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Tempesta di vento in Toscana, i nostri simboli violentati dalla burrasca

I cipressi di Carducci e i pini di D'Annunzio distrutti dall'"uragano", come lo ha chiamato Enrico Rossi. Le mura di Prato segretolate, l'autodromo del Mugello danneggiato e la Versilia duramente ferita

Quando la terra trema è come se qualcuno ti afferrasse alle spalle, non hai più il controllo di te, hai la sensazione di sprofondare, di non avere più radici, ma quando infuria la tempesta no, con il vento pensi di potercela fare, opponi il tuo corpo, ti ripari e presumi che sia un duello alla pari. Sì, il vento è perfido, è una frusta acuminata, ti schiaffeggia, si placa, poi ti riattacca, ma tu sai prendere le misure, sai che ci si può difendere.

Questa volta no, nella notte a cavallo tra il 4 e il 5 marzo il vento non era il «bell'uomo che veniva, veniva dal mare», come nella canzone di Lucio Dalla. Sì perché il vento è anche bello quando è dolce e ti pulisce la faccia e i pensieri cupi che hai nel cuore, è l’alito che schiude alla vita e per i credenti è persino il simbolo dello Spirito Santo: «Gli Apostoli si trovavano insieme nelle stesso luogo quando ad un tratto sentirono un forte rumore come di vento che si abbatte gagliardo e allora furono tutti pieni di Spirito Santo», si legge negli Atti degli apostoli.

Mai un inferno così. Ma questa volta no. E’ stato vento di terremoto, tempesta, tornado, bufera, tsunami, uragano: non si trova il nome esatto, come per l’indecifrabile e il non conosciuto. Mai nessuno di noi ricorda di aver visto l’inferno che si è abbattuto sulla Toscana distruggendo case, alberi, campanili, mura, strade mentre a Lucca un uomo è morto nella sua auto schiacciata da un masso di pietra, almeno dieci persone sono rimaste ferite. La nostra regione pugnalata alle spalle di notte, nel buio, da un nemico inatteso, appena annunciato dai bollettini delle previsioni del tempo.

Della Toscana ferita abbiamo scelto cinque foto simbolo, luoghi del cuore, memoria e scrittura perché per chi scrive il groppo alla gola non è solo per il pino squartato sotto casa o i cassonetti delle nettezza che ballano in aria, ma per le persone, i paesaggi, gli angoli che hai visto e raccontato, e che ora sono come calpestati dalla tempesta.

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I miei campi da tennis distrutti. Quante volte ad esempio abbiamo raccontato Forte dei Marmi, la città che, sottolinea sgomento il sindaco Umberto Buratti, non è più la stessa. Quante volte abbiamo sentito Sergio Marrai, amico fraterno del tenore Andrea Bocelli e patron del tennis club Italia, ritrovo dei vip che d’estate frequentano il Forte, da Adriano Galliani a Cristina Parodi. E’ sempre frizzante, disponibile a raccontare i segreti del Forte, ma questa volta la voce di Marrai è mesta e disperata: «Ho 60 anni e mai ho visto una cosa simile. I miei quattro campi da tennis coperti sono stati strappati via. Il telo si è come accartocciato. Anche l’illuminazione è saltata. Ogni campo vale almeno 20mila euro. Ho perso tutto...», racconta mentre la sua voce dolente si spegne gradatamente come una candela.

L’ansia di Genovesi. Da Marrai a Fabio Genovesi, il giovane scrittore autore del fortunato Morte dei Marmi, un pamphlet contro la fine del Forte con «la vegetazione spontanea, la casetta tipica, i soggiorni di Montale, la pioggia nel pineto». Critico con la sua città per la perdita di identità, questa volta la voce di Genovesi non è modulata sulla rabbia, ma sull’ansia: «Mi trovo a Bologna, e gli amici mi dicono che è successo il finimondo, sto cercando un treno per tornare a casa», racconta con voce preoccupata. Sì perché la tua città la puoi anche criticare per troppo amore, come mi capitò di intuire negli occhi di Genovesi la volta che lo intervistai sul pontile di Forte dove i giovani amoreggiano e i vecchi fortemarmini vanno a pescare.

