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Lavoratori pagati con i buoni pasto, Rossi: «Arrestare chi lo fa»

Il presidente della Regione: «Si vìola la dignità del lavoro, serve una legge dura». E sul nero con i voucher dice: «Basterebbe limitarli a poche professioni»

FIRENZE. «Dovrebbero scattare le manette. Non c’è da regolare nulla. Solo da combattere il fenomeno. Una lotta dura». Enrico Rossi non pensava che potesse esistere qualche cosa di peggio del precariato. Del lavoro pagato coi voucher. Invece, lo scopre dalle pagine de Il Tirreno. E sceglie queste pagine per lanciare un appello alle istituzioni: fare fronte comune contro i datori di lavoro che “pagano” i precari con i buoni pasto. Un tozzo di pane, senza contributi né assicurazione contro gli infortuni.

Le prime vertenze in Toscana le sta seguendo la Cgil: lavapiatti, sguatteri, bassa manovalanza di cucina nei pubblici esercizi (soprattutto stagionali) pagati con i buoni pasto, taglio minimo 5,29 euro. La metà dei voucher che valgono 10 euro l’ora e prevedono una paga netta di 7,50 euro per il lavoratore e 2,50 euro per Inps e Inail: un minimo di garanzie e stato sociale.«Già il sistema dei voucher - attacca Rossi - ha contribuito fino a ieri ad alimentare l’area del lavoro sommerso. Secondo i dati del ministero del Lavoro, infatti, nel corso di un anno, sono stati evasi contributi per 1,3 miliardi, sono stati rilevati 2 milioni di lavoratori in nero. E il valore del lavoro sommerso calcolato in un anno ammonta a 40 miliardi. Ora il governo cerca di correre ai ripari, rendendo tracciabili i voucher». Infatti, d’ora in avanti gli imprenditori che vogliono utilizzare i buoni lavoro per pagare le persone assunte a giornata, devono comunicare a Inps e ispettorato del Lavoro il numero del voucher, i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore al quale cedono il tagliando da riscuotere.

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«Vedremo se questo provvedimento avrà effetto - riprende Rossi - e se ridurrà il lavoro nero, anche se il governo avrebbe, a mio avviso, un solo modo per intervenire in questo settore: limitare l’uso dei voucher. E consentire che vengano utilizzati, come in Europa, solo per pagare i lavoretti come il babysitteraggio o piccole attività saltuarie in agricoltura, come la vendemmia. Insomma, dovrebbero essere utilizzati solo per i i lavoretti di studenti e pensionati, com’era all’inizio, quando sono stati adottati pure in Italia». Invece, l’allargamento delle maglie porta «agli abusi». Fino all’inverosimile. Fino a superare ogni frontiera del precariato. Fino ad arrivare a pagare chi lavora coi buoni pasto. «Con il pagamento in natura - insiste Rossi - l’unica possibilità sono le manette. Questa, infatti, non è neanche una forma di degrado: è una violazione della dignità del lavoratore». Ecco perché Rossi - che insiste con Renzi per una diversa politica del lavoro, senza bonus a pioggia - invita a «tenere alto il livello della denuncia. Tutte le istituzioni devono dare una sponda ai sindacati, a chi denuncia queste situazioni. È necessario l’impegno di Comuni, Asl, forze dell’ordine, dei nostri Ispettorati del Lavoro. Il fenomeno deve essere contrastato».

Per Rossi, infatti, in queste situazioni «non c’è da regolare nulla. C’è solo da evitare che il fenomeno si radichi. Il pagamento coi buoni pasto non va solo proibito, deve essere punito penalmente». In realtà - denuncia Cgil - tante violazioni dei datori sui lavoratori sono state depenalizzate. Si risolvono con una multa. «Questo deve cambiare - conclude Rossi - e un segnale il governo lo potrebbe già dare limitando le 43 forme di lavoro precario ancora possibili a pochissimi casi. Nel frattempo, mi aspetto una forte reazione delle forze democratiche contro chi paga i lavoratori coi buoni pasto».

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