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Le monete d’oro di San Mamiliano torneranno a casa

Il comune di Sorano chiede di riunire il tesoro ritrovato a Sovana sotto il pavimento della chiesa dedicata al santo. La Soprintendenza di Siena è orientata ad accogliere la richiesta e riportare la gran parte dei pezzi, oggi conservati a Firenze, nel luogo del loro giaciglio millenario

Sotto la chiesa in Maremma c'è un tesoro, ecco la leggenda che ne spiega l'origine Non tutti sanno che sotto il pavimento della chiesa di Sovana, in Maremma, era nascosto un tesoro di 1.500 anni fa. Il suo ritrovamento ha fatto tornare in mente a tutti il mistero dell'oro di San Mamiliano, una leggenda che si tramanda di nonno in nipote (video a cura di Yuri Rosati)

Sepolto per millecinquento anni, diviso e conteso dopo il suo ritrovamento. Ma ora il tesoro di San Mamiliano potrebbe tornare tutto a Sovana. Le 498 monete d’oro del V secolo scoperte nel 2004 sotto il pavimento della chiesa dedicata al patrono di Sovana sono oggi separate: un centinaio sono conservate nel loro giaciglio millenario, in un piccolo museo creato apposta. Le altre quattrocento sono a Firenze, dove furono portate per essere studiate. Le conservano al Museo archeologico nazionale, gran parte in un cassetto, le altre in una teca. Il Comune di Sorano ha chiesto di riaverle e la soprintendente di Siena, Anna Di Bene, dice a Il Tirreno di essere favorevole. Il tesoro di San Mamiliano – che spalanca suggestioni leggendarie di pirati e santi miracolosi e richiama inevitabilmente la storia del Conte di Montecristo – potrebbe tornare a casa.

IL VALORE STORICO

Due chili e duecento grammi d’oro che valgono molto di più di quel che pesano. Il tesoro costituisce una rara testimonianza su Sovana tra il tardo antico e l’alto medioevo. Straordinaria la sua integrità, data la casualità del ritrovamento durante lavori di ristrutturazione. È una collezione di solidi (monete d’oro zecchino di circa 4,5 grammi) dalle zecche di Salonicco, Ravenna, Roma, Milano e Arles coniate nell’arco di tempo che va «da Onorio a Romolo Augusto», come cita il titolo del catalogo curato dal numismatico Ermanno Arslan. «Attraverso la successione delle effigi degli imperatori – spiega il professor Ugo Barlozzetti che ha curato a San Mamiliano una mostra sull’arte della guerra di quei secoli – le monete descrivono il tramonto dell’impero romano e il processo che condurrà, con l’invasione dei longobardi, alla disgregazione dell’Italia» .

LA SUGGESTIONE

Più della caduta dell’impero, è l’associazione tra le parole “tesoro” e “San Mamiliano” ad aver fatto scorrere fiumi di inchiostro. La storia (incerta) di Mamiliano di Palermo narra che fu perseguitato da Genserico re dei Vandali nel corso delle invasioni ed esiliato a Cartagine. Fece perdere le sue tracce con una fuga rocambolesca e trovò rifugio insieme ai suoi seguaci in una grotta sull’isola di Montecristo, dove morì, così pare, nel 460. Su di lui esistono infinite leggende: si dice che uccise un drago e che le sue reliquie fossero stregate. Ma la storia più famosa sul conto del santo venerato in tutto l’arcipelago – persino il Cristo dell’Amiata David Lazzaretti nel 1870 si ritirò nel suo eremo sul mare – è che possedesse un tesoro. Notizie di (vane) ricerche nella grotta e sotto l’altare del monastero a Montecristo sono attestate in documenti medievali e rinascimentali, mentre Cosimo I nel 1549 metteva in guardia gli avventurosi dalle scorrerie dei pirati. Una suggestione giunta fino a noi attraverso “Il Conte di Montecristo”, capolavoro pubblicato a puntate sul Journal des Debats tra il 1844 e il 1846. Non a caso l’autore Alexandre Dumas fa recuperare sull’isola al protagonista Edmond Dantes il forziere che diviene motore di una spietata vendetta. Il ritrovamento di un tesoro in una chiesa intitolata a San Mamiliano, nel paese in cui sono conservate le sue reliquie, non poteva che riaccendere la fantasia.

