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Oreste Tonelli, il “Papillon” di Fivizzano che evase dalla Caienna - La storia / 9

Oreste Tonelli, il “Papillon” di Fivizzano che evase dalla Caienna - La storia / 9

L’incredibile storia di Oreste Tonelli: omicidi e fughe tra Italia e Francia

Fivizzano, provincia di Massa Carrara. Anno 1895. Alle prime luci dell’alba una madre in lacrime prepara la colazione al giovane figlio, Oreste Orlando Tonelli. Orlando ha appena quindici anni e ha deciso in maniera irremovibile di lasciare casa, in cerca di lavoro e di fortuna. La destinazione che ha scelto è la lussuosa Montecarlo. La donna lo segue fino in paese, lo accompagna alla carrozza che lo trasporterà fino alla stazione dei treni. Continua a piangere fin quando non lo vede sparire dietro una curva. E non solo per il dolore della separazione: sa che il carattere irrequieto e ribelle del suo ragazzo gli attirerà dei guai. E non si sbaglia. Oreste cresce in una famiglia povera, ultimo di cinque fratelli, tre dei quali morti in circostanze incidentali.

I genitori, Giuseppe e Sabatina, per paura di rimanere senza braccia in casa, adottano via via dei trovatelli. Orlando deve dare una mano alla famiglia ma la sua sete di indipendenza e di libertà lo induce giovanissimo a seguire il cugino oltre il confine, nel principato. Prima di allora Orlando non ha mai visto un treno, né il mare, né le grandi città. Nella descrizione del suo primo approccio con la macchina a vapore, affidata a una memoria custodita dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano e riproposta per ampi stralci in queste pagine, c’è tutto l’impatto della “modernità” sull’immaginario degli uomini di fine Ottocento. Un impatto dirompente, che scatena un immaginario sonoro, visivo e tattile finallora sconosciuto. La penna di Orlando, nonostante la modesta istruzione ricevuta, descrive le emozioni e le impressioni provate con un’eleganza e un’efficacia sorprendenti. Ma il viaggio è solo la prima di una serie di esperienze dirompenti che il giovane si accinge a vivere.

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L’approccio con il lavoro pur modesto - prepara la mensa ai muratori – è positivo, Orlando si impegna, risparmia soldi e invia rimesse a casa. Subentrano presto, però, frequentazioni e amicizie sbagliate. Tra il gioco e l’osteria dilapida tutti i guadagni. I genitori si rendono conto del cambiamento e stavolta è il padre a intervenire, raggiungendolo in Francia per tenerlo sotto controllo. Ma Orlando riparte: a 19 anni gli propongono un’occupazione ben remunerata in una friggitoria in Scozia.

 

Lì si innamora di una ragazza inglese ma il rapporto non è accettato dalla comunità locale, il proprietario dell’attività gli impone di lasciare il lavoro e lo rispedisce a Fivizzano con foglio di via. In Italia scopre di essere ricercato per una condanna a 18 mesi che gli hanno inflitto in contumacia per un delitto che non ha mai commesso ma del quale non si è neppure difeso in tribunale. Riesce in gran fretta a tornare in Francia, dove cambia diverse occupazioni, frequenta amicizie sempre più pericolose finché una notte, in una rissa, uccide un piemontese, un emigrato come lui. Fugge ma viene arrestato e imprigionato a La Rochelle. Processato è condannato a venticinque anni di lavori forzati alla Caienna, noto bagno penale nella Guyana francese. Poco prima di attraversare l’oceano, riceve dalla madre la notizia che suo padre è morto.

E la donna lo scongiura di tornare a casa. Orlando non ha il coraggio di dirle della sua condanna, scrive invece a suo fratello adottivo chiedendogli di starle vicino. Dopo una dura detenzione nel penitenziario, e dopo aver incontrato altri tre italiani – un romano, un genovese e uno spezzino – riesce in un’impresa che ricorda da vicino quella raccontata in “Papillon”, romanzo autobiografico di Henri Charrière al quale è ispirato l’omonimo film con Steve McQueen e Dustin Hoffman: evade da quello che è ritenuto un carcere di massima sicurezza e si imbarca su una nave italiana diretta in Venezuela. Da qui scrive alla madre, alla donna che gli aveva letto il cuore con gli occhi gonfi di lacrime, chiedendole perdono e cercando in qualche modo di rassicurarla: “Sto bene”.

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