Quotidiani locali

Vai alla pagina su I diari del Tirreno
Angiolo Porri, il fornaio socialista di Livorno che pagò caro il suo pane caldo - La storia / 10

Angiolo Porri, il fornaio socialista di Livorno che pagò caro il suo pane caldo - La storia / 10

La richiesta di saldare il conto al gerarca fascista segnò la fine della pace

Con il diario di Giuseppina e Angiolo continua l’appuntamento con i diari pubblicati ogni domenica con Il Tirreno. Il volume "Il conto del pane" è pubblicato dalla casa editrice Forum, nella collana Autografie promossa dall’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano in occasione dei 25 anni dalla sua fondazione (1984). Il profumo del pane caldo. È il ricordo più nitido di un’infanzia spensierata per Giuseppina Porri, figlia di Angiolo, fornaio nato e cresciuto a Livorno, trasferitosi ad Arezzo con la famiglia 1929. Anno cruciale del periodo più buio della storia d’Italia.

Nel giro di pochi mesi il regime fascista, già egemone nel Paese dal 1922, consolida il potere grazie alla conciliazione con la Chiesa e soprattutto in seguito allo svolgimento dalle prime elezioni plebiscitarie. Agli elettori che si recano alle urne il 24 marzo è concesso solo di approvare o rifiutare la lista nazionale di 409 candidati emanata dal Gran Consiglio, e senza nessuna tutela sulla segretezza del voto. Nasce così la prima Camera dei deputati integralmente fascista. Svaniscono così in un sol colpo il pluralismo e la rappresentanza. Di lì a pochi mesi svaniranno anche la pace nella famiglia Porri, la libertà di espressione e di azione di babbo Angiolo, l’infanzia spensierata della figlia.

leggi anche:

Quello che accade dal settembre in poi Giuseppina lo ha raccontato poco tempo fa, in una memoria che ha depositato all’età di novantaquattro anni all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Una testimonianza toccante e delicata, che proponiamo per ampi stralci in queste pagine e che è subito divenuta un libro, pubblicato in questi giorni dalla casa editrice Forum di Udine con il titolo "Il conto del pane". Un conto salato, quello che è costretto a pagare il babbo Angiolo per le sue idee socialiste, corredo genetico livornese rimasto immutato dopo il trasferimento ad Arezzo. Giuseppina lo ricorda sorridente mentre canticchia e si destreggia ogni giorno nel "nobile mestiere dell’arte bianca" all’interno del suo forno, che porta un nome altisonante e fiero delle origini: "Premiato Panificio Livornese della Ditta Porri Angiolo in Arezzo".

Più che un forno una bottega, e ancor di più un punto di ritrovo per la gente del rione. «Annessa alla vendita di pane e pasticceria - scrive Giuseppina - c’era la mescita di vini e bevande, c’erano due tavolini con le sedie e chi veniva a bere un quartino si tratteneva volentieri. Al pomeriggio arrivavano i frequentatori della mescita: pochi i signori, alcuni commercianti della zona, un vecchio sacerdote che faceva una breve sosta andando al Duomo per le funzioni della sera, lo spazzino, l’accalappiacani, un idraulico che si intendeva più di vino che di condutture, un vecchio azzeccagarbugli che sbarcava il lunario dando consigli pseudo-legali, compilando ricorsi e moduli vari seduto al tavolino della nostra bottega, con il quartino di vino davanti. I giovani si trattenevano poco, il tempo di mangiare una pasta, e se ne andavano verso il Prato, se erano in dolce compagnia».

A pochi passi c’erano la scuola, amicizie e sapori di amorose merende. «Il babbo mi preparava una rosetta dorata e morbida con burro e acciuga, la incartava e me la metteva in cartella raccomandandomi di mangiarla tutta».La vita della piccola Giuseppina e del padre Angiolo era davvero tutta qua, pace e normalità. Ma pace e normalità sono sotto attacco nell’Italia fascista degli anni Venti e Trenta. Ovunque. Basta uno "sgarbo" fatto a un gerarca locale, la legittima richiesta di saldare un conto del pane in sospeso, perché Angiolo venga preso di mira dall’Ovra, la polizia segreta del regime. Subisce le prime intimidazioni, poi i pestaggi per strada e spesso in occasione delle feste o delle visite ufficiali in città, la consegna al carcere di San Benedetto.

Dove puntualmente arrivano altre violenze fisiche e psicologiche. Per paura di ritorsioni i clienti a poco a poco cominciano a disertare il panificio. L’emarginazione, il tracollo degli affari, la povertà e un cuore che si ammala. Babbo Angiolo muore, nel maggio del 1940, alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Il peggio per il Paese deve ancora arrivare. La famiglia Porri, al pari di quelle di molti altri dissidenti, è invece già stata distrutta.

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro