I Caraibi chimici più bianchi del sole

Spiagge bianche di Vada: migliaia di bagnanti davanti alla Solvay, dove le suggestioni tropicali convivono con la soda

    di Antonio Valentini

    Il paradiso tarocco inizia subito a sud di Rosignano Solvay. Il mare è di un bianco abbacinante, ma anziché latte è solo fango industriale mischiato ad acqua. La spiaggia rievoca i Caraibi, in realtà è solo il risultato della risacca che deposita a terra calcare e gesso residui della lavorazione chimica. La collinetta dà idea di una duna, però è un'ex discarica di rifiuti civili e di scarti di produzione, formalmente chiusa nel 1983 ma di fatto tenuta aperta fino al 1986 per evitare che i ratti invadessero l'abitato.

    Eppure in ogni weekend sulle spiagge bianche si riversano migliaia di persone, soprattutto giovani in cerca di una tintarella veloce e duratura. Mollano auto e moto negli spiazzi del Galafone e in quello vicino all’ex passaggio a livello. E con andatura stanca vanno a rosolarsi nel paradiso tarocco, dove in mare confluisce lo scarico industriale del più grande polo chimico dell’Italia centrale. E per questo, oltre che di sale, sa di sfida.

    Attraverso il Fosso Bianco, perennemente percorso da un fiumicello che sembrerebbe fatto di Nivea se non fosse tanto liquido, nel 2011 lo stabilimento Solvay ha sversato in mare 1449 chilogrammi di arsenico, 91 di cadmio, 1540 di cromo, 1868 di rame, 71 di mercurio, 1766 di nichel, 3218 di piombo, 15049 di zinco. Nel 2009 la procura di Livorno ha avviato un’indagine sul volume complessivo dei fanghi scaricati: a fine 2008 l’Arpat ne certificò 129mila tonnellate, più del doppio delle 60mila previste dall’accordo di programma del 2003. Nel 2010 le tonnellate furono 120mila, anch’esse depositate sui fondali coperti dai fanghi di decenni di attività industriale e pieni di metalli pesanti. Solo nel 2003 le tonnellate furono 200mila, più del triplo di quanto poi previsto nell’accordo, eppure più povere d’inquinanti pericolosi rispetto ai decenni precedenti, quando al posto delle celle a membrana nei circuiti produttivi si usavano quelle a mercurio.

    Ecco, le Spiagge bianche sono state generate dal polo chimico. Ciò nonostante vengono prese d’assalto senza che da qualche parte vi sia una scritta con qualcosa di essenziale, tipo: “In questo tratto di mare non esiste divieto di balneazione. Però c’è uno scarico industriale”. Basterebbe un po’ d’informazione in più. Gli unici cartelli sono quelli delle rotatorie, visto che persino sul sito www.costadeglietruschi.it (fatto dall’ex Apt), le Spiagge Bianche sono celebrate come un’attrattiva turistica e lo specchio di mare antistante decantato come cristallino: «Ci va tanta gente, il risultato delle analisi eseguite dall’Arpat le promuove come un sito a balneazione consentita», spiega Paolo Pacini, assessore provinciale all’ambiente. In effetti le cose stanno così, anche se c’è da dire che per legge gli unici parametri di cui si tiene conto per la balneabilità delle acque sono quelli fecali. E lì scarichi urbani non ce ne sono, benché in pochi chilometri vi siano concentrate l’ex discarica, le tubazioni Solvay, un serbatoio di etilene e il depuratore, il quale per un certo periodo di tempo ha scaricato dentro al Fosso Bianco: i prodotti clorati immessi nel fiume di latte finto avrebbero ucciso ogni cosa. Figuriamoci i batteri del depuratore.

    Nelle ultime settimane però non si è parlato di colibatteri ma di arsenico. Maurizio Marchi di Medicina democratica, dopo aver presentato una serie di esposti alla magistratura tra cui quello che ha prodotto l’inchiesta avviata nel 2009, ne ha presentato un altro: «È un luogo inquinato, usato per scaricare sostanze tossiche», ha scritto. Una premessa per chiedere che la spiaggia sia chiusa al pubblico senza limitarsi al divieto di balneazione entro la distanza di cento metri dalla foce del Fosso Bianco. Ma il sindaco Alessandro Franchi non ci sente: «Io devo attenermi agli esami dell’Arpat, che al momento sono in regola». E in effetti la quantità di arsenico riscontrata è al di sotto della soglia definita di rischio: alla confluenza tra il Fosso e il mare la concentrazione è inferiore di almeno un ordine di grandezza al limite di legge.

    La portata dello scarico è calcolata in 10mila metri cubi all’ora e la ragione del contendere, a Rosignano, sta qui: la legge contempla il parametro della concentrazione, non quello della quantità effettivamente sversata. Giacomo Luppichini, ex assessore all’ambiente, docente di biologia e ora consigliere comunale, ribadisce che a livello scientifico la contaminazione è accertata, almeno per quanto riguarda il mercurio presente in quantità nelle posidonie: «C’è persino uno studio del Cnr che mette in guardia dai rischi derivanti dalla nebulizzazione nelle giornate di vento - aggiunge Luppichini -. Per avere le idee chiare sull’interazione tra scarichi industriali e salute umana servirebbe un’indagine epidemiologica». Che non c’è, come conferma il dottor Marco Battaglini dell’Asl 6: «L’inchiesta è in corso e non posso anticipare i risultati del lavoro fatto da Asl e Arpat. Una cosa però è chiara: i risultati escludono rischi per la salute umana».

    Hanno tutti ragione. Per primi ce l’hanno i bagnanti: «Vengo qui perché mi abbronzo subito - dice una ragazza nello striminzito costumino rosso -. Il sole batte sulla sabbia bianca e il riflesso ne amplifica l’effetto. In un giorno si diventa neri. I rifiuti industriali e l’ex discarica? Boh, cosa vuole che ne sappia...». Pure l’Arpat ha ragione: la legge prevede parametri e prescrizioni, non si può strafare. Ce l’ha il sindaco,che per impedire la balneazione ha bisogno del supporto delle analisi. Ce l’hanno gli ambientalisti, il cui ragionamento non fa una grinza: perché indirizzare i bagnanti verso una spiaggia alimentata dai rifiuti industriali? E infine hanno ragione i fotografi, che soprattutto d’inverno utilizzano le Spiagge bianche come scenario tropicale. Una finzione, s’intende, però fa lo stesso: è il risparmio che conta.

    E Solvay? L’inchiesta è iniziata nel 2009 e va avanti. Quando la fabbrica arrivò sul territorio, cent’anni fa, nessuno prendeva la tintarella né potevano prevedere che attorno alla sodiera sarebbe sorta una città. In tal senso neppure Solvay ha torto, benché nel tempo la coesistenza coi residenti si sia fatta difficile. I suoi tecnici stanno affinandosi nella dissoluzione dei solidi con l’acido, col proposito di valorizzare il composto chimico come materia prima nei cicli produttivi. Quando il procedimento sarà ottimizzato, per le Spiagge bianche sarà l’inizio della fine.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    08 luglio 2012

    Lascia un commento

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione

    Negozi

    ilmiolibro

    Oltre 300 ebook da leggere gratis per una settimana

     PUBBLICITÀ