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«Spariamo soltanto petardi. I politici ci hanno ingannato» - Dal diario / 7

«Spariamo soltanto petardi. I politici ci hanno ingannato» - Dal diario / 7

Aprile 1895. Vigilia di partenza dei richiamati. «Marco - mi dice Pisciacarda - parti anche tu?» Certo che parto anch’io

Aprile 1895. Vigilia di partenza dei richiamati. «Marco - mi dice Pisciacarda - parti anche tu?» Certo che parto anch’io. Sono richiamato, ma non raggiungo il mio 5° reggimento a Verona. Devo presentarmi al 3° reggimento bersaglieri a Livorno. «Anch’io dovrei presentarmi al Deposito ma non partirò e con me sono tutti i richiamati del paese, Filanciano, il figlio della Tettona, Sbuzzagrilli, Bulinottero, Guastaschioppi, Sopperisci, Tumà cane, Sforza vedove, il figlio di Cosce sudicie e rottolo, tutti compagni anarchici, dei campagnoli non so nulla, ma loro sono tutti clericali e partiranno, ma noi faremo il diavolo a quattro e non partiremo. Tu sei un marvone, un poveraccio che sta un briciolo meglio di noi e partirai».

Che notte! Il paese è stato tutta la notte sveglio per la gran paura ma nessuno osava aprire la porta e sbirciare dalla finestra. I notabili erano tutti scappati nelle ville di campagna, i perbenino richiamati e, tra questi, ci sono io, tutti pronti con il fagotto in mano. Per le strade del paese, soli, a dimostrare anche il nostro disappunto, gli anarchici che nessuno conosce per nome, ma li conosciamo solo per i pittoreschi sopranome. Certamente sono anche ubriachi, ma hanno dato vita ad una notte di incubo. Soltanto a fine guerra si sono potuti apprendere i misfatti consumati in quella notte.

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Gli sciagurati, in preda certamente ad ebbrezza da vino, si sono abbandonati ad atti innominabili come mettere sulla testa del Re galantuomo un vaso da notte sporcato di escrementi umani e, sulla testa del Cavour un caratello vuoto di quelli che contengono le aringhe ed i salacchini. Il delegato di P.S. con la fusciacca tricolore a tracolla, li ha affrontati coraggiosamente. Aveva al suo fianco l’appuntato Marzullo e la guardia Cacace.
I malviventi non si sono fermati. Al delegato che aveva in testa la bombetta verde delle ricordanze, gliel’hanno ingozzata fino al collo, poi, l’hanno preso a golettoni. All’appuntato Marzullo hanno levato la daga e gliel’hanno sbattuta sulla schiena. Alla guardia Cacace, che è un ragazzo, l’hanno preso a calci in c...
Mentre infuriava la battaglia è giunto il sindaco con la pancia fasciata di tricolore e voleva mettere ordine, ma ce n’è stato anche per lui. L’hanno offeso e vilipeso chiamandolo "Palle nere", ma insieme al maresciallo dei "carubinieri" è riuscito a mettere un po’ di ordine. Il sindaco lì ha rassicurati che le famiglie saranno assistite dal Comune e il maresciallo li ha tranquillizzati giurando da buon napoletano che nessuno verrà denunciato per questi misfatti. Il Cavinoso con "Chiappe nere" hanno fatto opera di persuasione, mentre Pisciacarda, che era capo, non approvava né disapprovava. Alle ore sei è giunto il Bigi con la diligenza e tutti sono partiti per la stazione ferroviaria per prendere il treno per Livorno... ma che nottataccia, poteva sfociare tutto in una "carnoficina".

10 aprile 1895. Stazione ferroviaria di Campiglia. Si aspetta una mezz’ora sul piazzale. Il treno è ripartito con qualche minuto di ritardo ma, tra gli anarchici di Campiglia, non c’era alcuna intenzione di fraternizzare con i richiamati contadini, con gli altri richiamati del paese e nemmeno con me considerato un "marvone", un lecca dei padroni e dei preti, meno male che non mi hanno classificato come spia. Prima che il treno si mettesse in marcia, hanno steso uno striscione di lenzuolo bianco con la scritta: "viva lana-rchia" e tra un finestrino e l’altro c’è stato fino a Livorno. Livorno, caserma deposito dei bersaglieri, e tutti lì siamo stati accolti e vestiti: giubba e pantaloni turchini, ghette bianche, scarpe di vacchetta, corpetto di lana, panciera, elmo coloniale e per gli ex bersaglieri anche un Fez rosso.

Due mesi di addestramento ed esercitazioni al tiro col fucile moderno modello 91 a ripetizione. Oramai l’affiatamento fra paesani e campagnoli, tra anarchici e marvoni è fatto. C’è anche impazienza, si vuole partire per liberare gli schiavi.

