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«Poi il babbo tornò: il volto gonfio e la maglia strappata» - Dal diario / 10

«Poi il babbo tornò: il volto gonfio e la maglia strappata» - Dal diario / 10

Qualche volta vedevo il babbo con la pannuccia arrotolata in vita che si fermava un attimo sulla soglia

Qualche volta vedevo il babbo con la pannuccia arrotolata in vita che si fermava un attimo sulla soglia. Lo chiamavo e lui alzava la testa e mi sorrideva, mi diceva "Bella di babbo" con quel suo accento livornese che non perse mai. Mi sembrava tanto bello il mio babbo e quanto ero contenta di poterlo vedere dalla finestra o scendendo le scale e traversando la strada. Lui era lì, nel suo laboratorio o davanti alla bocca del forno, a impastare, infornare e sfornare il pane, a preparare briosce, ramerini, maritozzi, le ciambelle alla bolognese che erano le sue specialità.

Sempre a lavorare, sempre bianco di farina. Era tutto sommato un periodo tranquillo: la scuola, la bottega, gli impegni che mi coinvolgevano nel lavoro della mia famiglia e mi facevano sentire più grande e responsabile, gli spazi di gioco con le mie amiche. Finché arrivò quel pomeriggio di estate del 1935. La contabile dell’azienda ero io, spettava a me verificare che a fine mese tutti avessero pagato regolarmente. Ma il libretto del Signor D.T. era in rosso da diversi mesi e la tratta della farina stava per scadere, occorreva mettere insieme il contante, quindi il babbo mi fece preparare il conto e mi mandò a sollecitare il pagamento «Con garbo, mi raccomando» mi disse, mentre mi avviavo con quel foglietto in mano, di mala voglia. Mi aprì la porta il Signor D.T diede un’occhiata al conto e mi disse: «Dì al tuo babbo che venga domani in Federazione che lo pagherò lì».

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Ricordo che rimasi un po’ perplessa, che cosa c’entrava la Federazione? Ma se aveva detto così voleva pur dire che avrebbe pagato e tornai in bottega. Il giorno dopo il babbo scese presto di casa e si avviò su per la salita verso la Casa del Fascio, io ero sulla soglia di bottega e lo seguii con lo sguardo fino al grande portone ferrato che si richiuse alle sue spalle, sulla strada non c’era nessuno. Pensavo che se il babbo avesse riscosso avremmo tirato un sospiro di sollievo e saremmo stati tranquilli per un po’. Ma avevo dentro una angoscia indefinita e non vedevo l’ora che il babbo tornasse. Venne qualcuno a comprare qualcosa, il signor Bindi venne a bere una birra e mi chiese perché fossi sola in bottega, poche parole e tornò nel suo negozio che era accanto al nostro. Appena potevo mi affacciavo a guardare verso quel massiccio portone sempre chiuso, chissà perché il babbo tardava tanto, mi sentivo sempre più inquieta e non sapevo cosa pensare. Finché lo vidi, appoggiato all’inferriata dell’ultima finestra bassa del palazzo.

Corsi su per la salita verso di lui, aveva la maglietta stracciata, il volto tumefatto e insanguinato, lo presi per un braccio e lo portai in bottega, si appoggiava a me mentre mi diceva: «Non è niente bimba, non aver paura, non è niente». Erano le prime ore di un caldo e assolato pomeriggio estivo, per strada non passava nessuno e nessun avventore entrò in bottega, mentre il babbo cercava di rimettersi in ordine al lavandino che era dietro il forno. Il volto era gonfio, gli occhi pesti, aveva perso sangue dal naso, la maglietta a mezze maniche era stracciata e insanguinata, se la tolse e ne indossò un’altra che teneva di ricambio nel ripostiglio, si tamponò le narici con un po’di cotone, si mise seduto con la testa appoggiata all’indietro, e taceva con gli occhi chiusi, non si lamentava neppure.

Il fornaio socialista Angiolo pagò caro il suo pane caldo

Mi disse soltanto: «Zitta, zitta, mi raccomando non dire niente alla mamma...» mentre io piangevo, incapace di capire perché avessero fatto questo a uno che si era presentato per riscuotere il conto del pane, al mio babbo così buono e onesto che non aveva fatto del male a nessuno, mai, che viveva di sogni e di chimere come diceva la mamma, e di lavoro ininterrotto. Senza che nessuno parlasse, tutti nel vicinato cominciarono a guardarci in modo strano, il babbo era stato punito per le sue idee sovversive ed era meglio girare al largo dal nostro negozio, questo pensavano i vicini ed i clienti e se ne videro subito le conseguenze. I frequentatori abituali del banco della mescita non si lasciarono influenzare e la loro presenza non venne meno, divennero solo più taciturni.

