Quotidiani locali

Addio mio piccolo: eri senza scampo e io ti ho voluto

È morto Mario, il bambino abbandonato dai genitori perché gravemente malato e poi adottato dalla sua infermiera. Storia di un amore sconfinato

di Francesca Ferri

La copertina rossa col faccione di Supermario è ancora stesa sul lettino presidiata da due orsetti. In fondo al letto della mamma, il fasciatoio e, intorno, peluche e foto. Non c’è traccia della bombola d’ossigeno e le flebo sono sparite; resta solo l’asta, accanto al muro. E un passeggino piegato all’ingresso, che aspetta di esser portato via. Mario non c’è più. Negli ultimi mesi della sua breve vita, Mario, il bambino nato nel 2011 con un grave handicap e subito abbandonato dai genitori, in questo appartamento all’ultimo piano dei palazzoni di via della Pace a Grosseto ha trovato la mamma che non aveva mai avuto: Nadia, la sua ex infermiera.
Una mamma dolce, che l’ha preso in affido come fosse suo, lo ha cullato e coccolato come mai nessuno aveva fatto con lui. E che un mese fa gli ha chiuso per l’ultima volta gli occhi a mandorla. Quegli occhioni che senza di lei avrebbero visto solo corsie d’ospedale e camici bianchi.

mario4«Con lui è stato un amore a prima vista», racconta Nadia Ferrari, 46 anni, seduta sul divano, il ritratto di Mario in mano. Gli occhi sono due brillanti di luce quando ripercorre quel momento. «Mario – racconta – è nato il 16 giugno 2011 a Siena da genitori cinesi. Un parto gemellare prematuro e complicato. La sorellina morì subito, lui ebbe una grave emorragia cerebrale. Lo operarono e lo trasferirono al Meyer a Firenze. Sviluppò un idrocefalo, quindi gli misero delle valvole di drenaggio in testa e poi fu mandato qua a Grosseto a seguito di accordi con la patologia neonatale». I genitori? Scompaiono. «Serviva il loro consenso per le cure, ma di loro nessuna traccia. Poi si rifecero vivi, firmarono le pratiche per l’abbandono e da quel momento per Mario decise il tribunale».

Il giudice stabilisce che il piccolo sia affidato a un istituto religioso di Grosseto, ma le suore devono rinunciare: troppo gravi le sue condizioni. A Mario serve un’assistenza continua. E gli serve una mamma. Il piccolo resta ricoverato per mesi e viene “adottato” dagli infermieri. Il Tirreno ha raccontato la sua storia due anni fa. «L’articolo – spiega Nadia – ebbe un doppio effetto. Chi con prole a seguito chiedeva di “far vedere il bimbo” al figlio. Come allo zoo. E chi invece si fece avanti per adottarlo». Una signora, in particolare, avvia le pratiche ma il tribunale dice no. È l’agosto 2012, Mario ha un anno e non è mai uscito dall’ospedale.

«Le sue giornate le passava da solo – racconta Nadia – perché noi infermieri avevamo anche altri bimbi da seguire. Se ne stava sul seggiolone con una giostrina attaccata sopra e ogni tanto muoveva la manina. O stava in culla. Partiva per il Meyer per le operazioni, tornava tutto pieno di tubi. Ed era solo. E io non ce la facevo più». Perché per Nadia quel bimbo è stato da subito molto più di un paziente. «Quando ero a lavoro stavo con lui, quando ero di riposo andavo all’ospedale per stare con lui», racconta con un sorriso.

mario5Nadia decide dunque di chiedere l’affido. Ha 45 anni, un divorzio alle spalle e una figlia di 19 anni. «La burocrazia è stata un’impresa inimmaginabile: sei mesi per avere il via libera e poi mille carte e per il permesso di soggiorno, e per i documenti».

Nadia racconta il suo gesto come fosse la cosa più naturale del mondo. «Be’, sì, tutti, dai colleghi agli amici, mi dicevano che ero pazza. Per me erano loro quelli strani. Io conoscevo perfettamente la situazione, sapevo che Mario non avrebbe vissuto a lungo, che era un impegno 24 ore su 24. E allora? Ci saremmo goduti ogni istante. E lo abbiamo fatto». Mario, che all’inizio non vuole esser preso in braccio perché non ha mai conosciuto il contatto fisico. Mario, che piangeva di rado, solo se stava davvero male, perché non sapeva cosa sono le bizze. Mario, che era stato abbandonato dai genitori in culla, in quella casa trova una mamma e una sorella.

Nadia si mette in maternità e lascia il lavoro. «In venti giorni a casa ha imparato quel che in un anno e mezzo non aveva mai imparato: deglutire, stringere la mano, tirare baci, sorridere. E ha scoperto il calore di un abbraccio. Voleva essere continuamente preso in collo. Non era mai stato all’aria aperta. In quei mesi, da marzo ad agosto 2013, siamo stati solo fuori: mare, montagna, parco». Nadia mette in vendita la casa; ne cerca una al pian terreno col giardino. «Per quando sarebbe stato più grande. Speravo vivesse un po’ di più».

Da Youtube una ninna nanna per Mario

E invece, il 7 agosto 2013, Mario ha una crisi. «Lo riportammo al Meyer. Sapevo che era la fine e chiesi la leniterapia ma un “luminare” decise di operarlo. Un vero accanimento, un’agonia. Era forse la ventesima operazione che subiva». Mario entra in coma e quando si sveglia vive in una continua crisi epilettica. «È stato malissimo. Ottenni di riportarlo a Grosseto dove gli trovarono una cura per le crisi. Poi siamo tornati a casa: dopo quasi tutta la vita in ospedale, non volevo che fosse lì quando la morte sarebbe arrivata. Volevo che morisse a casa sua». Sono giorni strazianti, fatti di notti insonni e giornate senza riposo. Arriva la leniterapia ma serve per poco. Mario muore il 26 gennaio 2014.

Nadia non è ancora tornata a lavoro, lo farà lunedì. In questi giorni ha sistemato la tomba di Mario e, nel primo giorno libero dopo mesi, è andata a farsi un tatuaggio. «Eccolo – dice mostrando il polso – una M e una A, Mario e Alessia. I miei figli. Le mie benedizioni».

I COMMENTI DEI LETTORI

Trova Cinema

Tutti i cinema »

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NUOVO SERVIZIO

Promuovi il tuo libro su Facebook