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Il campanile strappato. La Versilia è stata flagellata. Quanti incontri estivi seguiti da cronista (da Gian Carlo Caselli, quando era pm a Palermo, a Walter Veltroni) al parco della Versiliana dove s'incontravano all'inizio dello scorso secolo Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio e dove il poeta scrisse “La pioggia nel pineto”. Molti pini sono stati strappati e strapazzati. La Versiliana a rischio, un pezzo di cultura e di comunità lacerati.

Ma forse la foto più drammatica, colossale e filmica è quella della chiesa di Santa Croce a Camaiore. La tempesta ha strappato il campanile che ha fatto un breve volo ed è andato a conficcarsi nel tetto dello chiesa stessa, in una sorta di operazione demoniaca. Il campanile è infatti simbolo sacro in quanto unisce la terra al cielo ma anche civile perché intorno ad esso si unisce la comunità di un paese.

Quei cipressi divelti. Da Forte dei Marmi a Bolgheri, il buen retiro dei nobili, e di chi ama la discrezione. Vi si giunge dall’Aurelia percorrendo per cinque chilometri il viale dei cipressi, oltre duemila, celebrati da Giosuè Carducci: «I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar...».

Otto cipressi sono stati divelti dalla tempesta, sette erano cloni innestati dopo la malattia, ma uno era vecchio, e la foto lo ritrae riverso sul viale, immenso nel suo mesto color verde. Come una statua sacra rovesciata sul pavimento di una chiesa, una sorta di sacrilegio della bellezza e della poesia. «Quei cipressi fanno parte della mia vita, quando faccio il viale a piedi li scruto uno ad uno, mi sono ormai familiari», racconta il marchese Niccolò Incisa della Rocchetta, patron del vino Sassicaia, le cui cantine si trovano proprio all’inizio del viale dei cipressi.

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Le mura di Cardini. La Toscana è terra di mura. Quelle medievali di Prato sono crollate in una porzione e lo storico Franco Cardini ricorda le sue radici pratesi quando soprattutto la domenica dopo la messa era solito passeggiare lungo le mura. E ricorda anche le polemiche quando qualcuno propose di costruirci la casa del fascio in una città rossa e antifascista. «Quando crollano le mura è come venisse ferita l’identità di una città», racconta lo storico medievalista. Che è deluso e arrabbiato non solo per le ferite inferte dalla tempesta alla Toscana ma sulla noncuranza, quasi il cinismo, del nostro Paese, verso le opere d’arte e i monumenti. Finché non arriva la tempesta a ricordarci con il suo carico di distruzione le nostre quotidiane negligenze

L’autodromo devastato. Eccoci infine nel Mugello. Da Firenze si può arrivare a Bologna a piedi percorrendo in sei giorni per i paesi e i monti mugellani, corrosi dai lavori dell’Alta velocità. Il Mugello è terra famosa per Giotto e Cimabue, ma ai nostri giorni per l’autodromo di Scarperia. Anche qui è arrivato il vento con una velocità di 159 chilometri. E’ come se anche il vento si fosse messo a correre devastando l’autodromo dove hanno corso Petrosa e Valentino Rossi, tra gli altri. La tribuna dell’autodromo è caduta a pezzi e oltre 200 piante presenti nei boschi che circondano la pista sono state strappate dalla terra. L’autodromo è devastato.

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«I raggi del tuo sole ci sanno scaldare, a caccia di una nuova emozione, siamo pronti a ripartire, siamo pronti a ritornare…», recitano i versi di una canzone dedicata a Valentino Rossi. Versi non belli ma intonati: all’autodromo come nel resto della Toscana «siamo pronti a ripartire».

Quando finiamo di scrivere, il cielo di Firenze è quieto e colorato di celeste, rosa, colori dolci, tenui, caldi. Come se il cielo si volesse far perdonare la tempesta della notte. Non sarà facile. Troppa la rabbia, troppo il dolore.

FOTO: Qui Versilia - Qui Pisa - Qui Provincia di Pisa - Qui Lucca - Qui Livorno - Qui Prato - Qui Empolese Valdelsa - Qui Massa Carrara - Qui Maremma - Qui Elba - Qui Pistoia

MAPPA La tempesta di vento in Toscana VIDEO Strage di alberi e linee elettriche ko

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