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«Prendere quel treno era come fare un terno al lotto» - Dal diario / 9

Quell’inverno che lasciai le scuole, cioè nel 1895 ne ritornava da Monaco anche un mio cugino

Quell’inverno che lasciai le scuole, cioè nel 1895 ne ritornava da Monaco anche un mio cugino. La sera che coi miei genitori s’andava in veglia in sua casa, ci racontava lui e suo figlio che assieme al padre ne era andato, i lavori, le paghe, i viveri ecc. Dove burlando, disse ai miei genitori di mandarmi anch’io che mi sarei guadagnato due lire al giorno. Io dimandai se sarei stato buono a qualche lavoro e che ne sarei andato al prossimo viaggio. Ma i miei genitori non vollero per nessune maniere, onde mi dissero tante cose, che non avevano più che me solo, e che sarei andato contro a delle disgrazie, e che del mangiare ce n’habbiamo. Ma io non riflettevo ancora ed insistetti tanto finché finirono, con una raccomandazione a mio cugino, col cedere. Io tutto contento, a tutti davo la nuova, come gli altri miei compagni, della mia partenza in Francia.

Chissà a noi ci pareva d’andare a vincere un terno al lotto, ci davamo quell’importanza a quella parola di... Francia, come se fossimo stati gli uomini più coraggiosi della terra. Oltre che in quel paese la magior parte era si puol dire invecchiata senza veder mare, treni, vapori, ecc. figuratevi se gli sembravamo poco coraggiosi. L’ultimo giorno vense, ed io sempre risoluto, ero tutto preparato per la partenza dell’indomanimattina alle quattro. Quel giorno non era che trionfo da tutti che ricevevo, tutti gli occhi a sopra me stesso, che dovevo partir per la Francia! Stretta la mano a tutti mi ritiravo nella mia casa, onde i miei genitori mi divoravano collo sguardo anche per quella parte che non potevano fra ore più vedermi, ripetendomi di nuovo tutte le munizioni già raccomandatemi, dopo poco m’addormentai per isvegliarmi presto la mattina.

Mia madre che in quella notte versava ogni tanto una lacrima di malcontento, non potette serare un occhio in tutta la notte, sentendo suonare l’orologio il quale suonava le tre e mezzo si veste pian piano e toccandomi dolcemente mi diede l’orario. Io subito mi alzai ed appena fui pronto m’avvicinai al letto dei genitori per dargli lultimo abbracio. Presi mio padre per la mano e dopo baciato e rassicurato di nuovo che non avrei dimenticato tutti i di lui consigli dettatemi lo lasciai nel suo riposo, che fra breve ne doveva andare da quella dolorosa fatica giornaliera onde procurarsi il pane.

Feci per salutar la madre, ma non la trovai! e dov’era andata? A povera donna! Lei era già in cucina che mi haveva preparato il caffè, due uova fresche, e colle laccrime negli occhi cercava di farmi coraggio, ripetendomi tante buone cose, e soprattutto di non dimenticarmi Dio. Al fine faccio per salutarla, ma lei mi respinge dicendomi che sarebbe venuta sino a Fivizzano, e benché io non lo desiderassi lei mi passò innanzi antecedendomi poscia, per rinnovarmi nuovi consigli. Giunto che fui mi fermai per attendere la carrozza e i miei compagni che in breve furono giunti, e dietro ne arrivò la posta. Vi era diversi miei compagni, non iscorsi alcune madri, o sorelle, o mogli, di qualcuno, in quell’ora nella piazza di Fivizzano non si scorgeva che una sola donna, che sembrava immille pensieri, come quell’uomo che vorebbe essere onesto, ma ci ha troppi debiti e non sa come fare, a saldarli.

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Finalmente gli diedi l’ultimo abbraccio e colle lacrime entrambi ci dovemmo distaccare, perché la carozza non aspettava più che me per partire. Appena fui in moto mi cominciò il cuore a tremare, come quell’uomo che per la prima volta, bisogna che ormai lasci quel luogo natio, dove per lui quei terreni ogni metro ne svela un mistero, e tanto io mi rivedevo tutti quei luoghi dove scorrazzavo, dove andavo a bagnarmi, dove andavo in cerca di nidi, di fragole di fiori e tutto insomma mi vedevo pian piano sparire, ma mi troncò questo mio pensiero melanconico, la vista ancora di mia madre, che venuta dietro la carozza sino a l’ultima casa di Fivizzano, dove si gode la veduta d’un bel pezzo di strada, mi salutava ancora col suo fazzoletto bianco, che stesolo a bandiera lo faceva svolazzare.

Una giravolta di carozza troncò il nostro saluto, dove le montagne cominciarono a chiuderci la veduta di Fivizzano. Allora cominciai col pensare che fra poco vedrò quel treno, che fra poco passerò vicino al mare, ed io vedrò tutte queste cose, che a contarle soltanto a Certaldola gli sembrano cose meravigliose. Alle sette e mezza, giunse la posta a l’Aulla. Mio cugino ci chiama io e suo figlio, mentre gli altri andavano alla stazione, onde seguirli anche noi per attendere il treno. Giunti che fummo, posai la mia valige e quasi con curiosità dimandai a mio cugino dove passa quel treno. Allora m’indicò le raje di ferro, ed io restai fisso a guardare come se non credessi alla sua spiegazione. Dopo pochi momenti che popolatasi alquanto quella tettoja, di uomini, donne, vecchi giovani ecc. si vide il capo-stazione che correndo a passi lesti lungo la tettoja, prega il popolo d’indietreggiare in modo di evitare qualche disgrazie.

