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In centinaia a visitare i graffiti di Nof4 e un piano per salvarli

Il monumentale capolavoro di art brut di Fernando Nannetti va in rovina insieme agli edifici dell’ex manicomio di Volterra

VOLTERRA. Ci si muove in silenzio fra i sentieri ricoperti di foglie e davanti agli edifici abbandonati e in rovina. Si parla poco, e comunque a bassa voce. Quando così non è, ci pensano gli organizzatori a ricordare il rispetto che si dovrebbe avere entrando in una sorta di mondo parallelo. In quella che, a tutti gli effetti, è stata una città dentro la città, e che adesso rappresenta il ricordo di un tempo neppure così lontano.

Eppure sembra passata un’eternità da quando sulla collina, sopra all’ospedale di Volterra, c’era il manicomio. Da quando, per dieci anni, a partire dal 1958, Nof4, al secolo Fernando Nannetti, incideva sulla pietra il suo libro della vita . Oltre 150 metri di graffiti, per due di altezza, lungo le pareti esterne del perimetro del Ferri, il padiglione giudiziario dove era internato. In pratica un libro scritto su pietra, una sequenza iptonica di lettere come geroglifici, piccoli disegni, frasi come grida strazianti, iniziato un giorno di quasi 60 anni fa, usando per penna la fibbia del gilet che ogni paziente indossava, e terminato un decennio più tardi, quando sul muro non c’era ormai più posto dove incidere. Un’opera monumentale, un capolavoro di arte spontanea, art brut, che si sta perdendo sotto i colpi del tempo e dell’incuria.

L'arte-follia di Oreste Nannetti per la prima volta raccontata dalla sua voce

Volterra, la voce di Oreste Nannetti in un audio inedito Oreste Nannetti, ribattezzato Nof4, viene interrogato da due medici sui suoi graffiti. Al momento sono le uniche immagini esistenti su Nannetti (video di Rino Bucci)


C’è un progetto però che prevede il distacco, il restauro e la conservazione del graffito. Sei metri sono già stati prelevati e adesso si trovano al riparo nella biblioteca del museo. Altri 30 – quel che è rimasto in piedi – sono ancora là, in cima alla collina, attaccati a quel muro dell’ex padiglione Ferri. Sotto una tettoia rugginosa che protegge poco o nulla. Due associazioni stanno lavorando per salvare il libro della vita di Fernando. “I luoghi dell’abbandono”, con sede a Vicenza, e “Inclusione graffio e parola”, onlus di Volterra responsabile della logistica, organizzano visite guidate all’ex manicomio per raccogliere fondi e far conoscere una realtà dimenticata. Le prossime date di novembre, sabato 25 e domenica 26, sono già sold out, ma in programma ce ne sono altre per dicembre (per conoscere giorni e dettagli seguire la pagina Facebook “I luoghi dell’abbandono” o scrivere a iluoghidellabbandonomail@gmail. com). Ogni data raccoglie in media 300 persone, e anche sabato scorso c’era il pienone.

Partiamo con il gruppo e una guida ci mostra il padiglione Charcot, il primo che fu realizzato. I malati – ma spesso si entrava in manicomio anche da depressi, rifiutati o, semplicemente, poveri – arrivavano in prima battuta alla fagotteria, dove venivano spogliati di quello che indossavano e della propria vita. Costruito nel 1888, abitato da pochi pazienti trasferiti da Siena, si era via via ingrandito fino a raccogliere 4.900 malati. Una città nella città, appunto, nella quale lavorava mezza Volterra. Il malato era “la seconda pietra”. La prima, l’alabastro, ricchezza della città. Saliamo lungo il sentiero che porta al reparto Ferri. Prima di arrivarci, ci fermiamo davanti al Maragliano, il padiglione per i malati di tubercolosi che cento anni fa, quando ancora non c’erano gli alberi, venivano fatti uscire e sedere all’aperto, guardando in direzione del mare, secondo l’unica terapia prevista all’epoca. Più avanti ecco il Ferri. È qui che Fernando Nannetti ha lasciato la sua opera della vita. Nell’escursione sono comprese anche le visite al cimitero e al museo storico, ma è di fronte al graffito di Nof4 che il tempo pare congelarsi.

La guida che racconta il libro su pietra è un testimone eccellente, è Andrea Trafeli, figlio di Aldo, l’infermiere amico di Nannetti. È bravo, Andrea, a farci conoscere il matto Nof4 che, dietro frasi sconnesse di carattere fantascientifico, ha nascosto un mondo intero, parlando della famiglia che non ha mai avuto e di come un malato sia una persona da rispettare. C’è questo scritto su quel muro. C’è il bisogno di dignità. C’è la libertà negata. Ed è lì, a pochi centimetri dalla parete, che si percepisce cos’era vivere in un manicomio. È toccando quelle lettere incise nella pietra che Nof4, matto di Volterra, ha parlato di se stesso e degli altri, arrivando fino ad oggi, più forte del tempo, dell’abbandono e di un muro che si sgretola.


 

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