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Misteri e depistaggi, 50 anni dopo la storia del Mostro di Firenze si perde nel buio delle campagne

Con “Ultimo atto” Cecioni e Monastra ripercorrono le indagini, i dubbi, e un colpevole ancora da trovare

FIRENZE. Inizia tutto l’estate di cinquanta anni fa. 1968, nelle Università divampa la protesta studentesca, da Parigi a Berkeley, persino a Praga soffia il vento (in quest’ultimo caso effimero) del cambiamento.

La storia, quasi leggenda, del Mostro di Firenze ha origine una notte d’agosto del 1968 nelle campagne di Signa, ma affonda radici profonde in una mentalità primordiale, capace di mettersi il vestito buono la domenica, anche se in realtà è dominata da istinti e pulsioni incontrollate: istinto di sopravvivenza, libidine, potere.

Partono da quell’estate Alessandro Cecioni e Gianluca Monastra ne “Il Mostro di Firenze, ultimo atto” in libreria per Nutrimenti. Già nel 2002 avevano ricostruito la vicenda ma, sembrerebbe incredibile, in questi sedici anni sono emerse ancora nuove piste. L’ultima è di questa primavera: il serial killer delle colline toscane sarebbe niente meno che Zodiac, il misterioso assassino che negli Stati Uniti ha rivendicato tre sanguinose aggressioni contro altrettante giovani coppie. Ma, come in tutte le nuove piste sul Mostro, smentite e ambiguità offuscano subito il quadro e minano la credibilità di queste rivelazioni.

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Cecioni e Monastra sono capaci di condurre anche chi non ne sapesse niente nell’intrico di misteri che nasce nell’estate del 1968, quando la Beretta calibro 22 uccide Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti appartati nelle campagne di Signa. Nell’auto c’è anche il figlio di lei, Natale. Il bambino, illeso, darà l’allarme raggiungendo in modo mai chiarito un’abitazione a circa due chilometri di distanza. Una donna con molti amanti e un marito consenziente, una specie di comune in cui però non c’è amore libero, c’è un sesso sregolato e del tutto schiavo di logiche di sopraffazione e di possesso.

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Una storia che, nonostante omertà e accuse incrociate, sarebbe rimasta confinata nella comunità di emigranti sardi in Toscana se la Beretta non fosse stata usata ben sei anni dopo per uccidere Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini. Nessuno se ne accorse, sul momento. Passarono altri sette anni perché sparasse di nuovo, questa volta contro Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi.

Il 1981 è quindi l’anno in cui gli inquirenti italiani si rendono conto di avere a che fare con un serial killer. Un signor nessuno che da una parte sembra provenire da un passato di violenza selvaggia e arcaica, dall’altra pone delle sfide che gli investigatori non sono ancora in grado di raccogliere e fronteggiare. Oggi qualsiasi spettatore appassionato di Csi o Ris salta sulla sedia al solo vedere le affollatissime foto delle scene di quei delitti. Un festival della contaminazione o, come ebbe a dire il Presidente della Corte Ognibene, la festa dell’Impruneta.

Niente DNA, niente intercettazioni, nessuno strumento di elaborazione per condividere e incrociare le informazioni. Anzi, nella migliore tradizione italiana, le informazioni non circolano fra Carabinieri e Polizia, o addirittura fra gli stessi magistrati. Si perdono testimonianze, riscontri e occasioni importanti. Il Mostro anche viene dal futuro, in un certo senso. Perché per trovarlo ci sarebbe bisogno di strumenti che negli anni ’80 ancora non ci sono.

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Cecioni e Monastra lo spiegano quando raccontano l’arrivo di Ruggero Perugini a capo della Squadra Anti Mostro. Reduce da esperienze negli USA, è lui a introdurre nell’inchiesta concetti come “profiling”. Significa che, per dare un nome al killer, serve tracciarne un ritratto psicologico. E poi lavorare per esclusione, incrociando dati, abitudini, caratteristiche dei sospetti. È sempre lui a rivolgersi in tv all’assassino, una cosa mai vista prima. Sarà la fine della pista sarda e l’inizio della pista Pacciani, quella che porterà ai “compagni di merende” e poi all’ipotesi (tale a oggi rimane) di un livello iniziatico che avrebbe commissionato i delitti alla manovalanza.

Gli autori padroneggiano la materia giudiziaria, ma il plusvalore del libro è farci intuire altro. La storia del Mostro è il Grande Romanzo Italiano che la realtà ha scritto con il sangue. Cecioni e Monastra dipingono la straordinaria galleria di personaggi le cui vite sono state sfiorate, cambiate o travolte da questa vicenda. Magistrati e poliziotti, sospetti e indagati, testimoni e familiari delle vittime. Sinistri millantatori e folkloristici depistatori. Una galleria che verso la fine rischia di assomigliare quasi a una Spoon River. Perché è sempre il tempo il killer più spietato. Sono passati 50 anni e le tenebre del passato sono diventate le migliori alleate del Mostro, proprio come lo fu il buio delle colline fiorentine.

Mostro di Firenze, l'ex legionario indagato: "Non c'entro nulla con quella storia" Parla Giampiero Vigilanti, 87 anni. "Sono stato ascoltato altre volte dai magistrati, ma non ne hanno ricavato nulla" (video di Paolo Nencioni)L'ARTICOLO

 

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