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Raffinato e pop L’artigiano del realismo lirico

Insieme al fratello Paolo ha firmato film cult Iniziò la carriera a Livorno col teatro e il Pci

«Pagheremmo volentieri il biglietto d’andata e ritorno a chi venisse a dirci dov’è il segreto dei fratelli Taviani, quella dote misteriosa la quale fa sì che i loro film siano diversi da tutti gli altri e abbiano momenti ineffabili. Qualcuno deve pur spiegarci perché si stia spesso col fiato sospeso, non sai se più conquistati dall’intensità lirica dell’immagine o dalla passione per il cinema. Affidiamoci alla paroletta “poesia”, che è la chiave più semplice (e comoda) per aprire una breccia nell’ignoto, e godiamoci i loro film». Così scrisse nel 1988, a proposito del cinema di Paolo e Vittorio Taviani, il critico fiorentino Giovanni Grazzini, che fu uno dei più fini e attenti estimatori, insieme a Guido Aristarco e a Pier Marco De Santi (che dedicò loro un’accurata monografia edita da Gremese), dei fratelli registi. Un giudizio fulminante, capace di sintetizzare bene la nutrita e complessa filmografia di Vittorlo Taviani, nato a San Miniato nel 1929 e scomparso ieri a Roma, dopo una lunga malattia.

Pochi sanno che la sua carriera cominciò proprio a Livorno, nel 1950. Dopo la maturità classica, i Taviani rinunciarono agli studi universitari, seguendo la loro vocazione per il cinema, appassionati di quel neorealismo che all’epoca caratterizzò i grandi film del nostro dopoguerra. Ma, non avendo i soldi per produrre una pellicola, scelsero di farsi intanto le ossa col teatro e, arrivati a Livorno, coinvolsero gli abitanti del quartiere Venezia nell’allestimento di una rappresentazione che raccontasse la loro vita durante il fascismo, la guerra, la resistenza e il dopoguerra. Finanziato dalle organizzazioni operaie livornesi, lo spettacolo, definito da loro stessi “teatro di massa”, andò in scena nei giardini della sezione del Pci di via Garibaldi. Fu poi lo stesso Pci a produrre nel 1951 l’opera seconda, “Marco si sposa”, sulla storia dei portuali livornesi, rappresentata al teatro Goldoni con gran successo di pubblico, alla presenza anche di Luchino Visconti e Vittorio Gassman.

Dopo il teatro, i Taviani si cimentarono nel documentario, sempre di ambientazione toscana: “San Miniato, luglio ‘44” (1954) raccontava la strage nella cattedrale che diventerà poi il fulcro del loro capolavoro “La notte di San Lorenzo” (1982), mentre “Volterra, città medioevale” (1955) esalta la suggestione del paesaggio naturale. Ci sono già in nuce i due temi fondanti del loro cinema: la storia e la natura, entrambi ambientati in Toscana. Sfaccettati e declinati in tutti i loro film, attraverso una struttura assai composita, che mandava a braccetto sensibilità e cultura, impegno politico e letteratura, vita e arte, cronaca ed epica, radici toscane e componente figurativa artistica, inclinazione per il sociale e competenza musicale, origini contadine e teatro, favola e verità.

Il gusto per il folklore si fonde con la trasposizione cinematografica delle pagine di Tolstoj e Shakespeare, Pirandello e Goethe, Boccaccio e Fenoglio. I loro numi tutelari sono stati il pensiero di Antonio Gramsci, il teatro di Bertolt Brecht e il cinema di Sergei Ejzenstein, ma i Taviani si sono sempre sentiti piuttosto come gli eredi delle officine d’arte toscane: le botteghe dei pisani medievali e dei fiorentini rinascimentali. Non a caso, un personaggio del loro “Good morning Babilonia” (1987) definisce un film come una «cattedrale di celluloide». È la rivendicazione del cinema come un lavoro artigianale insieme realistico e visionario, quanto i pulpiti dei Pisano, con un linguaggio in equilibrio tra tradizione e sperimentalismo, tra rispetto e innovazione.

Il segreto della loro ricetta sta proprio nella ricerca di un equilibrio, oltre che tra storia e natura, tra passato e presente, tra soggettività e marxismo, tra la cronaca di San Miniato e l’universalità del mondo, sempre accompagnato da un senso di sacralità dell’esistenza. È proprio la mirabile miscela di rigore storico e trasfigurazione poetica che ha fatto coniare ai critici la definizione per il loro cinema di “realismo lirico”.

Quanto ci siano riusciti lo dimostrano i trionfi a Cannes (Palma d’Oro nel 1977 a “Padre padrone”), a Venezia (Leone d’Oro alla Carriera nel 1986) e a Berlino (Orso d’Oro nel 2012 a “Cesare non deve morire”) oltre agli innumerevoli David di Donatello, Nastri d’Argento e Globi d’Oro vinti in mezzo secolo. Lo dimostrano capolavori come “La notte di San Lorenzo”, nel quale la storica battaglia tra fascisti e partigiani fonde toni epici, lirici e fiabeschi nella purezza selvaggia della campagna toscana, o “Cesare deve morire”, dove l’idea di far interpretare ai detenuti di Rebibbia il “Giulio Cesare” di Shakespeare

innesca corti circuiti tra cinema e teatro, arte e vita, delitti storici e privati, dizione recitativa e dialetti, colore e bianco e nero. Una sintesi del loro grande cinema: colto e popolare, classico e sperimentale, sofisticato e sanguigno.

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