Quotidiani locali

LIRICA A TORRE DEL LAGO 

Dinasty Del Monaco

La regia di Giancarlo di quella “Tosca” che celebrò il padre 



Ci sono immagini che non si dimenticano. Sono ricordi d’aria. Parvenze di odori. La colla dello striscione «Tutto esaurito» sul manifesto di Tosca. Il ritorno alle scene del padre, Mario Del Monaco. Otto mesi di fermo forzato, un brutto incidente d’auto. C’è tensione. Torre del Lago non è un piazza facile. Pubblico esigente. Teatro all’aperto. Il trionfo, però, arriva. «Ci fossero cast così oggi», sospira Giancarlo Del Monaco. Rammarico, non rinuncia. L’opera è opera. E dopo 54 anni, debutta a Torre del Lago con una regia. Tosca, il 15 luglio. Una coincidenza. O forse un ciclo che si compie per il regista che Puccini lo ha prima ascoltato e poi messo in scena nel mondo. Il debutto al Metropolitan di New York proprio con La Fanciulla del West, dove tornerà fra pochi mesi a ottobre. Del resto, Giancarlo Del Monaco deve la sua grande carriera soprattutto all’estero.

Maestro Del Monaco, lei accenna ai cast del passato con rammarico. O forse con polemica.

«Io ho curato la regia di molti spettacoli di mio padre che ha chiuso la sua carriera proprio a Torre del Lago con Il Tabarro (fu Luigi ne Il Trittico nel 1974, ndr) e poi con Pagliacci a Palermo. Cantò, ad esempio, nel mio Andrea Chenier, e ne La Forza al Maggio con la Tebaldi. Lo ripeto: avessimo oggi questi cast».

Invece?

«L’Italia dell’opera è in completo disfacimento per mancanza di cantanti e quelli validi vanno all’estero. Ma ce ne sono sempre meno. Negli anni Cinquanta solo tra i tenori c’erano Del Monaco, Corelli, Di Stefano, Gigli, Bergonzi tanto per citarne alcuni. Una volta i tre tenori sarebbero stati tutti italiani, non uno italiano e due spagnoli. Luciano Pavarotti è stato l’ultimo grande tenore italiano».

E se oggi dovesse citare un grande tenore?

«Mi rivolge un’altra domanda?».

Ritiene che il teatro sia in crisi solo per scarsità di voci?

«No. In Italia i teatri non pagano gli artisti. A volte li pagano anche dopo due anni dalla performance. Parlo dei comprimari, perché i grandi “nomi” vengono pagati subito per evitare scandali. Ma gli altri no. E chiedono prestiti alle banche per pagarsi l’affitto e il sostentamento durante il periodo delle prove e delle recite».

Come se ne esce, scusi?

«Smettendo di scritturare cantanti stranieri. Capisco che un teatro italiano prenda un artista straniero se è un grande nome, ma si deve smettere di prendere gli stranieri per i ruoli da comprimari».

Non si possono imporre le scritture, a quello che mi risulta.

«Invece si dovrebbe. Ci vuole una legge che imponga ai teatri italiani di scritturare, soprattutto a parità di bravura, gli artisti italiani. Siamo stanchi di sentire le Annina (ruolo in Traviata) bulgare o cinesi senza doti. I grandi artisti stranieri sono benvenuti, ma quelli senza talento rubano solo il pane agli italiani».

Non teme di essere accusato di populismo?

«No. Questo non è populismo: è verità. Quello che accade nei teatri italiani non è ammesso all’estero. Basta pensare alle prove di regia. Gli artisti si presentano due giorni prima della recita.

In Germania, Francia, Spagna o negli Stati Uniti non sarebbe mai consentito. Non deve più accadere neppure in Italia. E in questa battaglia coinvolgerò anche Beppe Grillo che è un amico».

Eppure lei lavora in Italia. Ora a Torre del Lago.

«Mi hanno contattato. Ero libero. E soprattutto qui c’è Puccini, un nome di grandissimo prestigio nel mondo».

Ma c’è chi dice che Puccini era un compositore, come dire.. “leggero”.

«Non scherziamo. Non c’è nulla di leggero in Puccini. Butterfly

è uno psico dramma moderno; La Fanciulla è un affresco sull’America della corsa all’oro; La Bohéme è più francese dei francesi. Ecco solo la Manon la ambienterei a Napoli, nel porto, di Napoli invece che a Le Havre perché è troppo passionale». Italiana, come l’opera. —



TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro