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PALAZZO VECCHIO 

Quei 50 anni d’amore Muti ringrazia Firenze «Non ero nessuno avete creduto in me»

Il maestro ricorda il debutto del 1968 al teatro Comunale «Qui sono nati i miei figli e ho comprato il primo pianoforte»

FIRENZE

Riccardo Muti si racconta. Parte da lontano. Come un fiume in piena. E' il suo carattere. La sua forza. Un trascinatore. Non solo sul podio. Lo sa bene l'orchestra Maggio che stasera (replica venerdì) affronta il “Macbeth” di Verdi. Lo sa bene il pubblico che ieri ha affollato il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio per celebrare (e ricordare) i cinquant’anni anni del suo debutto fiorentino. Era il fatidico 1968.

«Il mio arrivo al teatro Comunale – racconta - fu il risultato di una serie di circostanze. Avevo vinto il concorso Guido Cantelli e in premio ebbi tre scritture, Genova, Catania e appunto Firenze. Dove avrei dovuto confrontarmi con un mostro sacro come Sviatoslav Richter. Che mi invitò a Siena, alla Chigiana, per provare i due pezzi in programmi, i concerti per pianoforte e orchestra di Mozart e Britten. Ero emozionato ma preparato. Alla fine Richter sentenziò: 'se dirige come suona è un buon direttore'».

Da lì parte la straordinaria carriera di un direttore che con Firenze, per anni, ha stretto un legame solidissimo. «Dopo il concerto con Richter, che da marzo fu rinviato a maggio a causa di uno sciopero, i tempi erano bollenti, su indicazione del sovrintendente Paone e con il conforto dell'orchestra fui nominato direttore musicale del Maggio».

Uno stipendio, una casa, il matrimonio, i figli: «Francesco, Domenico, Chiara sono nati qui, sono fieri di essere fiorentini.

Qui ho comprato il mio primo pianoforte. Questa città ha creduto in me quando non ero ancora nessuno, non posso non esserle grato». Restando sui “valori” della fiorentinità, la società viola gli regala una maglia con su scritto il suo nome e il numero cinquanta mentre gli Amici del Maggio gli fanno dono della tessera onoraria.

Gli episodi, che a leggerli oggi sembrano incredibili, non mancano. Come quando ci fu una battaglia ideologica, con insulti e polemiche, intorno a “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci” o in occasione del “Guglielmo Tell” di Rossini, eseguito per la prima volta in edizione integrale. «Alla prova generale – ricorda Muti – mi si presenta preoccupato lo scenografo Pier Luigi Pizzi perchè un critico di sinistra avendo visto sventolare sul castello del dittatore una bandiera rossa, prometteva fuoco e fiamme se alla prima non fosse stata cambiata. Non sapevo che dirgli, che facesse come meglio credeva.

Durante lo spettacolo ebbi la sorpresa di vederla a strisce, rosse e nere, come a dire un colpo al cerchio e una alla botte. Come uomo sono anche politico ma quando dirigo faccio semplicemente arte».

A Muti resta un cruccio, riportare da Parigi

a Firenze, in Santa Croce, le spoglie di Luigi Cherubini: «Una battaglia che porto avanti da tempo, senza successo. Lancio un ultimo appello perchè l'Italia e Firenze si mobilitino affinché ciò possa avvenire». Il suono delle chiarine chiude l'incontro e stavolta il suono è pulito.

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