San Mamiliano
San Mamiliano


PENTOLE E ARCOBALENI

Ma la memoria di un tesoro esisteva a Sovana anche prima di Dumas. La leggenda del forziere si è tramandata di nonno in nipote per generazioni. Senza pirati e mappe sottratte alle fiamme, somiglia alla storia della pentola al termine dell’arcobaleno: nessuno sapeva dove fosse, molti ne avevano sentito parlare con insistenza. Sopra alle fondamenta della chiesa sconsacrata dove era stata celata la preziosa olla, probabilmente sottratta alle razzie del tempo, razzolavano le galline di un contadino che l’aveva cercata per tutta la vita. Lo scalpore della scoperta rese ancor più impercettibile l’emozione che attraversò il paese. Il tesoro tramandato nelle fiabe per bambini era stato trovato, ma i sovanesi fecero appena in tempo a vederlo, poi partì alla volta di Firenze dove ancora si trova in gran parte.

RICHIESTE E DESTINATARI

La compentenza è della Soprintendenza di Siena, ma la prima richiesta firmata dalla sindaca Carla Benocci è stata spedita al Segretariato regionale dei Beni culturali. La lettera, tornata al mittente, è stata dunque rispedita al destinatario giusto. «Ho già risposto al Comune – dice la soprintendente – di essere favorevole a questo trasferimento, previa verifica dei luoghi e delle condizioni di sicurezza dei reperti» . La funzionaria incaricata è Valentina Leonini. Intanto il caso approda anche in Consiglio regionale: una mozione Pd – tra i firmatari il capogruppo Leonardo Marras e il presidente del “parlamentino” Eugenio Giani – chiede alla giunta Rossi di impegnarsi affinché il tesoro possa essere riunito a Sovana. Ma anche lì si confondono e indicano come interlocutore la Direzione regionale per i beni culturali, cancellata dal ministro Franceschini nel 2014. A volte, come tutti i cittadini, anche le istituzioni non sanno a che sportello bussare. Pure il direttore dell’archeologico, dove sono conservate la gran parte delle monete, Mario Iozzo, suggeriva erroneamente a Il Tirreno di rivolgersi al soprintendente di Firenze.



IL BENE SUPERIORE

È evidente che la visibilità delle monete a Sovana non sarà mai quella che potrebbero avere a Firenze, come fa notare il direttore del Museo archeologico, Mario Iozzo, a cui è a cui è affidata la cura della gran parte delle monete di San Mamiliano. Interpellato da Il Tirreno, dapprima si smarca: la competenza è della Soprindenza e non spetta a lui dire dove devono stare le monete. Ma nell’esprimere la sua «opinione personale», il direttore  ritiene «ridicolo mettere un tesoro come questo in un buco come il piccolo museo di Sovana». «Un posto – prosegue Iozzo, che di Sovana è stato ispettore per alcuni anni – chiuso da ottobre a marzo, se non il sabato e la domenica per qualche turista di passaggio». Mentre all’archeologico «abbiamo centomila visitatori all’anno».
«Sono per conservare i reperti laddove ci sono già dei musei – aggiunge – Nel senso di strutture aperte tutti i giorni, che organizzano mostre, conferenze, visite guidate, che coinvolgono le scuole. A Sovana un museo come questo non c’è. Ho lavorato – aggiunge a titolo di esempio – alla rete museale della provincia di Siena, dove ormai c’è un museo ogni due chilometri: d’inverno li si trova tutti chiusi. Secondo me sparpagliare i beni sul territorio non equivale a valorizzarli».

Ma la fruibilità non è tutto per la funzionaria archeologica della Soprintendenza Irma della Giovampaola, secondo la quale il bene superiore che lo Stato è chiamato a tutelare «è la conservazione del patrimonio e la sua integrità» nel territorio, ammesso che ci sia «una struttura in grado di garantirne la conservazione». Una valutazione condivisa dalla soprintendente, a cui spetterà l’ultima parola: «Trovo corretto, laddove possibile, che i reperti tornino nel luogo a cui appartengono».

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