.

«Facciamo a capirsi. Costa è un armatore-imprenditore che gestisce 25 navi. A capo di ciascuna nave c'è un comandate che ha la responsabilità di far navigare la nave. Questo porta a Costa un utile. Quando mi si obietta che l'amministrazione avrebbe il dovere di evitare gli incidenti, rispondo: gli utili vanno al privato e se l'incidente si verifica il dovere mancato sarebbe quella della Capitaneria che deve pagare i danni? È questo il ragionamento? No, non è così. La strada dell’aereo, ad esempio, è tracciata, il controllore di volo che vede uscire l'aereo dall’aerovia lo chiama per rientrare in rotta. Il controllo della navigazione è diverso, il sistema Ais (che controlla il traffico marittimo, ndr) ci serve per avere lo scenario di riferimento in caso di soccorso».

Tornerà al Giglio?

«Possibilmente tutti gli anni, non è una promessa ma una speranza per riabbracciare le vittime e i miei superstiti».

In settimana c'è stato l'ultimo viaggio della Concordia...

«Si chiude questa storia, lo scafo della Concordia era diventato il simbolo di una tomba. Fa molta tristezza».

Un’ultima domanda: la prima cosa che le viene in mente di quella notte?

«L'incredulità. Quando sapemmo la dinamica pensai: com'è possibile? La definì bene l'ex procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio quando parlò di “manovra scellerata”. Ecco, scellerata è il termine adatto perché esprime la mancanza di senno e coscienza. E del senso di responsabilità da parte di quella persona».

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