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Presepi di ieri e di oggi

L'editoriale del direttore del Tirreno Luigi Vicinanza: "Teniamo il presepe fuori dalla propaganda elettorale"

LIVORNO. Epifania ogni festa porta via, recitava l’adagio della fanciullezza. E un velo di tristezza calava dopo due settimane di spensierata vacanza scolastica. Oggi è giorno in cui si ripone via l’albero di Natale; non c’è casa, negozio, ufficio che non ne abbia uno. Via anche il presepe, meno diffuso dell’albero, più difficile da allestire, troppo profondo nel suo significato simbolico per finire sul bancone di un supermercato.
Eppure di presepi piegati al cinismo dell’eterna campagna elettorale italiana ne abbiamo visti in giro. Alle spalle di Giorgia Meloni, per esempio, usato per lo sfondo di una video-intervista; come un giocattolo nelle mani di Matteo Salvini. Una tradizione popolare usurpata da tardocristiani in cerca di voti e di consensi in una società segnata dalle tensioni prodotte dalle immigrazioni di massa. Se la destra sovranista gioca sulla contrapposizione noi/loro, italiani/stranieri, cristiani/musulmani, ciò accade anche per la fragilità di una prassi del politicamente corretto goffamente applicato all’imperscrutabile sentimento religioso. È accaduto così nei giorni scorsi, in una scuola elementare di Pordenone, che un’ingenua maestra abbia sostituito Gesù con Perù nella canzoncina natalizia. Rima assicurata. A costo del ridicolo. Perché sì, ci saranno stati anche bimbi non cattolici in quella classe, ma rinunciare ad essere quel che siamo è il più pericoloso regalo innanzitutto all’ignoranza e di conseguenza all’integralismo.

Noi, figli della laicità, non sappiamo difendere le ragioni di quella laicità che ci deriva da un percorso lungo e accidentato, mai concluso. Abbiamo scarsa memoria delle radici giudaico-cristiane della nostra storia e della nostra

cultura che dovremmo difendere proprio in quanto laici. Il presepe, con la rappresentazione di un popolo di pastori, è esso stesso simbolo di un’umanità semplice e dolente. Quindi laico. Teniamolo fuori dalla propaganda elettorale. Siamo nel 2018, non nel 1948. Buona domenica.
 

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