Livorno, 1/6/1895. La partenza dei bersaglieri per Napoli, porto d’imbarco per Massaua. Gran folla alla stazione di Livorno a salutare i bersaglieri in partenza per la guerra d’Abissinia. II comitato cittadino, con in testa il sindaco, offre al maggiore che comanda il battaglione, lo stendardo con i colori della città ed ai bersaglieri fiori e dolci casalinghi. Ogni bersagliere inalbera un fiore sulla canna del fucile e sale in treno. Parte la vaporiera. 

Altopiano abissino (agosto 1885). Siamo nella valle del Takazzé, nel regno del Tigrai che fu regno di Menelik ras ora Negus, ma comandante le truppe imperiali. Sì fa vita di guarnigione.1 gennaio 1896. A Campiglia è giorno di Cocchiata. È opinione generale che l’esercito italiano in Africa si avvia decisamente verso una disastrosa disfatta. In Italia non se ne deve sapere niente. Mezzi di informazione non ce ne sono e solo gli anarchici riescono a filtrare da Milano qualche notizia, se hanno potuto scrivere sui muri "Pazzie d’Africa".

23 gennaio 1896. Il presidio di Macallè è costretto alla resa.

27 gennaio. È espulso dalla colonia l’inviato del "Corriere" perché invece di parlare di vittoria, scrive cose che non piacciono ai militari, ma le cose stanno veramente come scrive il giornalista. Egli non può negare quello che vede. Non può negare che i soldati scioani aiutano gli infermieri a raccogliere i feriti, non può negare che il Negus ha lasciato liberi 1400 uomini stanchi, sfiniti, senza viveri e senza acqua, avevano solo qualche giorno di vita, egli non può negare ai lettori in Italia che il fitaurari (titolo militare abissino corrispondente a un colonnello, ndr) manda ogni giorno a quelli che dovevano essere suoi prigionieri 8 capi di montone per levare un po’ di fame a quei 1400 cenciosi. Al comando di battaglione si gioisce, perché questi nostri camerati erano considerati morti e sono tornati fra noi. Combattevano con valore, ma erano circondati da ottomila fucili della guardia del Negus più alcune migliaia di conta-dini e pecorai radunati col Tan-Tan.

1 febbraio 1896. Il morale dei soldati è a pezzi. Anche i più ignoranti devono aver capito che l’Abissinia è una nazione ed è stata sempre un’ingiuria considerare barbaro il suo popolo. A Roma continuano a considerare Menelik un ribelle, un traditore, un mancante di parola.

25 febbraio 1896. Si radunano le truppe. La prima brigata sarà comandata dal generale Arimondi. È composta dal battaglione Cacciatori, da un battaglione alpino e da un battaglione di bersaglieri e da due battaglioni di indigeni. Hanno 8 pezzi d’artiglieria da campagna, fucili mod. 91, petardi che fanno un gran chiasso, ma non fanno male a nessuno. Scrivo a malincuore, ma è la verità che mi strappa il cuore, è la verità che mi strappa parole di condanna verso una classe politica indegna di governare un popolo che in ogni momento ha sempre dato prova di grande umanità.

Pare che alla vigilia di questo triste 1-3-1896 gli uomini disponibili siano 16.000 al comando del generale Baratieri Oreste, proveniente dai generali garibaldini, rappresentante, come Crispi, di un espansionismo alla Garibaldina e fin dal 1894 diresse l’aggressione contro l’Abissinia. Fu rinviato dinanzi l’alta corte militare e assolto. ma cosa dovevano quei giudici se non assolverlo! Gli errori non erano soltanto suoi. Erano del governo e principalmente di Crispi, incoerente, indeciso.

1 marzo 1896. L’esercito è comandato direttamente da Menelik che ha portato con se la guardia imperiale forte di cinquemila uomini bene addestrati ed armati di fucile a retrocarica e sedici batterie di cannoni svedesi.

5 marzo 1896. È finita ed è finita male. Non solo è stato un disastro, ma siamo stati umiliati da Menelik che si è improvvisato protettore e ci ha accompagnati all’imbarco assicurandoci che avrebbe provveduto lui ai feriti ed a recuperare le salme, dando loro cristiana sepoltura. Non ci ha cacciati perché ha voluto riconoscere la nostra signoria sull’Eritrea, ma ci ha richiamati ai patti.

Marzo 1896. Se l’andata in Etiopia fu uno sbarco velato di tristezza il reimbarco per l’Italia fu tristezza ed umiliazione per non avere Menelik preteso nemmeno un metro quadrato di terra d’Eritrea. C’era un gran silenzio sulla nave che riportava in patria i soldati. Strofette tristi di canzonette tristi di cantautori improvvisati e tristi che rieccheggiavano miseria, micragna, Re cornuto e regina cagna ed il sol dell’avvenire che doveva venire per riscaldare i cuori.

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