Allora io ripenso subito al buon consiglio di mio padre che purtroppo è giusto, ed indietreggio subito che sentendo un fischio acuto e un gran rumore disse mio cugino: eccolo là. Non haveva ancora detta quella parola che una macchina con due occhi rossi, svaporando da diversi parte pareva un mostro, che uscitone dall’inferno coresse per entrarne di nuovo portando con se tutto quello che incontra. Appena fui sopra, il cuore mi batteva forte come quello di quella macchina che via dovea trascinarci. Pensavo che con quella velocità che caminava non sarebbe andata a lungo che ne sarebbe uscita dalla sua orbita, ed ogni piccolo colpetto che intendevo dicevo fra me stesso: Addio! E già mi pareva di vedere la catastrofe, chiudevo gli occhi per non vedere e scacciare questi dubbi, ma si, mi parve che caminasse di più, ma gli apersi tosto sentendo il suo fischio che indicavaci la Spezia.

Per qualche momento era tranquillo, e poi cominciavo a ripasarmi tutte quelle cauzioni dei miei genitori, mi si rifacciava alla mente quella paura che il treno sortisse fuori della sua linea, quando uscito fuori il nostro treno da una lunga galeria mi dissero... "ecco il mare"... allora curioso di vederlo, e colla paura che fosse vicino, sentendo che è così profondo, lo guardai, e vedendo che spumava lacqua a piombo della nostra linea, mi si accresceva il timore. "Finalmente siamo giunti al fermarsi del treno" dissero i miei compagni "eccoci in quel famosi di Monte-Carlo". Scendiamo, consegnando il nostro biglietto, prendendo la via che ci conduce al Tonchino, così lo chiamano, è una borgata di case basse, dove ci abita tutta la plebaglia di Monaco, cioè tutti i lavoranti che vogliano rispirmiare qualche soldi si rifugiano al piede di quel monte la Turbia, ivi vi trovano stanzette d’affittarsi con un pagliericcio per 10 oppure 12 lire al mese, e lì c’è i suoi divertimenti, le sue botteghe, certo è che di tutte quelle persone che esistono indetta contrada non troverebbero aloggio a Monte-carlo esendovi solo che palazzi grandissimi, otelli e caffè di lusso.

Arrivati anche a noi in quella contrada, mio cugino che già n’era pratico, ritornò dal proprietario d’una stanzetta che aveva preso in affitto l’anno scorso, e trovandosi giustamente libera, il padrone gli diede tosto la chiave. Intanto quel giorno si prese subito tavola, pagliariccio e tutto l’occorrente per una cucina che durasse almeno una campagna. Dopo tre giorni tutti eravamo al nostro lavoro, e per fortuna capitai proprio a servir di calcina il mio cugino che esercitava il muratore. Io lavoravo tranquillo con tutta la mia passione, guai a quel giorno che piovendo m’avrebbe tolto il mio lavoro, lo rimproveravo, e tosto lo rimpiazzavo alla domenica, che la furia del padrone ci permetteva. Venuta la quindicina mi vedevo piovere quel bel marengo d’oro, uno scudo e altre picolezze che me le accarezzavo e subito correvo a portarle a mio cugino che ci faceva da padre, dicendogli che il padrone mi dava 2,10 al giorno. Insomma havevo molto giudizio, che una domenica mio cugino c’invitò a fare una passeggiata, per far venir notte alquanto prima.

Nel nostro ritorno sentendosi quasi tutta la bocca secca, il nostro Pietro (così chiamasi mio cugino) ci propose se acconsentissimmo di bere mezza bottiglia di gazzosa, e mezzo di vino, la spesa non era enorme essendo di lire 0,40 centesimi eravammo in quattro toccava due soldi a ciascheduno, tutti risposero di sì, fuori io, e lentrarono nel bar.I miei amici credevano che io mi fossi fermato chisà a legacciarmi le scarpe, ordinarono i quattro bicchieri, ma vedendo che ritardiavo vense fuori Pietro dimandandomi perché non andassi in compagnia a bere il mio bicchiere preparato. Io che me ne stavo appoggiato ad un muricciolo, in attesa della sua uscita per riprendere la compagnia verso casa, gli risposi... "Caro cugino volentieri, ma mi sento lo stomaco imbarazzato e il bere solo mezzo bicchiere, sento che mi ripugna e mi farebbe male".

Il buon omo sentendo che mi trovavo lo stomaco imbarazzato mi pregò di prendere un bichierino di fernet, ma era impossibile tanto le sue preghiere come quelle dei altri miei compagni, che poco dopo ne giunsero a fare altrettanto, ma se ne ritornarono senza l’Orlando. Nel ritornare a casa dissi a pietro che non era lo stomaco, ma l’avarizia di non ispendere.Mio cugino contento del mio giudizio, informava la sua moglie, imperciocché né facesse parte ai miei genitori, che fu allora dove provarono sul conto mio il primo giubilo di contento.

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