Un pomeriggio di primavera ero in bottega dietro al banco a terminare i miei compiti, il babbo era sulla soglia a braccia conserte che guardava verso la strada. Da lontano si sentiva avvicinarsi il passo cadenzato del manipolo dei moschettieri della federazione fascista che rientravano in sede scortando il loro gagliardetto. In testa al gruppo marciava il comandante, un nobile aretino alto e robusto, dall’aria altezzosa e dalla mascella volitiva, anche lui, come il grande capo. Per strada era obbligo che il traffico si fermasse al passaggio del drappello e che i passanti alzassero il braccio nel saluto romano, ma il mio babbo mantenne le braccia intrecciate al petto.

Da dietro al banco, avevo alzato la testa dal quaderno, vidi il comandante dei moschettieri avvicinarsi e sentii il suono quasi metallico di due violenti schiaffi che buttarono il mio babbo a terra, per strada. Pochi attimi. Il drappello non aveva neppure perso il passo, il comandante riprese il suo posto in testa e proseguirono verso la Casa del Fascio. Il mio babbo era seduto a terra, come Geppetto, corsi da lui per aiutarlo a rialzarsi e mi disse: «Povera bimba, sempre tu ci sei». Gli raccolsi il berretto, lui lo spolverò con la mano, se lo rimise in testa mentre il sangue gli sgocciolava dal naso e tornò in bottega con me, in silenzio. Nessuno dei presenti si mosse. Non ho mai dimenticato quel giorno di maggio del 1938: non c’era scuola quella mattina perché dalla stazione ferroviaria doveva transitare il treno speciale che portava Hitler a Roma e forse avrebbe anche sostato qualche minuto sotto la pensilina per permettere al dittatore di ricevere l’omaggio della folla.

La gioventù fascista in divisa doveva adunarsi nel piazzale antistante ed io ero passata da bottega prima di raggiungere il luogo della adunata. Davanti al negozio si fermò un furgone nero, ne scesero tre uomini vestiti di scuro, con il cappello in testa e chiesero alla mamma chi era Angiolo Porri. Da allora ogni sabato, al primo pomeriggio, veniva il furgone della polizia politica a prendere il babbo per portarlo a San Benedetto, tornava la domenica sera, silenzioso e distrutto. Ricordo che una di quelle volte il babbo era stato poco bene, per il cuore, eppure lo portarono via come ogni sabato. La mamma mi dette una coperta perché gliela portassi al Carcere ed io andai.

Entrai in quella specie di portineria, seduto a un tavolo c’era uno in divisa e riconobbi che era il babbo di una compagna di scuola che aveva il cognome simile al mio. Gli porsi la coperta perché la facesse avere al mio babbo ma lui la respinse verso di me dicendomi: «Per i politici non si può far passare niente, è la regola, mi dispiace». Chinò gli occhi e si girò indietro, sentii che era imbarazzato. Tornai a casa passando per le strade più buie e deserte e piansi per tutto il tempo, stringendomi al petto quella coperta. Un pomeriggio ero al banco con i miei quaderni e il babbo seduto davanti al forno come sempre a quell’ora, quando entrarono due signori distinti con cappotto e cappello. Ebbi un attimo di panico, ma poi riconobbi il più basso, era il signor Menicalli, un rappresentante della Distilleria Massiach di Livorno che ci riforniva di vini e mi tranquillizzai. Mi presentò l’altro che non conoscevo: era Gino Massiach, il proprietario della distilleria che era venuto da Livorno per salutare il babbo. Lo riconobbe, si alzò di scatto e venne in bottega con passo più svelto e sicuro di sempre.

Massiach si era tolto il cappello e si abbracciarono a lungo, poi andarono di là, nel laboratorio, a parlare da soli. Gino Massiach era ebreo, elemento di rilievo della comunità livornese di cui era capo il rabbino Toaff ed era da tanti anni amico del babbo, fin dai tempi dell’infanzia, quando abitava in Borgo Cappuccini. In Germania erano in atto le discriminazioni razziali, anche in Italia erano state varate leggi antisemitiche e Massiach intendeva lasciare l’attività di imprenditore e andare altrove con la famiglia, non so dove. Era venuto a salutare un vecchio amico, per l’ultima volta, in attesa di tempi migliori. Volevo convincerlo a farla finita con quelle persone che gli stavano accanto soltanto per metterlo nei guai, lui e tutti noi, la mamma, i miei fratelli, io che qualche volta mi vergognavo anche di andare a scuola.

Gli dissi tutte queste cose senza fermarmi sfogando la mia amarezza nel vederlo ridotto così, tutto per colpa delle tante botte, della prigione, delle persecuzioni, del vuoto che gli avevano creato attorno. Lui mi ascoltava guardandomi serio ma non contrariato, poi chinò la testa e mi lasciò finire. Dopo un attimo di silenzio disse che era contento che mi fossi sfogata, che avevo parlato come una professoressa malgrado fossi appena una ragazzina, e che aveva capito che a scuola imparavo davvero. «Non ti devi vergognare, vergogna è rubare o comportarsi contro coscienza, non lo è avere le proprie idee, ritenerle giuste e volerle conservare, anche sentendosi soli. Quando sarai grande capirai».

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